martedì 14 ottobre 2014

Genova per noi ....

... che stiamo in mezzo alla campagna
e abbiamo il sole in piazza pochi giorni
e il resto è pioggia che ci bagna.

Queste le parole di una canzone di Paolo Conte resa popolare da Bruno Lauzi negli anni '70. Evocativa. C'è Genova, c'è la pioggia che bagna noi, ma porta via loro. Con questo motivo in testa in questi giorni mi chiedevo come sia possibile il ripetersi di queste catastrofi e al tempo stesso il perdurare di un modo di affrontarle totalmente inadeguato. Da parte di tutti, non solo dei politici e dei tecnici, ma anche da parte dell'uomo qualunque. Quello con cui si discute al bar o in treno.

Cosa rappresenta Genova oggi?

Quello che rappresentano tutte le altre catastrofi climatiche che avvengono con frequenza sempre maggiore da diversi anni a questa parte. Genova ci ricorda oggi che prima ci sono stati nubifragi seguiti da inondazioni a Imola e nel Gargano (2 morti) in settembre, Refrontolo in provincia di Treviso il 2 agosto (4 morti), in privinvia di Ancona (3 morti) in maggio, in provincia di Pisa e a Modena (1 morto) a gennaio. In Sardegna con 18 morti nel novembre del 2013. Nel 2012 c'era stata la bassa Maremma toscana (6 morti) e nello stesso periodo altre alluvioni in provincia di Massa Carrara (1 morto) e Orvieto.Nel 2011 nella provincia di Messina (3 morti) e sempre quell'anno, in novembre, di nuovo Genova (6 morti). Il 25 ottobre del 2011 nelle Cinque Terre, Val di Vara e Lunigiana (13 morti). In Piemonte nel 2009 ci furono 23 morti e 11 dispersi molte migliaia di sfollati. Fino a Sarno nel 1998 con 159 morti. Si potrebbe continuare il conteggio. Gli eventi sono presi da una lista impressionante che ho trovato su una lista delle inondazioni in Italia su Wikipedia. E magari non è completa.

Si dovrebbe continuare riportando le catastrofi climatiche nel Mondo, spesso molto più mortifere di quelle che abbiamo sofferto in Italia. Ne vengono riportate in tutto il mondo: Australia nel 2012 e nel 2013, in Europa con lo straripamento di grandi fiumi grandi e piccoli, negli Stati Uniti, in Cina e nel subcontinente indiano.

Cosa hanno in comune tutte queste catastrofi?
1) L'aggravarsi degli effetti del riscaldamento climatico causato dall'uomo, con i fenomeni estremi che aumentano di intensità e frequenza
2) Il fatto che questi fenomeni colpiscono in territorio profondamente modificato dall'urbanizzazione e dalla trasformazione dei biomi naturali per scopi dettati dalle necessità umane, agricoltura, pascolo, industrializzazione, canalizzazioni ecc.
3) In alcune parti del mondo (e in particolare da noi in Italia) l'incuria nella gestione del territorio.
4) La lentezza ad intervenire degli Stati e degli Enti preposti a causa di una crescente complessificazione istituzionale.

Per quanto riguarda quest'ultimo punto il caso di Genova è tipico. La complessità dei meccanismi necessari per far partire i lavori di riassetto è tale che ci vogliono anni per prendere una decisione che alla fine non viene presa. Tutti i passaggi che hanno finito per rendere il sistema ingestibile sono stati probabilmente introdotti a fin di bene per garantire la libertà di impresa, la trasparenza degli appalti, l'efficienza degli interventi, il controllo sui flussi di denaro ecc, ecc ma alla fine bloccano tutto. E' una legge dei sistemi complessi l'aumento di complessità è un modo di risolvere i problemi, fino ad un certo punto. Superata una certa soglia l'effetto di ulteriore complessificazione è controproducente, ma a quel punto il sistema non può più tornare indietro e, generalmente, si ha una rapida semplificazione involontaria, cioè un collasso. Il Joseph Tainter ha formulato questa legge dei ritorni decrescenti della complessità e l'ha applicata in diversi contesti, dalla caduta dell'Impero Romano all'incidente della Deep Water Horizon nel Golfo del Messico. E' una legge che sia applica sia alle tecnologie, che alle istituzioni.

Detto questo non ci dobbiamo fossilizzare solo osulle cause prossime, quelle indicate nel punti 3) e 4), ma riflettere informati sulle cause più remote la 1) e la 2) che insieme sono a loro volta l'effetto di un overshoot della nostra specie data da esplosione demografica e consumismo. Generalmente nel dibattito politico ci si ferma alle cause prossime ed è tutto un proliferare di accuse incrociate senza grossi risultati.

Sarebbe invece il momento di fermarsi a riflettere sul destino della nostra società nel suo complesso, sulla sua sostenibilità ecologica, energetica e sociale.
Certo è più facile prendersela con Renzi perché non ha fatto qualcosa in tempo, con Burlando perché si è parato il culo piuttosto che prendersi delle responsabilità, con le lungaggini della giustizia, con il bizantismo delle procedure, con il sistema delle gare di appalto. Tutte cose dove i più dotati potranno sfoggiare una conoscenza tecnica tanto approfondita quanto inutile. Alla fine ci ritroveremo di nuovo a guardare sbigottiti altre strade trasformate in fiumi di fango, altri mucchi di automobili, altri funerali. Ognuno con le proprie certezze.

Cosa potrebbe succedere se invece nell'opinione pubblica si cominciasse a considerare altro? E' possibile vivere su un territorio con una popolazione continuamente crescente? Non vi fate ingannare la popolazione italiana non è in calo e se lo è (perché poi nessuno ha realmente i numeri esatti) lo è in misura irrilevante rispetto all'impatto ambientale che essa ha sul territorio. E' possibile continuare a consumare materia ed energia nel modo in cui siamo abituati? Ed è possibile fare questo mentre altri popoli che contano miliardi di altri umani vogliono entrare a far parte del banchetto? Possono gli ecosistemi terrestri sopportare altri decenni di crescita materiale di una singola specie? Ha senso continuare con il mantra della crescita economica quando è chiaro quanto il sole che il problema è la crescita dei consumi e della popolazione, cioè la crescita?

Ponendosi queste domande si potrebbe anche arrivare a farsi un idea delle cose che ciascuno di noi sia esso sindaco o presidente del consiglio, potrebbe e dovrebbe fare per evitare altri sbigottimenti funerei.

domenica 12 ottobre 2014

La vera causa e il capro espiatorio.

Quando si parla di crisi, sia di quella economica che di quella ecologica, ognuno ha una causa preferita. C'è la finanza predatoria, l'euro, le banche, la fed, i cinesi, gli immigranti (i nuovi barbari), i fondamentalisti islamici, le religioni monoteiste in genere, il capitalismo, il libero mercato, il mercato tout court, l'esplosione demografica, la decrescita demografica, l'anidride carbonica, i nitrati, i fosfati, il petrolio, il cambiamento climatico, l'allentamento dei vincoli morali nella società, l'educazione carente, le nuove tecnologie, la mancanza di innovazione, l'eccesso di tecnologia e la sua mancanza, i vincoli alla ricerca, la troppa libertà di ricerca, le disfunzioni dell'amministrazione, quelle del sistema giudiziario, l'eccesso di centralizzazione, l'eccesso di decentralizzazione. Una situazione che ricorda un po' l'enumerazione delle "cause storiche della caduta dell'Impero Romano d'occidente" che si contano a centinaia.
La scimmia e la capra.

In un mondo complesso non potrebbe essere diversamente. Ma il fatto che ciascuno insista su un aspetto particolare rivela la natura monodimensionale e lineare del nostro modo di vedere la realtà. Ogni scelta che facciamo di una particolare causa è una semplificazione tranquillizzante. E' il classico capro espiatorio. Il domidio economico, la scienza, la religione e tutte le altre cause elencate e molte altre, tutte brutte e cattive. Se solo potessimo liberarci di queste catene saremmo tutti bravi e buoni (e probabilmente anche belli) e collaboreremmo, liberi da ogni egoismo, per costruire finalmente il paradiso in terra (senza precluderci la possibilità di entrare poi in quello in cielo, il più tardi possibile).

Purtroppo non funziona e non ha mai funzionato. C'è qualcosa a monte, nell'hardware, di Homo sapiens. Lo ha evidenziato qualche giorno fa su facebook una mia amica musicista, ma con una solida formazione naturalistica (è possibile), riportando una citazione dell'etologo e primatologo Frans de Waal e attualizzandola.

Being both more systematically brutal than chimps and more empathetic than
bonobos, we are by far the most bipolar ape. Our societies are never completely peaceful, never completely competitive, never ruled by sheer selfishness, and never perfectly moral.

― Frans de Waa.
(Essendo più sistematicamente brutale degli scimpanzé, e più empatici dei bonobo, siamo la scimmia maggiormente bipolare. Le nostre società non sono mai completamente pacifiche ne mai completamente competitive, mai guidate dal puro egoismo e mai perfettamente morali).

E Flavia Barbacetto commentava.

"Mentre centinaia di operatori sanitari rischiano la propria vita per salvarne altre in Africa, un ragazzino di 14 anni giace sul letto di in un ospedale di Napoli dopo essere stato brutalmente seviziato da altri esseri umani. L'insolubile dicotomia che grava sulla nostra specie continua ogni giorno di più a lasciarmi attonita."

Ecco ora anche io ho la mia causa preferita. So dove sia, ma non so esattamente cosa sia.





sabato 4 ottobre 2014

Divergenza.

Mi sembra che ci sia una tendenza in atto alla divergenza delle opinioni e perciò alla radicalizzazione delle posizioni. Da una parte c'è chi vede lo svolgersi di tutte le catastrofi prevedibili e previste: il clima, la sesta estinzione di massa, altre catastrofi ambientali e socio-economiche tutte riconducibili ad un evento: il raggiungimento dei limiti biofisici della crescita umana, cioè l'overshoot, il superamento della capacità di carico, la tracimazione ecologica. Dall'altra parte ci sono coloro che perseguono la e credono nella ripresa del cammino plurisecolare di progresso e sviluppo della nostra specie, considerano la crisi attuale come una delle tante fasi di stasi cui seguirà, grazie all'innovazione tecnologica e politica, una nuova fase di crescita e sviluppo.

Pessimisti contro Ottimisti.



Nel mezzo vedo, in occidente una massa semiaddormentata di persone che affogano le loro angosce nelle residuali orge del consumismo (cfr IPOD6), nel mondo in via di sviluppo: una massa ancora più grande di formichine idealmente proiettate verso l'impossibile orgia consumista, nei paesi poveri una corsa al si salvi chi può, fra epidemie di Ebola, malnutrizione, miseria, e tentativi di migrazione, che spesso finiscono in fondo al mare, verso i paesi ancora ricchi.

I Pessimisti vedono il caos e la catastrofe avvicinarsi. Gli Ottimisti ribattono con il consueto sorrisino condiscendente che: si ci sono dei problemi, ma è sempre stato così, ed è una presunzione di ciascuna generazione lidea di vivere in un periodo eccezionale. Oltre a credere nell'esistenza della Terra Piatta e Infinita, un luogo nel quale quando si è sfruttato un'area ci si sposta e si comincia a sfruttarne un'altra, credono anche nella Storia Piatta. La realtà storica darebbe ragione alla presunzione di "tutte le generazioni" solo nel secolo scorso l'umanità ha vissuto un paio di catastrofi maggiori: la prima e la seconda guerra mondiale, e solo i nati dopo il 1945 in occidente possono dirsi indenni.
Il Pessimista elenca i segnali negativi, molti, l'Ottimista si butta sui tecnicismi. Il Pessimista parla di proiezioni e l'Ottimista ribatte con i dati attuali, l'unica cosa che conosce insieme a quelli del passato, e per lui il futuro è l'estrapolazione del passato dato che la Storia è piatta.

Non credo che ci sia un possibile punto d'incontro, una mediazione, possiamo fare tutti gli sforzi, ma le posizioni sono inconciliabili anche quando, e a me capita, si mantiene un livello di dibattito civile.

Gli Ottimisti hanno, nei confronti della massa, dormiente o freneticamente impegnata, un grande vantaggio: sono ottimisti. Hanno una narrativa vincente perché narcotizzante.

Purtroppo la capacità di reazione alla crisi che verrà (ah io mi colloco fra i pessimisti quindi do per scontato che si sia in una fase immediatamente precedente al collasso) dipende in gran parte dalla conoscenza dei problemi che la determinano, quelli che i Pessimisti continuano a ripetere da decenni. Non dipende, o dipende in minima parte, da una nuova esplosione di innovazione tecnologica che ci porterà a sostituire il petrolio con il sole e il vento, dipende da quanto sappiamo sul funzionamento degli ecosistemi terrestri e sugli effetti che su questi ha il metabolismo sociale ed economico umano.

Ma come fare per rendere questo sapere operativo? Come svegliare la massa narcotizzata? Io non ho una risposta perché vedo che anche i tentativi di coinvolgere le persone comuni in un processo virtuoso di transizione verso la sostenibilità, non mobilita che minoranze infime, e non modifica che in modo impercettibile la rotta del Titanic.

La risposta degli iper-pessimisti la conosco, è facile: "siamo fregati, aspettiamo il collasso", quindi me la potete risparmiare.

venerdì 26 settembre 2014

La missione impossibile

Archiviata la marcia per il Clima del 21 settembre cosa si può dire?
Chi l'ha organizzata ed è sceso per le strade la considera comprensibilmente un successo. A me 1 milione, o poco meno o poco più, a livello mondiale mi sembra sempre il solito "qualcosa per mille" che sono in grado di mobilitare le cosiddette battaglie ambientaliste a meno che non siano manifestazioni NIMBY (tutti sapete cosa vuol dire).

Evidentemente l'uomo continua ad essere quello descritto all'inizio de "I limiti dello sviluppo". La maggior parte di noi si occupa di cose che sono vicine nel tempo e nello spazio. Ciò che viene percepito lontano spazialmente o temporalmente ha un "tasso di sconto" molto penalizzante tanto da non avere valore qui ed ora.

Si fanno le marce per spingere i governi a spingere l'ONU a stringere un trattato fra centinaia di nazioni per limitare le emissioni di gas serra. Una missione impossibile. Ma non si fa nulla per spingere i governi a riflettere sulla possibilità di adottare un'agenda demografica in relazione alle risorse disponibili. Nessuno che chieda ai governi e ai parlamenti di riflettere sulla capacità di carico dei propri territori. O, se vogliamo, sulle possibili diverse capacità di carico che si possono prevedere in funzione di uno sviluppo tecnologico possibile e l'inevitabile progressivo declino della qualità di molte risorse essenziali. Dell'impronta ecologica rimane sempre e solo il Consumo e la Tecnologia. Quest'ultima spesso in posizione ambivalente, perché in quanto motore di efficienza riduce l'impatto, anche se ha storicamente aumentato i consumi. Mentre sul consumo la maggior parte degli ambientalisti ha una atteggiamento moralista riassunto nella definizione stessa della società consumista. 

La popolazione è, direbbero le persone uscite dalle scuole di studi sociali ed economici, un dato esogeno. Non modificabile. 

Si tratta di uno scotoma culturale che, quando viene evidenziato, provoca reazioni irritate o elucubrazioni giustificative da parte di persone con diversa ideologia, religione ed etnia. 



La natalità non si tocca. Per i cattolici c'è sicuramente il fatto che si va a sfruculiare il tabù del sesso. Per i liberali c'è il tabù dell'intromissione nelle libertà individuali, per i comunisti il mito della massa buona, intelligente e operosa, e in tempi recenti anche eco-sostenibile, che si genera dalla liberazione dall'odiato capitalismo. Per gli islamici estremisti c'è il bisogno, in mancanza di tecnologie adeguate, di combattere la jihad con la population womb (Cit. Arafat, che non era islamico, ma il concetto è chiaro). I mussulmani non estremisti, ed evoluti, sono, forse, i meno peggio perché non hanno il tabù cristiano della separazione fra piacere sessuale e procreazione. E poi ci sono i paesi di cultura confuciana che sono assai meglio su questo tema. Almeno lo hanno affrontato. Per qualche motivo, a me non del tutto chiaro, ho incontrato resistenze perfino da parte degli Atei Agnostici Razionalisti quando gli ho proposto un Malthus day. Malthus è anatemizzato per sempre da tutti.

Ma non dimentichiamoci che Malthus deve essere ricordato non perché le sue previsioni a breve sono risultate sbagliate, ma perché ha evocato la possibilità di un overshoot ecologico che, puntualmente, superata l'ubriacatura da combustibili fossili si sta ripresentando con gli interessi, sotto forma della stessa combinazione proposta da Malthus, popolazione vs risorse disponibili. 

martedì 16 settembre 2014

Ucraina e dintorni.

Jacopo Simonetta

La guerra provoca forti e spesso insane reazioni e quella in corso in Ucraina non fa eccezione.    Così, invece di sostenere le ragioni degli uni o degli altri, vorrei qui attirare l’attenzione su di una serie di aspetti ed implicazioni che la stampa tende a trascurare.   L’elenco non sarà certamente esaustivo, né si pretende di conoscere come davvero stiano le cose; tanto meno come si evolveranno.   Semplicemente, l’intento è di proporre degli argomenti di riflessione.
Premessa ad ogni ragionamento dovrebbe essere un dato fondamentale e totalmente ignoto: Come andranno a finire le cose sul campo?  
Personalmente, credo che sia realistico ipotizzare che questa fase acuta si concluderà su di una linea del “cessate il fuoco” che diventerà una frontiera di fatto, anche se mai formalmente riconosciuta.   Gli impatti di una tale situazione sul resto del mondo dipenderanno poi molto da quanto i vari governi coinvolti risulteranno dipendenti dai rispettivi partiti nazionalisti.   Potrebbe infatti risultare una situazione alla “georgiana” in cui, superata la fase acuta, si ristabiliscono relazioni quasi normali, perlomeno fra i paesi non direttamente coinvolti; oppure “alla coreana”, con un vero e proprio fronte di guerra, sia pure congelato a tempo indeterminato.
Molti altri sono gli scenari possibili, ma credo che qualcosa di questo tipo sia molto probabile e su questa ipotesi si basano le speculazioni che seguono.

Una prima considerazione che mi pare interessante è la seguente: la divisione dell’Ucraina in due parti, una legata alla Russia e l’altra all'Europa, era nell'aria fin dallo scioglimento dell’URSS ed avrebbe potuto essere una soluzione obbiettivamente ragionevole; perché dunque arrivare all'attuale situazione?   Ancora pochi mesi addietro Russia, Europa ed USA avrebbero probabilmente potuto imporla di comune accordo ad un governo ucraino che  ha ereditato da Yanukovich la situazione politico-economica peggiore possibile.
Si può discutere all'infinito sul perché questo non sia accaduto e su chi ne abbia la responsabilità maggiore, ma il fatto per me saliente è che una soluzione condivisa da quasi tutti (probabilmente anche in Ucraina) è definitivamente tramontata non tanto per la cosa in sé, quanto per i mezzi utilizzati per raggiungere tale scopo.   Mezzi che stanno ingabbiando tutti in un gioco delle parti sempre più vincolante.   Una situazione estremamente pericolosa perché facilmente può condurre i governi ad azioni molto più drammatiche di quelle inizialmente pianificate.
Un secondo gruppo di questioni è rappresentato da come questa crisi stia ridisegnando le mappe geopolitiche del mondo.
Da un lato abbiamo l’Europa che, fedelissima alla sua tradizione, si presenta all'ennesimo appuntamento con la storia divisa e sbandata.   In prima, grossolana approssimazione possiamo individuare quattro partiti: Il primo comprende soprattutto i paesi baltici, la Polonia, gli scandinavi e l’Inghilterra che propongono un intervento deciso, foss'anche militare.   Il secondo ha il suo vessillifero nella Germania, che vorrebbe in tutti i modi salvare i suoi ottimi rapporti commerciali con la Russia.   Il terzo comprende invece l’Ungheria (oltre a parte dell’opinione pubblica euro-occidentale) che tifa apertamente per Putin, sperando in una sua vittoria come prodromo di rischieramento dei paesi europei sotto l’egida del Cremlino.   Infine il quarto partito comprende paesi che, come l’Italia, vorrebbero dare la priorità agli interessi commerciali, ma non osano dirlo.
  Tutto ciò influenza, ovviamente, i rapporti fra i governi UE.   Negli anni scorsi la Germania, forte del suo prestigio politico e della sua forza economica, ha assunto una sorta di leadership informale in seno all’Eurogruppo, ma il degenerare delle situazione alle frontiere orientali dell’Unione ne stanno erodendo il prestigio e rinforzano i ranghi di coloro che sono insofferenti di tale primato e delle politiche che ne derivano.   Si giungerà ad un isolamento del governo Merkel,. ad un cambio di leadership e, dunque, di indirizzo politico dell’EU?   Possibile, ma comunque di limitata rilevanza globale poiché l’Europa ha perduto negli anni ’90 l’occasione per costruirsi una politica autonoma.   Man mano che le crisi (politiche e militari all'estero, economiche e sociali all'interno) si aggravano, gli spazi di manovra si restringono e la posta si alza.   Ne consegue che la cronica divisione degli europei e la loro completa dipendenza militare dagli USA ci stanno rapidamente riportando ad una situazione di totale sudditanza da una potenza straniera che, però, non è più l’America vincente della seconda metà del XX° secolo, bensì la potenza in declino della prima metà del XXI.   Di qui il desiderio di alcuni di abbandonare una barca che fa evidentemente acqua per saltare su di una che, affondata 30 anni fa, sta oggi cercando di recuperare parte dell’impero perduto con una politica di potenza finanziata perlopiù cedendo la più strategica delle sue risorse (l’energia) a paesi che ostacolano tale intento, pur non esitendo a finanziarlo.
Sul piano economico, conosciamo la melma “postpicco” in cui si dibatte l’Europa e certamente il peggioramento delle relazioni con la Russia non può che aggravare la situazione nel breve termine, ma sulla tanto temuta eventualità di un taglio delle forniture energetiche pesa il semplice fatto che l’economia russa dipende da quella europea ancor più di quanto quella europea non dipenda da quella russa.   Un fatto questo molto positivo perché, indubbiamente, rappresenta un freno per tutti gli attori coinvolti.
Un fatto curioso a questo proposito è che, mentre ha avuto molta eco l’offerta del tutto immaginaria degli USA di fornire all'Europa il gas attualmente comprato in Russia, pochissima eco ha ricevuto l’analoga proposta avanzata dall'Iran.   Una proposta questa difficile, ma certamente meno fantastica di quella americana.   Ma, soprattutto, una proposta che, incrociandosi con le trattative sul nucleare e con le vicende belliche in Medio Oriente, potrebbe contribuire a modificare molti degli equilibri-chiave storicamente consolidati.
Veniamo quindi agli USA che hanno sempre lavorato per indebolire la costruzione europea e che, in questi ultimi anni, hanno attaccato massicciamente la nostra moneta per sostenere la loro.   Di fronte al degradarsi della situazione in uno scacchiere che si credeva stabile, si trovano improvvisamente nella situazione di avere di nuovo bisogno degli europei.   Politici abili potrebbero sfruttare quest’opportunità, ma dubito che ce ne siano.   Indipendentemente da ciò, gli USA si trovano di fronte al fatto che non potranno affrontare gli enormi costi connessi con il mantenimento dello status di “unica iper-potenza mondiale” conquistato nel 1989 ancora per molto.   Naturalmente lo negano, ma lo sanno benissimo.   Solo che la loro scelta di un’alleanza strategica con la Cina si è rivelata un boomerang ed il colosso asiatico, adesso che si sente abbastanza sicuro del fatto suo e che  a sua volta è messo alle strette dagli effetti globali del “picco di tutto”, non nasconde più le sue mire imperialistiche.   Mire che, necessariamente, potranno essere soddisfatte solamente sottraendo “province” al fatiscente impero americano.
Di qui la strategia di Obama, tesa a spostare il fulcro dell’azione politico-militare americana in Asia; strategia messa a dura prova dall'esplodere contemporaneo della duplice crisi in Ucraina ed in Medio - Oriente (collegate fra loro tramite il possibile ruolo dell’Iran in entrambe)
E veniamo alla Russia.   Se da un lato l’opposizione filo-occidentale è stata praticamente silenziata dagli arresti degli anni scorsi e dall'attuale ondata di popolarità di Putin, dall'altro il presidente si trova oramai legato alle fazioni più fortemente nazionaliste dell’opinione pubblica.   Una situazione che al momento gli conferisce grande forza, ma che ne vincola moltissimo le possibilità di manovra.
Un altro fatto interessante è che, mentre smantella le organizzazioni filo-occidentali sul suo territorio, Putin sta attivamente cercando di ricreare una rete di gruppi politici a lui favorevoli in Europa.   Niente di nuovo, né di diverso da quello che fanno i paesi occidentali in Russia; la novità è semmai che, mentre tradizionalmente i sostenitori del Cremlino in occidente erano i partiti di matrice marxista, oggi il governo russo sta stringendo alleanze con partiti come lo Yobbik, Forza Nuova, Front National, Alba Dorata ecc.,  unici ospiti occidentali all'importante convegno promosso dal governo russo, guarda caso a Yalta.
Un altro dato su cui riflettere è che l’attuale crisi ucraina è nata dalla politica idiota di Yanukovich in merito all'adesione all'Unione Euroasiatica; progetto geopolitico su cui Putin aveva fondato tutta la sua strategia di lungo termine.   Ma all'Unione Euroasiatica per adesso hanno aderito solo due paesi: la Bielorussia ed il Kazakistan, i quali hanno però posto una serie di condizioni che il governo russo non deve aver gradito: in particolare la piena libertà di intrattenere qualsiasi rapporto commerciale con qualsiasi altro partner e possibilità di uscire dall'accordo; ma soprattutto l’esclusione dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud dal trattato (paesi che peraltro nessuna delle repubbliche ex-sovietiche ha riconosciuto, come del resto nessuna ha per ora riconosciuto l’annessione della Crimea).     Mentre la Bielorussia gioca il ruolo del mediatore politico e, soprattutto commerciale, fra Nour Sultan e Putin sono già volate reciproche minacce, neanche troppo velate.   Un fatto importante perché mentre la Bielorussia è un paese sfinito, come l’Ucraina, il Kazakistan sta cavalcando l’onda del suo petrolio scadente e costoso, ma pur sempre relativamente abbondante.
Un aspetto del puzzle che ci porta a considerare gli aspetti energetici della crisi.   Oltre alla citata questione delle forniture di gas all'Europa, si è data molta enfasi all'accordo di fornitura di gas siberiano alla Cina.   In realtà, dietro la fumata propagandistica per il momento c’è ben poco arrosto: i quantitativi sono minimi rispetto a quelli venduti in Europa e provengono da giacimenti comunque troppo lontani per raggiungere l’EU.   In effetti, era una trattativa già avviata e la crisi ucraina ha permesso ai cinesi di spuntare un prezzo migliore, mentre hai russi ha dato un buon argomento per la loro propaganda interna ed estera.
Rimane però vero che, in una prospettiva di medio periodo, la Cina potrebbe davvero diventare il mercato principale dell’energia russa, lasciando “al buio ed al freddo” un Europa sempre più avvitata fra crisi socio-economica, incapacità politica e  risorgere di nazionalismi.
Sarebbe un’impresa lunga e costosa, ma probabilmente possibile, soprattutto perché potrebbe fornire alla Cina la possibilità di giocare il ruolo di “terzo che gode fra i due litiganti”.   Infatti, una simile evenienza lascerebbe la Russia totalmente dipendente da un vicino che anziché un “un nano politico e gigante economico” in via di ridimensionamento, sarebbe una potenza imperiale emergente con concrete possibilità egemoniche sul buona parte del pianeta.   E’ vero che la crisi “postpicco” globale ha già segnato anche la Cina e che tale situazione non potrà che peggiorare, ma è anche vero che altri stanno facendo di tutto per accelerare il proprio declino, cosicché la posizione cinese potrebbe anche migliorare in rapporto alle altre potenze, almeno per un certo periodo.   E certamente satellitizzare la Russia potrebbe essere un’ottima carta per la Cina.   A questo proposito, viene da ricordare il fatto che poco più di un secolo fa la Cina fu facilmente soverchiata perché, certa della sua grande potenza storica, sottovalutò grossolanamente le capacità delle potenze allora emergenti.   Oggi alcuni fra i vincitori di allora stanno probabilmente facendo l’errore eguale e contrario ed i russi sono probabilmente fra questi.
  In conclusione, è presto per dire se tornerà una sorta di “Guerra Fredda, n.2”, ma di sicuro la frattura fra occidente e Russia c’è stata e probabilmente non sarà sanata presto; è anzi possibile che col tempo tenda ad allargarsi ancora.   Ciò cambierà gli equilibri e le alleanze a livello mondiale.   In occidente, probabilmente favorirà la crescita dei partiti di estrema destra e nazionalisti, ma potrebbe anche ricompattare buona parte dell’opinione pubblica moderata attorno ad un Patto Atlantico oggi quanto mai sbiadito.   In fondo, la paura di un nemico esterno (prima nazista e poi comunista) ha avuto un ruolo fondamentale nel compattare e far funzionare le democrazie occidentali per buona parte del XX secolo.    Un ottimista potrebbe anche spingersi a pensare che tale situazione potrebbe indurre europei ed americani ad abbracciare finalmente una decisa politica di riduzione dei consumi energetici e di sviluppo di energie rinnovabili effettivamente funzionali.   Un pessimista potrebbe invece pensare che la situazione indurrà i governi a lanciare anche in Europa avventure suicide come il fracking e simili, ma in ogni caso i progetti di sfruttamento commerciale dell’Artico subirebbero una brusca fermata ed almeno questa potrebbe essere una buona notizia.
  Inoltre, sarebbe la fine della globalizzazione, col il ridisegnarsi delle rotte commerciali e migratorie su basi principalmente politiche anziché esclusivamente commerciali.   Un terremoto che travolgerebbe molte imprese, ma che potrebbe anche aprire delle nicchie per attività economiche meno ciecamente distruttive di quelle oggi di moda.
  In sintesi, questa crisi sta indebolendo contemporaneamente l’Europa e la Russia a vantaggio di USA e Cina.   Se la situazione non si alleggerirà rapidamente, l’effetto principale sarà infatti che entrambi vedranno crescere la loro dipendenza da potenze “tutelari” sempre più disperatamente alla ricerca di risorse e di spazi politici da sfruttare per rallentare il proprio declino (USA) o per rilanciare la propria scalata all'egemonia globale (Cina).   Entrambi hanno già ampiamente dimostrato di essere dei validi alleati contro minacce provenienti da altri “imperi”, ma anche di non esitare a sacrificare le proprie provincie quando questo gli sia utile.    In altre parole, questa crisi indebolisce tutti a vantaggio del dipolo USA-Cina, due potenze divise su tutto, eppure visceralmente interdipendenti.
Chi vivrà vedrà.

domenica 7 settembre 2014

Pensierino della domenica.

Sentire la rassegna stampa ogni mattina conferma la mia opinione secondo cui le classi dirigenti politiche, imprenditoriali, sindacali, accademiche, culturali, etniche e religiose non hanno ancora capito in quale genere di crisi siamo. 

Mi rendo conto anche che la mia opinione non è né modesta né, tantomeno, umile. "Proprio te hai capito?". E' un problema che mi pongo ogni giorno davanti allo specchio. Il fatto lo spiega molto bene il passaggio di un libro che ho letto recentemente: "Natura in bancarotta" scritto da Wijkman e Rocktroem. Il secondo autore è un accademico svedese che da decenni si occupa di sostenibilità e ha fondato lo Stockholm Resilience Center, una istituzione interdisciplinare e transdisciplinare in cui si elabora strategie e visioni per un mondo sostenibile. 

Bene, Rockstroem ad un certo punto parla della difficoltà di trovare sia naturalisti che umanisti che abbiano una visione sistemica. Questa è, testualmente, il passaggio:

Da direttore di due organizzazioni che si occupano di sostenibilità e resilienza 
afferma: "devo faticare per trovare e assumere scienziati che comprendano appieno
le dimensioni sociali del loro lavoro, o economisti, politologi, antropologi, filosofi che capiscano appieno le dinamiche complesse del sistema biochimico del nostro pianeta.
Siamo ad un passaggio cruciale della storia dell'umanità: è ora di ammettere che la scienza, in base alla quale vengono prese molte delle decisioni che cambieranno il corso dello sviluppo umano, non si basa su soluzioni sistemiche."

La nostra società ha selezionato in funzione del grado di specializzazione. Negli anni cinquanta in un testo ormai dimenticato di futurologia ecologica e socioeconomica: "il futuro è già cominciato", Robert Jungk (L'autore anche del più noto "Lo stato Atomico") diceva che c'era bisogno di generalisti più che di specialisti. Da allora ad oggi solo lo specialismo è stato premiato. Forse non è colpa di nessuno, il sistema funziona bene finché i flussi di energia e materia dalla natura alla società sono facili e abbondanti e la natura è in grado di accogliere e metabolizzare senza grosse perturbazioni i rifiuti delle nostre attività. 

In un simile ambiente l'innovazione e lo sviluppo tecnologico incrementano efficacemente l'efficienza del sistema e i problemi, quando ci sono (e spesso ci sono) passano inosservati o possono essere trascurati.

Quando invece, come sta succedendo in questo inizio secolo, il flusso di energia e materia diventa viscoso e i cascami si accumulano nell'ambiente; come accade con la CO2 in atmosfera, i nitrati e i fosfati nel suolo e nei bacini idrici, la plastica nei giri oceanici, gli inquinanti tossici di origine sintetica nei suoli e negli organismi ecc, cresce il bisogno di una visione sistemica che è invece totalmente assente. Al tempo stesso la rincorsa tecnologica diventa sempre più inefficace a causa del noto (ma in certe circostanze ingnorato) principio dei rendimenti marginali decrescenti. Man mano che il sistema diventa più complesso trovare vie di uscita tecnologiche diventa più difficile e costoso. Il principio ha riscontri in ecologia, economia e termodinamica, ma nessuno ha il coraggio di tirare le somme: la tecnologia può ancora vincere qualche battaglia, ma ha perso la guerra.

La tecnologia si applica a migliorare l'efficienza dei sistemi, ma se il sistema è sbagliato aumentarne l'efficienza è inutile.
 
C'è un aggravante che riguarda le classi dirigenti, coloro che per ragioni di capacità e/o fortuna hanno ottenuto risultati eccelenti nell'ambiente culturale iperspecialistico che si è solidificato nei secoli scorsi, vengono chiamati a risolvere problemi di cui sono tanto all'oscuro quanto l'uomo della strada, con l'aggravante di essere dotati di un'autostima debordante che li rende ciechi rispetto a qualsiasi limite culturale possano avere. Un affare serio.

sabato 6 settembre 2014

Il paese degli elefanti.

Ho scritto questo libro per due motivi, il primo motivo, quello scatenante è la reazione nei confronti di coloro che vorrebbero far passare un interesse privato e circoscritto per un interesse generale. Qui parlo ovviamente dei vari agenti di public relations delle compagnie petrolifere a cominciare dall'ex presidente del consiglio Romano Prodi che in diversi interventi ha sostenuto che procedere ad estrarre (cioè a far estrarre dai suoi amici petrolieri) le ultime gocce di petrolio e le ultime bolle di gas nel nostro sottosuolo è di grande importanza strategica per l'economia del paese. La seconda ragione per cui ho scritto è che ad un certo punto, dopo un po' di anni che uno studia, o cerca di comunicare quello che ha studiato o si sente inutile. Quindi la querelle sulle riserve italiane è stata in fondo per me una scusa per parlare dei limiti delle risorse petrolifere e rinnovare il dibattito sulla base energetica della nostra società affermando che, come ha detto qualcuno, è meglio abbandonare il petrolio prima che lui abbandoni noi.

…dire che in Italia abbiamo quantità ingenti di idrocarburi, è come dire che l’Italia è il paese degli elefanti perché ci sono due elefanti allo zoo di Pistoia e altri 4 o 5 sparsi nei circhi. Non è così! E’ una frottola.