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sabato 16 gennaio 2016

Demografia e migrazioni.

di Jacopo Simonetta

Esiste una ristretta nicchia di persone che ritengono che il sistema economico globale attuale stia entrando in collasso e che questo provocherà conseguenze terribili sul piano sociale e politico.   Non sono molti, ma il loro numero sale, ma mano che l’evidenza dei fatti smentisce le promesse e le previsioni di chi, viceversa, sostiene che la crescita economica tornerà presto a risolvere tutti i nostri problemi.
Ma se c’è una cosa difficile per i “picchisti” è applicare le proprie idee non solo a scenari globali relativamente astratti, ma anche alle singole situazioni che si pongono “qui ed ora”.   Specialmente quando queste esigono risposte pratiche con conseguenze reali che coinvolgono direttamente le persone.  
Per fare un esempio, un conto è analizzare i dati globali per dire che la Terra è pesantemente sovrappopolata in ogni suo più remoto anfratto.   Un altro è decidere della vita propria ed altrui.    Perché di questo si tratta quando si parla di politiche demografiche.    
Queste si articolano infatti su tre livelli: controllo della natalità, controllo della mortalità, controllo dei flussi migratori.

Non è un caso se solo il primo livello (la natalità) ha avuto e continua ad avere un minimo di attenzione, sia pure con difficoltà.   Si tratta infatti di decidere se eventualmente impedire a qualcuno che ancora non esiste di venire al mondo.   Non si chiede a nessuno di andarsene all'altro mondo per aiutare i suoi compatrioti terrestri a restare in questo. 
Gli altri due aspetti, la mortalità e le migrazioni, sono invece assolutamente tabù per la buona ragione che, anche solo a parlarne, evocano sofferenza e morte.   Due fatti che sappiamo (o dovremmo sapere) imprescindibili dalla vita, ma che la nostra cultura e la nostra paura ci portano ad ignorare.   Eppure, nel mondo contemporaneo, un eventuale controllo delle nascite sarebbe certamente utile in alcuni paesi, ma in moltissimi casi sarebbe invece secondario o addirittura trascurabile, rispetto al ruolo determinante che oramai rivestono la mortalità e le migrazioni.

Ben sapendo di rischiare di offendere qualcuno, vorrei qui cercare di parlare del più appariscente dei due fattori demografici sopra citati: le migrazioni.
Sono queste un fenomeno antico quanto la nostra specie.   Quando in una zona si raggiungono limiti di sovrappopolazione, un certo numero di giovani parte a cercare una migliore fortuna altrove.  Se lungo la strada incontra popoli più agguerriti di loro, vengono uccisi.    Se viceversa incontrano territori poco popolati o genti meno agguerrite, si fanno largo ammazzando o sottomettendo gli autoctoni.   E’ esattamente in questo modo che l'umanità ha popolato l'intero Pianeta.    Ed è in questo modo che, durante tutto il XIX secolo, la traboccante popolazione europea è dilagata nel mondo intero.
Verso la fine del XX secolo, la situazione si è però rovesciata, con un crescente flusso migratorio verso l’Europa.    Il caso italiano è quello che ci riguarda più da vicino.

Durante gli anni ’80, la popolazione italiana si era stabilizzata attorno ai cinquantasei milioni e mezzo.   Poi, dall’89 (collasso degli stati comunisti) ha ricominciato a crescere grazie ad un’immigrazione dapprima modesta, poi sempre più intensa.   Una brusca accelerazione avvenne nel 2002, anno di approvazione della leggendaria “legge Bossi-Fini” che, evidentemente, ha favorito e non ostacolato il fenomeno.   Solo nell'ultimo paio d’anni si è verificato un rallentamento, dovuto alla crisi economica che rende il nostro paese meno attraente.    Ma il precipitare delle situazioni ambientali e politiche in molti paesi ha portato proprio nel 2015 ad un nuovo picco di arrivi.
I dati aggiornati non sono molto chiari, ma siamo all'incirca sessantadue milioni, con un tasso di incremento di circa 300.000 persone all'anno (senza calcolare i clandestini che non figurano in alcuna statistica).

E’ un bene od un male?     
A mio avviso, una simile discussione può avere senso solo partendo da pochi, ma importanti capisaldi:

1 – Chi lascia il suo paese, normalmente, lo fa perché costretto dalla miseria, o peggio.   Perciò non bisogna nascondersi dietro un dito ed essere ben coscienti del fatto che negare l’ingresso a qualcuno significa danneggiarlo, spesso in modo molto grave.

2 – Le migrazioni di massa sono appena cominciate, nei prossimi anni e decenni non potranno che aumentare.   Non bisogna illudersi
che il fenomeno si esaurisca da solo; ben al contrario si aggraverà.
3 – L’Italia, come tutta l’Europa, gode di un alto tenore di vita grazie ad una serie di vicende storiche e meccanismi di mercato che finora ci hanno permesso di appropriarci di risorse estere e distribuire globalmente i nostri rifiuti.    Ma il sistema economico sta rapidamente cambiando ed almeno in parte implodendo.   La crisi economica in Italia peggiorerà ed il nostro tenore di vita subirà una drastico ridimensionamento.   Disoccupazione e povertà stanno diventando la nuova normalità per un numero di persone che non potrà che crescere, anche se non possiamo sapere quanto e quando.

4 - Al contrario di quanto avvenuto in passato, questo flusso migratorio avviene in maniera del tutto disorganizzata ed inerme.    Almeno per il momento, non esiste quindi il rischio di un'invasione, bensì quello di un rapido incremento di popolazione in territori già ampiamente sovrappopolati con conseguente aumento degli stress sociali ed ambientali relativi. 

5 – La stragrande maggioranza degli immigrati non arriva fortunosamente in barca, bensì tranquillamente in aereo.   L’enfasi sugli sbarchi è quindi in buona parte una strategia di marketing politico.   Sia da parte di coloro che sono favorevoli, sia di coloro che sono contrari all'accoglienza.

Di fronte ad un fenomeno di questa portata e durata, le autorità pubbliche e le forze politiche non hanno trovato di meglio che applicare la ben nota “San Gennaro Help Me Procedure”.    Che consiste nel far entrare quasi tutti e lasciare che poi si arrangino senza dare troppo nell'occhio. 
Nel caso di persone giunte con mezzi di fortuna, come i famigerati “barconi”, per decenni chi riusciva ad approdare da qualche parte veniva parcheggiato da qualche parte.   Quindi si aspettava che si stufasse di aspettare non si sa che e si desse alla macchia, togliendo l’incomodo.   Fine del problema.
Non è polemica.   A livello accademico internazionale, si parla apertamente di un “modello Mediterraneo” descritto esattamente in questi termini.
Poco dopo che Francesco è asceso al Soglio Pontificio (combinazione?) la prima parte di questa procedura è stata però modificata.    Le autorità non si limitano più ad aspettare la gente per parcheggiarla da qualche parte, bensì la vanno a cercare per mare, mobilitando a tal fine imponenti mezzi, fra cui i rimasugli della Marina Militare.   Ovviamente, ciò ha contribuito a favorire un brusco aumento delle partenze e, quindi, anche dei naufragi.

Ora mi domando:   Visto che il governo ha deciso di facilitare in ogni modo possibile l’arrivo di migranti, per quale motivo continuare a finanziare la malavita organizzata ed attivare un costoso sistema di soccorso in alto mare?   Un sistema che, fra l’altro, riduce, ma certo non elimina i naufragi?

Molto più semplice, economico ed efficace sarebbe istituire linee regolari di traghetti.   Per i migranti rappresenterebbe una vera sicurezza ed un risparmio; per noi un considerevole risparmio di denaro pubblico ed un incremento di lavoro.   Per la malavita organizzata la fine di un’attività redditizia.
Why not? 

venerdì 13 aprile 2012

Demografia accademica.

Tempo fa traducemmo un testo di Bob Engelmann che fu pubblicato sul N.4 di Overshoot (pag 58 e seguenti) e sul blog di ASPO-Italia. Il testo contestava il modo tradizionale, accademico, di affrontare la questione della popolazione umana, usato dalla maggioranza dei demografi.



In un numero speciale dedicato alla popolazione umana la rivista Science forniva, nel 2011, un saggio molto eloquente del modo convenzionale di affrontare il tema. Tale modo convenzionale è anche autoreferenzialmente definito "scientifico". L'autorevolezza della fonte è un sigillo definitivo. Nell'editoriale di presentazione del numero, scritto da Ronald Lee e intitolato Outlook on population growth, bastano due periodi per illustrare quello che voglio dire:

La realtà pratica è che le proiezioni demografiche ignorano in gran parte i vincoli economici e relativi alle risorse, per concentrarsi invece su altre forze che modellano la fertilità e mortalità,  forze che sono debolmente legate ai cambiamenti economici e ambientali. E 'davvero difficile capire in quale altro modo procedere, dato il nostro stato attuale di comprensione.

Stupendo, siccome non ci capiamo granché (del resto la demografia è, accademicamente parlando, contigua alle scuole di economia che operano la stessa separazione fra uomo e ambiente) facciamo come se l'uomo esistesse in una realtà separata. E infatti l'editoriale continua:

A quanto pare, a partire dalla Rivoluzione Industriale la crescita della popolazione si è realizzata principalmente in una sorta di zona neutra in cui il progresso tecnologico, la crescita economica, e le migrazioni hanno permesso di crescere alla popolazione , evitando quella sorta di feedback negativo che avrebbe sostanzialmente alterato la fertilità o la mortalità.

Bravo! E non ti viene in mente che, data la situazione: cambiamenti climatici, picco del petrolio, riduzione delle risorse minerarie, progressivo consumo delle terre fertili e riduzione drammatica della biodiversità, crisi idrica ecc, questa "sorta di zona neutra" stia diventando un ricordo del passato? Non sarebbe il caso di fare un passettino avanti e magari guardare a come i vecchi neo-malthusiani del Club di Roma avevano affrontato il problema demografico, da un punto di vista scientifico, già 40 anni fà? Troppo rischioso, anche nell'Accademia trionfa l'effetto gregge, esporsi con tesi eccessivamente eretiche non è innovativo è semplicemente troppo rischioso per la carriera.

Ricordo che Luigi De Marchi definiva i demografi accademici dei "cacastecchi" che penso possa essere tradotto come "stitici". Mai un volo di fantasia, nemmeno minimo, restiamo grigiamente incollati al convenzionale. Anche sull'autorevole rivista scientifica Science.

sabato 15 gennaio 2011

7 miliardi. Seconda puntata.


National Geographic (NG) entra in scena nel dibattito demografico con un numero dal titolo di copertina: 7 miliardi, il futuro in un mondo affollato. Il numero di NG inizia a parlare di popolazione con uno dei tipici voli di fantasia che mi fa andare su tutte le furie. Una pagina grafica è dedicata ad un esperimento ideale in cui si pensa di convocare una festa danzante per tutti i 7 miliardi di abitanti della Terra concedendo ad ogni individuo una certa area per ballare si conclude che per accogliere tutti basterebbe la provincia di Siena. Lo dico subito; questo tipo di esempi, usati già in passato da Lomborg e altri, non danno alcuna indicazione riguardante la sostenibilità ecologica di una popolazione. Sono semplicemente un trucco per far sentire tranquilli coloro che non hanno voglia di mettere in discussione il paradigma della crescita infinita.

Nel seguito del numero si rimanda all'articolo dell'editor ed esperto per le questioni ambientali Robert Kunzig. Questi non esprime testualmente l'opinione riportata recentemente da Joe Bish sul gruppo facebook del Global Population Speak Out e citata da me ieri su questo blog:

 "Siamo intelligenti. Possiamo fare ancora meglio, e non credo che nemmeno con una popolazione umana di nove miliardi saremo prossimi ai limiti biologici per sopravvivere sulla Terra. Non è questo il problema, secondo me."

Questa frase virgolettata è stata detta, secondo Bish, ai microfoni di National Public Radio nel programma Talk to the Nation il 6 gennaio scorso. Non vogliamo impiccare il senior editor di NG alle parole da lui usate in una trasmissione radiofonica. Quindi andiamo ad analizzare il suo articolo nell'edizione italiana di NG.
Nel seguito le parti di testo riportate in corsivo sono citazioni letterali dalla rivista.


L'articolo debutta descrivendo il coito interrotto del mercante di Delft (Paesi Bassi) Antoni van Leeuwenhoek che nel 1677 osservando il proprio sperma, attraverso un dispositivo ottico da lui stesso inventato, scoprì gli spermatozoi. Lo stesso van Leeuwenhoek, chissà attraverso quali associazioni mentali, fu il primo a tentare di stimare la popolazione umana sbagliando largamente per eccesso (13 miliardi contro 500 milioni).

L'articolo continua rincuorando i lettori con la considerazione che delle molte "pofezie" di apocalisse demografica tutte sono state smentite dalla Storia.

Forse può essere di conforto sapere che gli uomini si preoccupano da molto tempo dell'aumento della popolazione. E fin dalle origini [...] la demografia si  è occupata della questione in termini apocalittici.

A questo punto, inevitabilmente, arriva Malthus con la sua teoria smentita dai fatti. Poi Paul Ehrlich con la sua Bomba Demografica e i successi di tecnologia, medicina e rivoluzione verde, che hanno smentito le profezie catastrofiche di Malthus e dei maltusiani. Qui arriva la presentazione della Teoria della Transizione Demografica: una tappa obbligata del progresso umano. Segue, inevitabilmente, la questione dell'invecchiamento delle società (e della sostenibilità dei sistemi pensionistici) che segue il calo della fertilità.

Calo della fertilità della cui rapidità gli scienziati sarebbero sorpresi.

"Non comprendiamo ancora perché il tasso di fertilità sia calato tanto velocemente in così tante culture e religioni (sic). E' un dato stupefacente", ammentte Hania Zlotnik, direttrice della divisione per la popolazione dell'ONU.

Dopo aver parlato delle differenze di comportamento riproduttivo in diverse parti dell'India, del caso cinese e del fatto che solo in Africa le donne hanno tassi di fertilità elevati ci sono alcune pagine di grafica, come sempre molto curata su NG, e poi si riprende dalle parole del demografo Henvé le Bras sul congresso annuale della Population Association of America (PAA) dove quest'anno si è parlato di esplosione demografica.

"il problema è un po' fuori moda", commenta Le Bras, [...] entro la seconda metà di questo secolo ci troveremo alla fine di un'era unica nella storia. l'esplosione demografica- ed entreremo in una nuova fase, durante la quale la popolazione diventerà stabile o diminuirà.
Ma non saremo già troppi? Al congresso ho scoperto che l'attuale popolazione del pianeta potebbe vivere tutta nel Texas, se il Texas avesse la stessa densità di popolazione di New York. A questo punto ho fatto un po' di calcoli come Leeuwenhoek. Se nel 2045 nove miliardi di persone vivranno nei sei continenti abitabili, la popolazione mondiale equivarrà a poco più della metà di quella della Francia di oggi. La Francia non è certo considerata un luogo infernale. Lo sarà il mondo nel 2045.

Ho riportato interamente questo lungo periodo, inclusi i virgolettati, perchè è centrale nel capire la mentalità con cui questi scienziati affrontano il problema per concludere che non sono i numeri il problema.

L'autore conviene che alcune regioni del pianeta potrebbero diventare infernali, altre lo sono già adesso. Cita Collasso di Jared Diamond e Lester Brown fondatore del World Watch Institute e direttore dell'Earth Policy Institute di Washington che ritiene che le crisi alimentari possano provocare il crollo della civiltà. Gli esseri umani stanno consumando il capitale naturale [...] "La pianificazione familiare è forse uno degli interventi a cui dare la priorità". Ma immediatamente dopo inizia la fase conclusiva dell'articolo che lascia la sensazione che sulla questione demografica o non ci sia più nulla da fare o che sia una questione secondaria rispetto alla modalità di consumo delle risorse.

Concentrarsi sui numeri non è il modo migliore per affrontare il futuro. I problemi da risolvere sono la povertà la mancanza di infrastrutture, non la sovrappopolazione. Dare ad ogni donna la possibilità di accedere a servizi di pianificazione familiare è una buona idea. Ma neppure il programma di controllo delle nascite più aggressivo può salvare il Bangladesh dall'innalzamento del livello del mare [...].

Brian O'Neill del National Center for Atmospheric Research calcola che, se nel 2050 la popolazione raggiungesse i 7,4 miliardi invece degli 8,9, le emissioni si ridurrebbero del 15 %. "Chi sostiene che il problema principale sia la sovrappopolazione si sbaglia" afferma Joel Cohen, "non è neppure il fattore dominante".

La conclusione è addirittura di tono quasi simoniano, anche se cita Malthus.

"Gli sforzi che gli uomini devono fare per sostenere se stessi e le loro famiglie spesso risvegliano facoltà che altrimenti rimarrebbero sopite, ed è stato spesso notato come le situazioni nuove e straordinarie creino menti capaci di affrontare le difficoltà che si presentano". [...] Speriamo che Malthus avesse ragione riguardo alla nostra ingegnosità.


Seguiranno nei prossimi mesi articoli dedicati alla sostenibilità.

Quello che segue è il mio commento, che si tradurrà in una lettera alla rivista.

 Come ho già detto all'inizio l'esempio della festa danzante per 7 miliardi di persone è fuorviante e insensato in una discussione sulla sostenibilità di una popolazione.
Analoghe considerazioni valgono per commentare le parole dell'ineffabile demografo Le Bras che ha scoperto quest'anno che tutta la popolazione umana potrebbe stare in Texas e che se saremo 9 miliardi saremo a metà della densità della Francia. Ed ha fatto anche due calcoletti. Questi sono non-argomenti. Il signor Le Bras potrebbe scoprire, magari l'anno prossimo, che in un capannone di 10 m di lunghezza ci possono stare decine di migliaia di polli di allevamento felicissimi (si fa per dire!) di ricevere ogni giorno il mangime che viene prodotto coltivando ettari di terreno fertile. Sono gli ettari di terreno fertile necessario per sostentare una popolazione non l'area, o il volume che essa occupa. Se volesse proprio pensare alle dimensioni della popolazione umana in termini metrici, e facendo un ulteriore passetto, il dott. Le Bras potrebbe scoprire, fra un paio di anni ancora, che la biomassa della specie umana e dei suoi animali domestici ha ormai raggiunto il 97% della biomassa di tutti i vertebrati terrestri. Fatto che di per se significa che l'uomo ha occupato e fatto suo ogni possibile ecosistema terrestre.

L'articolo di Kunzig è migliore delle dichiarazioni che l'hanno preceduto, ma non privo di gravi difetti.
Come spesso accade nel dibattito sulla sostenibilità globale si danno per scontati fatti che non lo sono affatto. Ad esempio il fatto che Malthus fosse nel torto. Ho detto più volte che Malthus, scrivendo alla fine del XVIII secolo non poteva immaginare quanto l'apporto dei combustibili fossile avrebbe spostato in alto la capacità di carico del pianeta. La finestra fossile, che si sta chiudendo, ha semplicemente rimandato la resa dei conti maltusiana con i limiti della crescita. A questo proposito è singolare, e positivo, che almeno sul NG si sia evitato di inserire il Club di Roma fra i maltusiani in errore.
La questione del flusso di energia e delle dimensioni della popolazione deve essere continuamente ricordato. Non si tratta di affermare semplicisticamente che la causa dell'esplosione demografica è la scoperta dei combustibili fossili, piuttosto la scoperta dei combustibili fossili e il fatto che l'uomo abbia imparato ad usarli ha innescato un tipico ciclo di retroazione positiva in cui l'accresciuta disponibilità di energia si traduce in uno spostamento verso l'alto della capacità di carico, annullato dalla crescita della popolazione che innesca un'ulteriore spinta alla produzione di energia ecc. Tale ciclo come tutti i cicli di retroazione positiva ha un punto di rottura. Forse lo stupore della signora Zlotnik potrebbe trovare una risposta proprio nella rottura del ciclo di cui sto parlando e che non è iniziata con il 2004, ma molto prima. I segnali di raggiungimento dei limiti ecologici del pianeta siano essi materiali che culturali sono arrivati e le persone sentono meno il bisogno di mettere al mondo, a questo mondo, dei figli.

Il fatto che sono secoli che qualcuno lancia allarmi apocalittici potrebbe significare soltanto, e probabilmente è proprio così, che l'uomo tende a vivere ai limiti della capacità di carico degli ecosistemi che lo sostengono. Questo si riconcilia con la teoria di Diamond sul collasso delle civiltà.

Aspettiamo i prossimi numeri di NG.

martedì 14 dicembre 2010

L'ombelico del mondo: Hindu Kush o Scandinavia?

C'è un articolo interessante che spiega come si calcolano delle specie di centri di gravità di popolazione e ricchezza. Intanto vediamo che cosa sono. Si prende la distribuzione della popolazione (e della ricchezza indicata dal PIL procapite) nel mondo a prescindere dalle barriere nazionali e con una certa griglia ad esempio di 1000 Km. Con i dati disponibili e con l'approssimazione della griglia scelta, si calcola il luogo geometrico che ha minima distanza dalle popolazioni e dalla ricchezze prensenti nelle diverse aree del mondo (divise in base alla griglia scelta non su base nazionale). Il centro della popolazione si trova nell'Hindu Kush nell'estremo lembo occidentale della catena Himalaiana, in una area (l'approssimazione è di diverse centinaia di Km) fra Cina, India, Pakistan, Tagikistan e Afghanistan. Da qualche parte su queste montagne.


La media della distanza che le popolazioni dovrebbero percorrere per raggiungere questo luogo è 5200 Km. Il centro della ricchezza si trova invece nel sud della Penisola Scandinava a diverse migliaia di Km dal centro della popolazione. Questo è un indicatore efficace dell'ineguale distribuzione di popolazione e ricchezza nel mondo. Il dato conferma anche la dicotomia economica Nord-sud. L'articolo e i dati usati risalgono a 10 anni fa. Sarebbe interessante sapere se questi luoghi geometrici si sono mossi in seguito agli eventi non trascurabili di questo decennio. Ma se effettivamente India e Cina sono cresciute economicamente tanto da spostare verso sud-est il centro della ricchezza, soprattutto l'India è cresciuta anche demograficamente attraendo verso sud-est il centro della popolazione. Ho chiesto direttamente agli autori dell'articolo se ci sono dati nuovi e vi terrò informati. Sarebbe bello anche seguire il moto dei centri in questione nella storia. Ma temo che questo sia ancora più difficile da stimare.

mercoledì 1 dicembre 2010

La ragazza con l'orecchino di perla.


Nel 350simo anniversario della sua fondazione (30 novembre 1660) la Royal Society chiede a 10 intellettuali britannici a quali grandi domande, secondo loro, la Scienza è chiamata a rispondere nei prossimi tre secoli. Sette di questi dieci intellettuali sono catturati dai grandi enigmi (che resteranno tali) da Discovery Channel: cosa c'era prima del big bang, riusciremo a colonizzare l'universo, riusciremo a spiegare il concetto di infinito, comprendere cosa sia la coscienza ... etc, due si rivolgono a temi più terreni: la sopravvivenza della nostra specie e le nuove tecnologie per l'autoproduzione (non quelle della permacultura, ma quelle iper-tech dei printer 3D. Ma è la scrittrice Tracy Chevalier, autrice del romanzo "la ragazza con l'orecchino di perla" che mette i piedi nel piatto di una scienza ormai distaccata dalla realtà:

Tracy Chevalier: Come faremo a far fronte alla crescente popolazione mondiale?Possiamo parlare quanto ci piace di energie rinnovabili, di riciclaggio e di agricoltura sostenibile, ma è la popolazione la questione che conta davvero. Eppure è quello su cui tante persone scelgono il silenzio. Abbiamo reso la riproduzione un diritto umano insindacabile. Fare così ci porta o ad essere per l'eugenetica o ad essere autoritari e repressivi, come nel caso del figlio unico in Cina. Ma prima o poi dovremo fare qualcosa. Non importa quanto ricicliamo, quanta energia rinnovabile produciamo e quanto cibo in più produciamo, verrà un momento in cui la popolazione mondiale sarà insostenibile. C'è di più, la pressione sulle risorse avviente ad entrambe le estremità dello spettro della popolazione, non solo nascono più bambini, ma la gente vive più a lungo. Si immagina perfino che alcune persone potrebbero presto vivere per 200-300 anni. Questo potrebbe essere un trionfo della medicina, ma un disastro per il mondo. Così mi piacerebbe vedere gli scienziati creare un modello di crescita della popolazione in grado di prevedere il punto di rottura per il pianeta e in questo quadro poter organizzare una politica globale.

Un piccolo problemino: non abbiamo tre secoli di tempo per risolvere il problema demografico e un ritorno della Scienza fra i comuni mortali è altamente desiderabile.

sabato 23 ottobre 2010

Invecchiamento. La bomba ad orologeria immaginaria.

Oggi ospito una recensione di Marisa Cohen del libro di Phil Mullan "THE IMAGINARY TIME BOMB. Why an ageing population is not a social problem" (LA BOMBA AD OROLOGERIA IMMAGINARIA. Perché l'invecchiamento della popolazione non è un problema sociale). Quando Marisa la pubblicò a sua volta sulla mail list di Rientrodolce, non l'avevo considerata molto, ma ora la trovo molto interessante.
Avendo immediatamente ordinato il libro immagino che fra qualche settimana vi sorbirete anche il mio commento. Buona lettura.



"THE IMAGINARY TIME BOMB. Why an ageing population is not a social problem" (J.B.Taurus Publishers)


Posso solo fare una breve introduzione al pensiero dell'autore, ma non posso certamente entrare negli intricati grovigli delle pagine dedicate a complicati studi, ricerche, statistiche e diagrammi, referenze di autori (l'indice è lunghissimo), World Bank eccetera.

L'interesse di Phil Mullan consiste principalmente nello sgonfiare il mito della terza età come fonte di tutti i mali economici della nostra civiltà e la conseguenti manipolazioni di economisti e governi per diminuire le spese del welfare.

Phil Mullan prende le mosse dal fatto che demografi e commentatori politici ed economici hanno ribaltato il problema della sovrappopolazione in una crecente preoccupazione per il numero degli anziani e del pericolo che questa crescita rappresenterebbe per le società avanzate. Secondo tali vedute, stiamo entrando in una "Global Aging Crisis", che sarà fatale per i programmi politici delle nostre società e il rinnovo dei loro contratti sociali; la combinazione dell'allungarsi della vita e del declino delle nascite ha dato luogo ad uno spostamento generazionale, che renderà impossibile il mantenimento di una popolazione sempre crescente  di vecchi ed aprirà una specie di guerra generazionale.

Tale preoccupazione va di pari passo con quella per il declino della natalità, che ci tiene ostaggio della competitiva fertilità di paesi in via di sviluppo.

Cosi il problema demografico rinforza il doppio standard, perchè da una parte l'Occidente deplora e cerca di fermare il tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo e dall'altra lamenta la mancanza di fecondità delle proprie società che porta alla crisi generazionale.

Quindi l'autore ritiene che molta parte di tali preoccupazioni fanno parte dell'ossessione della società contemporanea per la ricorrente parola "crisi", che riflette la continua ansietà e insicurezza, legate ai cambiamenti sempre piu' veloci a cui siamo sottoposti.

Come molte volte il timore ci fa vedere le cose in una luce sbagliata e può anche contribuire a realizzare le nostre paure.

Mullan sostiene che tali preoccupazioni hanno poco a vedere con i numeri, ma sono proiezioni ideologiche, intrise di emotività. John Maynard Keynes, per esempio, alludeva al pericolo che un declino della popolazione avrebbe causato una crisi della domanda, quindi una recessione.

Le prospettive pessimistiche si concentrano in particolare sull'invecchiamento della società, che dovrebbe invece essere un segno di positivo sviluppo che ha permesso l'allungamento della vita attiva.

E' dagli anni Ottanta che il gli anziani diventano un problema, con la loro marginalizzazione dal mercato del lavoro e, conseguentemente, dalla società.

L'interesse dell'autore è piuttosto rivolto alle conseguenze economiche, oltre a quelle sociali, come risposta al panico degli economisti e dei governi.

Confronta la spesa per mantenere un anziano e quella per mantenere un figlio. Un aumento nella proporzione degli anziani puo' abbassare i bisogni di investimento di una nazione e aumentare lo standard di vita, perchè le minori reclute nel mercato del lavoro richiedono minore investimento di capitale. Critica il concetto del rapporto di dipendenza degli anziani, a cui oppone l'elevato costo dei figli, che consumano molte più risorse pubbliche molto prima di poter pagare le tasse.

Il problema non è tanto che non ci siano abbastanza persone a sostenere gli anziani, ma piuttosto che gli anziani che vogliano ancora essere parte attiva del mercato del lavoro trovino le porte chiuse. Questo è frutto di un trend moderno, che sostiene i giovani e crea il problema di un accorciamento della vita lavorativa che inibisce l'apporto degli anziani, la nuova classe discriminata, alla società. L'età pensionabile riflette uno stigma sociale, ma è stato sempre un espediente per permettere ai giovani di entrare nel mercato del lavoro, una creazione del Welfare State.

L'autore ipotizza una ristrutturazione dell'economia che rifletta le nuove condizioni. Non si può continuare a ragionare con gli stessi principi del passato. Bisogna riconoscere che la realtà è cambiata: un sessantenne nel 2000 non é lo stesso che un sessantemme nel 1830.

-L'accesso a nuove tecnologier puo' incrementare l'output dei lavoratori inclusi, quelli piu' anziani, e renderli piu' produttivi.

-Nelle società industriali il livello tecnologico produce sufficiente ricchezza anche con un livello di crescita piu' basso.

-Inoltre, lo stesso miglioramento delle condizioni di vita influirà sulla salute e le capacità di lavorare delle future generazioni di anziani.

-Con l'aumento del numero degli anziani, questi avranno una più grande influenza sullo stato sociale ed economico dell'intera società.

-L'esistenza stessa della terza età è il risultato del progresso, la funzione del successo umano di migliorare la salute.

Infine, secondo Mullan il mito della vecchiaia è stato manipolato per giustificare il taglio delle pensioni pubbliche, perchè l'umore generale è che gli anziani consumano una considerabile parte della ricchezza comune.

Un nuovo morbo è stato individuato: al posto della paura di morire troppo presto, si è sostituita la paura di vivere tropo a lungo.A questa paura si aggiunge la constatazione che non si puo' piu' contare sulla famiglia, che ha pure cambiato struttura.

Il pessimismo che circonda tali argomenti ha spesso come conseguenza di abbassare le aspettative della gente su quale tipo di società e di mondo possiamo attenderci nel futuro, per noi e i nostri discendenti.

Il che equivale a non cercare mezzi per progredire, ma restare passivi.

Questo è un riassuntino, ma l'autore porta molti esempi convincenti.

Maria Luisa Cohen