sabato 9 ottobre 2010

Di cosa si stanno occupando nel Palazzo?

Traduco liberamente, nel seguito di questo post, il riassunto della relazione di Jeffrey Brown presentata al congresso ASPO-USA, che si sta svolgendo in questi giorni a Washington e pubblicato sul sito The Oil Drum.


I dati e le considerazioni che ne derivano, possono essere combinati con quelli che avevo pubblicato pochi giorni fa sulla dipendenza petrolifera del nostro paese e di tutta l'Europa per trarre la conclusione che non ci sarebbe tempo da perdere nel mettere in atto politiche di emergenza su tutto il territorio per affrontare in tempo una crisi che non farà prigionieri. Invece laggiù nel Palazzo di cosa si occupano in questi giorni? Ho perso il filo. Cosa c'è in ballo? La polemica sulla magistratura politicizzata? I dossieraggi incrociati fra papaveri di regime? E l'opposizione a cosa si oppone? Alle bestemmie del premier, vero? O alle sue barzellette di cattivo gusto? E gli italiani di cosa parlano?

Passiamo ai dati sulle esportazioni dei paesi esportatori.

Secondo un modello teorico di Jeffrey Brown quando un paese esportatore di petrolio supera il picco, supponendo un calo di produzione del 5% annuo susseguente al picco, combinato con una crescita del 2,5% in quello stesso paese, nei tre anni successivi al picco il paese produttore esporterebbe il 50% di tutto il petrolio che esporterà in tutto il seguito della sua storia petrolifera. Indonesia e RegnoUnito hanno superato il picco del petrolio in anni recenti come si può dedurre dai seguenti grafici.



(Le figure sono prese dal sito Energy Export Databrowser curato da  Jonathan Callahan)

Questi due paesi nel lasso di pochi anni dopo il picco, 9 per l'Indonesia e 6 per il Regno Unito, sono diventati importatori mentre il tasso di declino della produzione ha toccato negli ultimi anni il 25%.
 
Attualmente il consumo di petrolio in Arabia Saudita sta crescendo al ritmo del 6,9% annuo. A questo ritmo l'Arabia Saudita che è stata superata dalla Russia come primo esportatore globale, cesserà di esportare petrolio entro il 2030.

Se si osserva la situazione delle 5 nazioni leader nell'esportazione di petrolio, che collettivamente forniscono metà del petrolio importato nel mondo, il modello di Brown prevede che esse forniranno il 50% del loro rimanente volume di esportazioni in due anni. Oggi ci sono 33 paesi che producono più di 100.000 barili al giorno e per questi paesi la produzione è stata sostanzialmente piatta negli ultimi 5 anni, mentre il consumo è cresciuto dal 16 al 17,5% della produzione.

Il petrolio non convenzionale, sabbie bituminose e varie qualità di petrolio pesante, che è considerato un possibile importante contributo al mantenimento della produzione globale, è anche esso soggetto a questa legge. Se si considera Canada e Venezuela, i principali produttori di petrolio da sorgenti non convenzionali, la somma della loro produzione è in realtà in declino.

Come ci si poteva aspettare la preoccupazione principale è costituita dalla domanda di  Cina e India, che hanno aumentato le importazioni dall' 11.3% del totale nel 2005, al 17.1% nel 2009. Se questa dinamica continua nel 2015 esse assorbiranno il 25% delle esportazioni globali.

giovedì 7 ottobre 2010

Procreazione assistita. Mai con la Chiesa.

A qualcuno è sembrato strano che, nonostante sia un fiero sostenitore del bisogno di ridurre la popolazione umana (in modo non-violento) data l'evidente condizione di overshoot ecologico della nostra specie, non mi sia espresso in merito al caso del Nobel per la medicina 2010 di cui è stato insignito il fisiologo inglese Robert Edward per i risultati ottenuti nello sviluppo delle tecniche di fecondazione in vitro che hanno permesso la nascita di 4 milioni di bambini da coppie altrimenti sterili. E che inoltre non abbia apprezzato la presa di posizione della Chiesa Cattolica sull'evento.

La Chiesa Cattolica ha infatti decretato "non opportuna" la scelta della Reale Accademia delle Scienze Svedese. Le ragioni del fondamentalismo cattolico, con le sue propaggini di atei devoti si riducono tutte nella sacralizzazione dell'embrione, che è poi il passaggio obbligato per vietare l'aborto e mettere sotto controllo il corpo delle persone: infatti se una donna non è libera di abortire il suo corpo è vincolato al volere di altri.

Detto questo è chiaro che la scelta del comitato per il Nobel non mi trova particolarmente entusiasta. La retorica versata a fiumi sui 4 milioni di bambini rischia di nascondere il fatto che ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno su questo pianeta non è permettere a delle persone malate (la sterilità è una malattia) di "produrre" comunque una progenie, ma permettere a tutte le donne che lo desiderano (e sono centinaia di milioni nel mondo) di evitare gravidanze indesiderate, mantenendo una vita sessuale attiva. E ancora di più abbiamo bisogno di convincere coloro che hanno accesso ai metodi anticoncezionali moderni a farne uso in modo da ridurre rapidamente il tasso di natalità.

Ma se critico la scelta del Nobel non mi alleo certamente con la Chiesa Cattolica che nelle Filippine si oppone alla distribuzione gratuita degli anticoncezionali. La scelta del Nobel a Edward da un segnale culturale sbagliato. Ma l'attacco dei preti è il solito tentativo di mettere sotto controllo le persone, la loro sessualità, il piacere. La Chiesa, o meglio le istituzioni religiose di ogni credo (specialmente monoteista), hanno la necessità di avere il controllo sul piacere (sesso) e sul dolore (malattia e morte: si veda il caso dell'eutanasia), cioè sulle nostre vite.




Se qualcuno pensa che si possa, in nome dei superiori obbiettivi di sostenibilità ecologica, venire a patti con i dogmi e l'oscurantismo delle gerarchie cattoliche, si sbaglia di grosso. Infatti di cosa si lamentano i fondamentalist cattolici? Non del fatto in se che siano nati 4 milioni di bambini, ma che per far nascere quei 4 milioni se ne siano "uccisi" chissà quanti altri nella selezione degli embrioni. E che la fecondazione in vitro sia poi il punto di partenza della ricerca sulle cellule staminali embrionali.

P.S. Quattro milioni di bambini sono circa l'1 per mille della crescita demografica nel periodo in cui si sono applicate le tecniche di Edward. Un contributo tutto sommato trascurabile. Il segnale è comunque sbagliato, ma il contributo all'overshoot è abbastanza irrilevante, anche se, a ridurre la forza di questa affermazione, si deve dire che sono 4 milioni di bambini nati nel primo mondo e quindi con una elevata impronta ecologica fin dalla nascita.

mercoledì 6 ottobre 2010

Non perdere tempo a leggere i giornali.

Non perdere tempo a leggere i giornali, e tantomeno a seguire la TV. Questo è il consiglio di Nassim Taleb nel suo "il Cigno Nero". Un consiglio che seguo ormai da diversi mesi. Non alla lettera, mi concedo un paio di telegiornali e un paio di letture di quotidiani ogni settimana e mi accorgo di sapere praticamente tutto quello che tutti sanno, e che non serve a nulla.



Seguo invece con attenzione alcuni siti internet, in particolare The Oil Drum, che quasi ogni giorno ha un'analisi della condizione di overshoot ecologico della nostra specie. Cioè di quello che sui media chiamano "crisi".

Tempo fa qualcuno mi chiese se nel mondo anglosassone il livello di informazione e dibattito di TOD si trasferiva anche sui media. La mia risposta fu: no! Nonostante il tormentone sul valore e la qualità dell'informazione fuori dall'Italia, avere accesso alla BBC o a CNN o all'International Herald Tribune o al New York Times, non aiuta ad avere una migliore qualità dell'informazione su ciò che conta. Anche se può servire per darsi un tono o far partire una conversazione con le turiste americane in treno.

Oggi, su TOD, è la volta di un articolo imperdibile di George Mobus. Purtroppo è in inglese. Per coloro che hanno difficoltà a leggere in inglese prometto una traduzione a breve.

domenica 3 ottobre 2010

Il petrolio dei PIIGS


Ecco il grafico della dipendenza petrolifera dei paesi europei. Sarà un caso se i più esposti sul piano finanziario sono anche i più dipendenti dal petrolio?

giovedì 30 settembre 2010

Il Picco del Petrolio è storia.

Compare oggi su The Oil Drum: Europe un articolo del giornalista portoghese Jorge Nascimento Rodrigues precedentemente pubblicato sulla rivista settimanale portoghese Expresso. L'articolo, tradotto in inglese, informa sulle ultime dal mercato petrolifero secondo un recente rapporto proveniente da fonti militari tedesche. Qui ne propongo una traduzione in italiano che spero possa essere utile.

L'allarme è suonato: la scarsità di petrolio colpirà tutti.

Il picco del petrolio non è più discutibile. Le proiezioni riguardanti l'anno, il periodo di cinque anni, o il decennio in cui la produzione mondiale di petrolio comincerà a diminuire "sono ora una parte di storia", afferma Luis de Sousa, membro di ASPO-Portogallo e collaboratore del blog "The Oil Drum ", parlando con  Expresso. "Il periodo del picco è già stato vissuto. Predire non è più pertinente", aggiunge.

Secondo questo specialista, la maggior parte dei modelli matematici e contabili importanti della produzione di petrolio usato da enti indipendenti dal settore petrolifero indicano tutti un arco di tempo analogo in cui la produzione di petrolio raggiunge un massimo e comincia a declinare. Questo è un periodo di circa un decennio al centro tra il 2008 e il 2010, in cui il massimo della produzione si colloca tra 78 e 85 milioni di barili al giorno.



 La diplomazia del petrolio

La relazione ha un tono allarmante: "la scarsità riguarderà ognuno" e "l'aumento del prezzo del petrolio pone un rischio sistemico, non solo per i sistemi di trasporto, ma anche per tutti gli altri sistemi". E lancia un messaggio: "E' fondamentale garantire l'accesso al petrolio", perché in un arco di tempo abbastanza breve, tra oggi e il 2040, possiamo vedere "un cambiamento nel panorama della sicurezza internazionale con nuovi rischi - come quello del trasporto di carburante - e nuovi attori in un possibile conflitto per la distribuzione di una risorsa sempre più scarsa ".
Luís de Sousa sottolinea che dal 2005 la produzione mondiale di liquidi ha oscillato tra 80 e 82 milioni di barili al giorno, evidentemente in accordo con tali modelli. Questo plateau "è stato sostenuto dalla crescita dei liquidi di gas naturale, in sostituzione del greggio [petrolio], in declino dal 2005".

I PIIGS sono i più colpiti
Uno dei gruppi in seno all'OCSE, che soffre di più con la contrazione del petrolio disponibile è quello formato da quei paesi più dipendenti dal petrolio nel loro mix energetico, secondo Luís de Sousa. "Un dettaglio importante da notare - i paesi in maggiore difficoltà sarnno proprio quelli chiamati PIIGS Ciascuno di questi paesi ha nel suo mix energetico totale una dipendenza dal petrolio di oltre il 45%. Tra essi vi è la Grecia con il 58%, il Portogallo e l'Irlanda con il 55%,.la Spagna con il 48% e l'Italia con il 46%. Ciò è in contrasto con la media dell'Unione europea del 37%. Se si aggiungono i quattro paesi con  dipendenza dal petrolio sopra della media europea, ma inferiore al 45%, si ottiene una mappa completa della zona dove l'altopiano ondulato' avrà il maggiore impatto. Oltre ai PIIGS, questa include Austria (44%), Olanda (42%), Belgio (41%) e Danimarca (39%) ".

Recentemente, il 'picco' è tornato alla ribalta a causa di un rapporto segreto del gruppo Future Studies del Centro tedesco per la trasformazione delle Forze Armate, un think tank militare che lavora per il ministero della Difesa di Berlino. Lo studio è stato pubblicato da "Der Spiegel", e preoccupa non poco coloro che sono meno abituati a questo tema e alle sue implicazioni geopolitiche.

Il rapporto tedesco conclude che "le esportazioni di petrolio disponibile attraverso il mercato della domanda e dell'offerta si ridurranno" e che la necessità di una diplomazia del petrolio aumenterà vertiginosamente a causa della geo-politicizzazione del petrolio .
La crescente scarsità di cui parlano i tedeschi è associata ad "un livello quasi costante della produzione di petrolio, che è fissa all'interno di una banda che è iniziata nel 2004", sottolinea Luís de Sousa. Questa "banda" di variazione viene chiamata da molti specialisti, con un certo umorismo, "un altopiano ondulato" (undulating plateau). Il significato è che in questo altopiano, le variazioni di produzione oscillano, come un'onda, di anno in anno, indipendentemente dalle variazioni di prezzo. La crisi attuale, sulla cui fine si continua a dibattere, "farà probabilmente prolungare questo periodo ondeggiante, dando luogo ad un appiattimento dove altrimenti ci sarebbe stato un picco significativo".
Più importante del picco stesso o del plateau di produzione è la quantità di petrolio disponibile sul mercato internazionale, o in altre parole, ciò che è disponibile per l'esportazione al di là di ciò che viene consumato da coloro che producono il petrolio. "Il massimo delle esportazioni è stato raggiunto nel 2005, ad un livello pari a 44 milioni di barili al giorno (mbg). Da allora, l'esportazione è entrata in un declino lento, ma irreversibile," dice lo specialista ASPO. Attualmente le esportazioni ammontano a 42 mbg, e nel 2020 le esportazioni nel 2020 le esportazioni saranno probabilmente sotto i 35 mbg. Luís de Sousa aggiunge anche che nella contesa per il petrolio disponibile nei mercati internazionali, un cambiamento è in atto. "Vi è un trasferimento di consumo dai paesi che costituiscono l'OCSE (paesi industrializzati) a quelli emergenti .- Se nel 1990, la metà del petrolio prodotto veniva consumato dall'OCSE, oggi questa frazione è scesa a 1 / 3". Il mercato mondiale è stato capovolto.
Questi cambiamenti strutturali a lungo termine, derivanti dalla scarsità di questo bene e dai crescenti rischi geopolitici (inclusi quelli di navigazione negli stretti strategici), sono stati ulteriormente modificati, negli ultimi anni, da quella che fu soprannominata la "finanziarizzazione" del mercato dei futures sul greggio. Ciò è accaduto quando gli speculatori finanziari soprannominati "Wall Street refiners" sono entrati nel mercato, comprando e vendendo "barili di carta", causando un disturbo supplementare nel settore del mercato, con a volte oscillazioni "selvagge".

Il settore più debole per i cinque paesi più vulnerabili della zona euro (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) è il settore dei trasporti, in particolare quelli su strada. "Questa dipendenza può derivare dalla posizione geografica, dall'inadeguata pianificazione urbana e nazionale o da entrambe le cose", spiega Luis de Sousa. Egli raccomanda di aumentare le modalità marittima e ferroviaria di trasporto; non è sufficiente modernizzare le infrastrutture elettriche o favorire altre fonti di energia.

venerdì 24 settembre 2010

Crescita.

La crescita non può durare per sempre.

Politici ed economisti non possono ammetterlo ma le leggi fisiche valgono a prescindere da quello che ci dice l'ultimo sondaggio. La Terra ha un quantità finita di risorse fatto che un giorno limiterà la crescita della nostra economia.
....
.... Altri credono ferventemente che la tecnologia ci salverà ancora una volta, che questo primate intelligente troverà sempre un nuovo strumento che ci aiuterà a estrarresempre più  roba dal pianeta. Ridono degli avvertimenti del reverendo Thomas Robert Malthus, che ha messo in guardia nel 19 ° secolo che la popolazione avrebbe superato la capacità di produzione di cibo, conducendoci a periodiche ecatombe a causa di guerre, carestie e pestilenze.

giovedì 23 settembre 2010

La formula IPAT.

Ho ascoltato, e riascoltato, il dibattito sull'ambiente tenuto nella terza giornata della Scuola Luca Coscioni. Il titolo del dibattito è Ambientalismo, demografia e libertà. Intervengono il nostro amico Andrea Furcht e l'economista Edoardo Croci. Ne nasce un balletto di contenuto lomborghiano solo in parte corretto dalle domande del pubblico che mostra maggior maturità dei relatori in materia di popolazione, risorse e ambiente.
Molto deludente.
In particolare da segnalare l'errore persistente del demografo Furcht che cerca di spiegare che nella formula IPAT,

            I = P*A*T
Impatto ecologico = Popolazione x Affluence x Tecnologia

T, cioè la tecnologia sarebbe "al contrario" cioè più tecnologia usiamo meno impatto sull'ambiente si causa. Questa è una cosa che Furcht dice da diverso tempo senza che nessuno gli dica nulla, a parte quando sono presente io. Ora se colui che ha proposto la formula IPAT avesse voluto dire quello che dice Furcht avrebbe scritto la formula diversamente:

              I = P*A/T

Cioè con la T a dividere. Non l'ha fatto perché non è vero. Più tecnologia significa maggiore impatto ambientale. Basta confrontare l'impatto dell'aratura con i buoi e quella con i macchinari moderni. Quindi quello che dovrebbe dire Furcht è che siccome ogni tecnologia è impattante si dovrebbe sempre scegliere quella che lo è meno, è più efficiente, inquina meno ha un amggiore Ritorno sulle Risorse Investite per crearla rispetto a tecnologie omologhe ecc ecc.
Qui si viene dunque al tema delle tecnologie appropriate che è un vecchio cavallo di battaglia ambientalista. Ma resta il fatto che PIU' TECNOLOGIA = MAGGIORE IMPATTO AMBIENTALE e la T può stare tranquillamente a moltiplicare e non a dividere.

P.S. Paul Elrich e Joh Holdren proposero la formula nel 1971.