martedì 16 settembre 2014

Ucraina e dintorni.

Jacopo Simonetta

La guerra provoca forti e spesso insane reazioni e quella in corso in Ucraina non fa eccezione.    Così, invece di sostenere le ragioni degli uni o degli altri, vorrei qui attirare l’attenzione su di una serie di aspetti ed implicazioni che la stampa tende a trascurare.   L’elenco non sarà certamente esaustivo, né si pretende di conoscere come davvero stiano le cose; tanto meno come si evolveranno.   Semplicemente, l’intento è di proporre degli argomenti di riflessione.
Premessa ad ogni ragionamento dovrebbe essere un dato fondamentale e totalmente ignoto: Come andranno a finire le cose sul campo?  
Personalmente, credo che sia realistico ipotizzare che questa fase acuta si concluderà su di una linea del “cessate il fuoco” che diventerà una frontiera di fatto, anche se mai formalmente riconosciuta.   Gli impatti di una tale situazione sul resto del mondo dipenderanno poi molto da quanto i vari governi coinvolti risulteranno dipendenti dai rispettivi partiti nazionalisti.   Potrebbe infatti risultare una situazione alla “georgiana” in cui, superata la fase acuta, si ristabiliscono relazioni quasi normali, perlomeno fra i paesi non direttamente coinvolti; oppure “alla coreana”, con un vero e proprio fronte di guerra, sia pure congelato a tempo indeterminato.
Molti altri sono gli scenari possibili, ma credo che qualcosa di questo tipo sia molto probabile e su questa ipotesi si basano le speculazioni che seguono.

Una prima considerazione che mi pare interessante è la seguente: la divisione dell’Ucraina in due parti, una legata alla Russia e l’altra all'Europa, era nell'aria fin dallo scioglimento dell’URSS ed avrebbe potuto essere una soluzione obbiettivamente ragionevole; perché dunque arrivare all'attuale situazione?   Ancora pochi mesi addietro Russia, Europa ed USA avrebbero probabilmente potuto imporla di comune accordo ad un governo ucraino che  ha ereditato da Yanukovich la situazione politico-economica peggiore possibile.
Si può discutere all'infinito sul perché questo non sia accaduto e su chi ne abbia la responsabilità maggiore, ma il fatto per me saliente è che una soluzione condivisa da quasi tutti (probabilmente anche in Ucraina) è definitivamente tramontata non tanto per la cosa in sé, quanto per i mezzi utilizzati per raggiungere tale scopo.   Mezzi che stanno ingabbiando tutti in un gioco delle parti sempre più vincolante.   Una situazione estremamente pericolosa perché facilmente può condurre i governi ad azioni molto più drammatiche di quelle inizialmente pianificate.
Un secondo gruppo di questioni è rappresentato da come questa crisi stia ridisegnando le mappe geopolitiche del mondo.
Da un lato abbiamo l’Europa che, fedelissima alla sua tradizione, si presenta all'ennesimo appuntamento con la storia divisa e sbandata.   In prima, grossolana approssimazione possiamo individuare quattro partiti: Il primo comprende soprattutto i paesi baltici, la Polonia, gli scandinavi e l’Inghilterra che propongono un intervento deciso, foss'anche militare.   Il secondo ha il suo vessillifero nella Germania, che vorrebbe in tutti i modi salvare i suoi ottimi rapporti commerciali con la Russia.   Il terzo comprende invece l’Ungheria (oltre a parte dell’opinione pubblica euro-occidentale) che tifa apertamente per Putin, sperando in una sua vittoria come prodromo di rischieramento dei paesi europei sotto l’egida del Cremlino.   Infine il quarto partito comprende paesi che, come l’Italia, vorrebbero dare la priorità agli interessi commerciali, ma non osano dirlo.
  Tutto ciò influenza, ovviamente, i rapporti fra i governi UE.   Negli anni scorsi la Germania, forte del suo prestigio politico e della sua forza economica, ha assunto una sorta di leadership informale in seno all’Eurogruppo, ma il degenerare delle situazione alle frontiere orientali dell’Unione ne stanno erodendo il prestigio e rinforzano i ranghi di coloro che sono insofferenti di tale primato e delle politiche che ne derivano.   Si giungerà ad un isolamento del governo Merkel,. ad un cambio di leadership e, dunque, di indirizzo politico dell’EU?   Possibile, ma comunque di limitata rilevanza globale poiché l’Europa ha perduto negli anni ’90 l’occasione per costruirsi una politica autonoma.   Man mano che le crisi (politiche e militari all'estero, economiche e sociali all'interno) si aggravano, gli spazi di manovra si restringono e la posta si alza.   Ne consegue che la cronica divisione degli europei e la loro completa dipendenza militare dagli USA ci stanno rapidamente riportando ad una situazione di totale sudditanza da una potenza straniera che, però, non è più l’America vincente della seconda metà del XX° secolo, bensì la potenza in declino della prima metà del XXI.   Di qui il desiderio di alcuni di abbandonare una barca che fa evidentemente acqua per saltare su di una che, affondata 30 anni fa, sta oggi cercando di recuperare parte dell’impero perduto con una politica di potenza finanziata perlopiù cedendo la più strategica delle sue risorse (l’energia) a paesi che ostacolano tale intento, pur non esitendo a finanziarlo.
Sul piano economico, conosciamo la melma “postpicco” in cui si dibatte l’Europa e certamente il peggioramento delle relazioni con la Russia non può che aggravare la situazione nel breve termine, ma sulla tanto temuta eventualità di un taglio delle forniture energetiche pesa il semplice fatto che l’economia russa dipende da quella europea ancor più di quanto quella europea non dipenda da quella russa.   Un fatto questo molto positivo perché, indubbiamente, rappresenta un freno per tutti gli attori coinvolti.
Un fatto curioso a questo proposito è che, mentre ha avuto molta eco l’offerta del tutto immaginaria degli USA di fornire all'Europa il gas attualmente comprato in Russia, pochissima eco ha ricevuto l’analoga proposta avanzata dall'Iran.   Una proposta questa difficile, ma certamente meno fantastica di quella americana.   Ma, soprattutto, una proposta che, incrociandosi con le trattative sul nucleare e con le vicende belliche in Medio Oriente, potrebbe contribuire a modificare molti degli equilibri-chiave storicamente consolidati.
Veniamo quindi agli USA che hanno sempre lavorato per indebolire la costruzione europea e che, in questi ultimi anni, hanno attaccato massicciamente la nostra moneta per sostenere la loro.   Di fronte al degradarsi della situazione in uno scacchiere che si credeva stabile, si trovano improvvisamente nella situazione di avere di nuovo bisogno degli europei.   Politici abili potrebbero sfruttare quest’opportunità, ma dubito che ce ne siano.   Indipendentemente da ciò, gli USA si trovano di fronte al fatto che non potranno affrontare gli enormi costi connessi con il mantenimento dello status di “unica iper-potenza mondiale” conquistato nel 1989 ancora per molto.   Naturalmente lo negano, ma lo sanno benissimo.   Solo che la loro scelta di un’alleanza strategica con la Cina si è rivelata un boomerang ed il colosso asiatico, adesso che si sente abbastanza sicuro del fatto suo e che  a sua volta è messo alle strette dagli effetti globali del “picco di tutto”, non nasconde più le sue mire imperialistiche.   Mire che, necessariamente, potranno essere soddisfatte solamente sottraendo “province” al fatiscente impero americano.
Di qui la strategia di Obama, tesa a spostare il fulcro dell’azione politico-militare americana in Asia; strategia messa a dura prova dall'esplodere contemporaneo della duplice crisi in Ucraina ed in Medio - Oriente (collegate fra loro tramite il possibile ruolo dell’Iran in entrambe)
E veniamo alla Russia.   Se da un lato l’opposizione filo-occidentale è stata praticamente silenziata dagli arresti degli anni scorsi e dall'attuale ondata di popolarità di Putin, dall'altro il presidente si trova oramai legato alle fazioni più fortemente nazionaliste dell’opinione pubblica.   Una situazione che al momento gli conferisce grande forza, ma che ne vincola moltissimo le possibilità di manovra.
Un altro fatto interessante è che, mentre smantella le organizzazioni filo-occidentali sul suo territorio, Putin sta attivamente cercando di ricreare una rete di gruppi politici a lui favorevoli in Europa.   Niente di nuovo, né di diverso da quello che fanno i paesi occidentali in Russia; la novità è semmai che, mentre tradizionalmente i sostenitori del Cremlino in occidente erano i partiti di matrice marxista, oggi il governo russo sta stringendo alleanze con partiti come lo Yobbik, Forza Nuova, Front National, Alba Dorata ecc.,  unici ospiti occidentali all'importante convegno promosso dal governo russo, guarda caso a Yalta.
Un altro dato su cui riflettere è che l’attuale crisi ucraina è nata dalla politica idiota di Yanukovich in merito all'adesione all'Unione Euroasiatica; progetto geopolitico su cui Putin aveva fondato tutta la sua strategia di lungo termine.   Ma all'Unione Euroasiatica per adesso hanno aderito solo due paesi: la Bielorussia ed il Kazakistan, i quali hanno però posto una serie di condizioni che il governo russo non deve aver gradito: in particolare la piena libertà di intrattenere qualsiasi rapporto commerciale con qualsiasi altro partner e possibilità di uscire dall'accordo; ma soprattutto l’esclusione dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud dal trattato (paesi che peraltro nessuna delle repubbliche ex-sovietiche ha riconosciuto, come del resto nessuna ha per ora riconosciuto l’annessione della Crimea).     Mentre la Bielorussia gioca il ruolo del mediatore politico e, soprattutto commerciale, fra Nour Sultan e Putin sono già volate reciproche minacce, neanche troppo velate.   Un fatto importante perché mentre la Bielorussia è un paese sfinito, come l’Ucraina, il Kazakistan sta cavalcando l’onda del suo petrolio scadente e costoso, ma pur sempre relativamente abbondante.
Un aspetto del puzzle che ci porta a considerare gli aspetti energetici della crisi.   Oltre alla citata questione delle forniture di gas all'Europa, si è data molta enfasi all'accordo di fornitura di gas siberiano alla Cina.   In realtà, dietro la fumata propagandistica per il momento c’è ben poco arrosto: i quantitativi sono minimi rispetto a quelli venduti in Europa e provengono da giacimenti comunque troppo lontani per raggiungere l’EU.   In effetti, era una trattativa già avviata e la crisi ucraina ha permesso ai cinesi di spuntare un prezzo migliore, mentre hai russi ha dato un buon argomento per la loro propaganda interna ed estera.
Rimane però vero che, in una prospettiva di medio periodo, la Cina potrebbe davvero diventare il mercato principale dell’energia russa, lasciando “al buio ed al freddo” un Europa sempre più avvitata fra crisi socio-economica, incapacità politica e  risorgere di nazionalismi.
Sarebbe un’impresa lunga e costosa, ma probabilmente possibile, soprattutto perché potrebbe fornire alla Cina la possibilità di giocare il ruolo di “terzo che gode fra i due litiganti”.   Infatti, una simile evenienza lascerebbe la Russia totalmente dipendente da un vicino che anziché un “un nano politico e gigante economico” in via di ridimensionamento, sarebbe una potenza imperiale emergente con concrete possibilità egemoniche sul buona parte del pianeta.   E’ vero che la crisi “postpicco” globale ha già segnato anche la Cina e che tale situazione non potrà che peggiorare, ma è anche vero che altri stanno facendo di tutto per accelerare il proprio declino, cosicché la posizione cinese potrebbe anche migliorare in rapporto alle altre potenze, almeno per un certo periodo.   E certamente satellitizzare la Russia potrebbe essere un’ottima carta per la Cina.   A questo proposito, viene da ricordare il fatto che poco più di un secolo fa la Cina fu facilmente soverchiata perché, certa della sua grande potenza storica, sottovalutò grossolanamente le capacità delle potenze allora emergenti.   Oggi alcuni fra i vincitori di allora stanno probabilmente facendo l’errore eguale e contrario ed i russi sono probabilmente fra questi.
  In conclusione, è presto per dire se tornerà una sorta di “Guerra Fredda, n.2”, ma di sicuro la frattura fra occidente e Russia c’è stata e probabilmente non sarà sanata presto; è anzi possibile che col tempo tenda ad allargarsi ancora.   Ciò cambierà gli equilibri e le alleanze a livello mondiale.   In occidente, probabilmente favorirà la crescita dei partiti di estrema destra e nazionalisti, ma potrebbe anche ricompattare buona parte dell’opinione pubblica moderata attorno ad un Patto Atlantico oggi quanto mai sbiadito.   In fondo, la paura di un nemico esterno (prima nazista e poi comunista) ha avuto un ruolo fondamentale nel compattare e far funzionare le democrazie occidentali per buona parte del XX secolo.    Un ottimista potrebbe anche spingersi a pensare che tale situazione potrebbe indurre europei ed americani ad abbracciare finalmente una decisa politica di riduzione dei consumi energetici e di sviluppo di energie rinnovabili effettivamente funzionali.   Un pessimista potrebbe invece pensare che la situazione indurrà i governi a lanciare anche in Europa avventure suicide come il fracking e simili, ma in ogni caso i progetti di sfruttamento commerciale dell’Artico subirebbero una brusca fermata ed almeno questa potrebbe essere una buona notizia.
  Inoltre, sarebbe la fine della globalizzazione, col il ridisegnarsi delle rotte commerciali e migratorie su basi principalmente politiche anziché esclusivamente commerciali.   Un terremoto che travolgerebbe molte imprese, ma che potrebbe anche aprire delle nicchie per attività economiche meno ciecamente distruttive di quelle oggi di moda.
  In sintesi, questa crisi sta indebolendo contemporaneamente l’Europa e la Russia a vantaggio di USA e Cina.   Se la situazione non si alleggerirà rapidamente, l’effetto principale sarà infatti che entrambi vedranno crescere la loro dipendenza da potenze “tutelari” sempre più disperatamente alla ricerca di risorse e di spazi politici da sfruttare per rallentare il proprio declino (USA) o per rilanciare la propria scalata all'egemonia globale (Cina).   Entrambi hanno già ampiamente dimostrato di essere dei validi alleati contro minacce provenienti da altri “imperi”, ma anche di non esitare a sacrificare le proprie provincie quando questo gli sia utile.    In altre parole, questa crisi indebolisce tutti a vantaggio del dipolo USA-Cina, due potenze divise su tutto, eppure visceralmente interdipendenti.
Chi vivrà vedrà.

domenica 7 settembre 2014

Pensierino della domenica.

Sentire la rassegna stampa ogni mattina conferma la mia opinione secondo cui le classi dirigenti politiche, imprenditoriali, sindacali, accademiche, culturali, etniche e religiose non hanno ancora capito in quale genere di crisi siamo. 

Mi rendo conto anche che la mia opinione non è né modesta né, tantomeno, umile. "Proprio te hai capito?". E' un problema che mi pongo ogni giorno davanti allo specchio. Il fatto lo spiega molto bene il passaggio di un libro che ho letto recentemente: "Natura in bancarotta" scritto da Wijkman e Rocktroem. Il secondo autore è un accademico svedese che da decenni si occupa di sostenibilità e ha fondato lo Stockholm Resilience Center, una istituzione interdisciplinare e transdisciplinare in cui si elabora strategie e visioni per un mondo sostenibile. 

Bene, Rockstroem ad un certo punto parla della difficoltà di trovare sia naturalisti che umanisti che abbiano una visione sistemica. Questa è, testualmente, il passaggio:

Da direttore di due organizzazioni che si occupano di sostenibilità e resilienza 
afferma: "devo faticare per trovare e assumere scienziati che comprendano appieno
le dimensioni sociali del loro lavoro, o economisti, politologi, antropologi, filosofi che capiscano appieno le dinamiche complesse del sistema biochimico del nostro pianeta.
Siamo ad un passaggio cruciale della storia dell'umanità: è ora di ammettere che la scienza, in base alla quale vengono prese molte delle decisioni che cambieranno il corso dello sviluppo umano, non si basa su soluzioni sistemiche."

La nostra società ha selezionato in funzione del grado di specializzazione. Negli anni cinquanta in un testo ormai dimenticato di futurologia ecologica e socioeconomica: "il futuro è già cominciato", Robert Jungk (L'autore anche del più noto "Lo stato Atomico") diceva che c'era bisogno di generalisti più che di specialisti. Da allora ad oggi solo lo specialismo è stato premiato. Forse non è colpa di nessuno, il sistema funziona bene finché i flussi di energia e materia dalla natura alla società sono facili e abbondanti e la natura è in grado di accogliere e metabolizzare senza grosse perturbazioni i rifiuti delle nostre attività. 

In un simile ambiente l'innovazione e lo sviluppo tecnologico incrementano efficacemente l'efficienza del sistema e i problemi, quando ci sono (e spesso ci sono) passano inosservati o possono essere trascurati.

Quando invece, come sta succedendo in questo inizio secolo, il flusso di energia e materia diventa viscoso e i cascami si accumulano nell'ambiente; come accade con la CO2 in atmosfera, i nitrati e i fosfati nel suolo e nei bacini idrici, la plastica nei giri oceanici, gli inquinanti tossici di origine sintetica nei suoli e negli organismi ecc, cresce il bisogno di una visione sistemica che è invece totalmente assente. Al tempo stesso la rincorsa tecnologica diventa sempre più inefficace a causa del noto (ma in certe circostanze ingnorato) principio dei rendimenti marginali decrescenti. Man mano che il sistema diventa più complesso trovare vie di uscita tecnologiche diventa più difficile e costoso. Il principio ha riscontri in ecologia, economia e termodinamica, ma nessuno ha il coraggio di tirare le somme: la tecnologia può ancora vincere qualche battaglia, ma ha perso la guerra.

La tecnologia si applica a migliorare l'efficienza dei sistemi, ma se il sistema è sbagliato aumentarne l'efficienza è inutile.
 
C'è un aggravante che riguarda le classi dirigenti, coloro che per ragioni di capacità e/o fortuna hanno ottenuto risultati eccelenti nell'ambiente culturale iperspecialistico che si è solidificato nei secoli scorsi, vengono chiamati a risolvere problemi di cui sono tanto all'oscuro quanto l'uomo della strada, con l'aggravante di essere dotati di un'autostima debordante che li rende ciechi rispetto a qualsiasi limite culturale possano avere. Un affare serio.

sabato 6 settembre 2014

Il paese degli elefanti.

Ho scritto questo libro per due motivi, il primo motivo, quello scatenante è la reazione nei confronti di coloro che vorrebbero far passare un interesse privato e circoscritto per un interesse generale. Qui parlo ovviamente dei vari agenti di public relations delle compagnie petrolifere a cominciare dall'ex presidente del consiglio Romano Prodi che in diversi interventi ha sostenuto che procedere ad estrarre (cioè a far estrarre dai suoi amici petrolieri) le ultime gocce di petrolio e le ultime bolle di gas nel nostro sottosuolo è di grande importanza strategica per l'economia del paese. La seconda ragione per cui ho scritto è che ad un certo punto, dopo un po' di anni che uno studia, o cerca di comunicare quello che ha studiato o si sente inutile. Quindi la querelle sulle riserve italiane è stata in fondo per me una scusa per parlare dei limiti delle risorse petrolifere e rinnovare il dibattito sulla base energetica della nostra società affermando che, come ha detto qualcuno, è meglio abbandonare il petrolio prima che lui abbandoni noi.

…dire che in Italia abbiamo quantità ingenti di idrocarburi, è come dire che l’Italia è il paese degli elefanti perché ci sono due elefanti allo zoo di Pistoia e altri 4 o 5 sparsi nei circhi. Non è così! E’ una frottola.

domenica 20 luglio 2014

Un film già visto tante volte, ma come andrà a finire?



Di Jacopo Simonetta.

Mentre fra Israele e Palestina si replica un tragico film già visto chissà quante volte, sempre uguale, anche sulla stampa nostrana si rilancia la polemica fra chi tifa per gli uni e chi per gli altri; su chi sia più colpevole o su chi sia l’aggredito e chi l’aggressore, ecc.   Tutti argomenti che penso sia del tutto inutile discutere in quanto ognuno ha già le sue idee ben radicate
Piuttosto, credo che potrebbe essere interessante fare qualche illazione su come andrà a finire.   Non questa puntata, ché probabilmente finirà come tutte le precedenti; bensì su come finirà la serie.   Voglio dire: continuerà così in eterno?   Oppure ad un certo punto cambierà qualcosa e sarà trovato un accordo vero?   Oppure uno dei due contendenti riuscirà ad annientare l’altro?   Ed in questo caso, presumibilmente chi dei due?
Come sempre quando si cerca di sbirciare attraverso le nebbie del futuro la probabilità di azzeccarci è minimale; queste righe vogliono quindi essere solamente uno spunto per riflettere su alcuni aspetti della questione normalmente trascurati.   Non un pronostico.
Gli elementi in gioco sono tantissimi, ma forse i principali sono: forza militare, forza politica, forza economica.    Allo stato attuale sappiamo quali sono, ma sarebbe interessante capire come l’evoluzione in corso nel sistema globale modificherà lo scenario in questione.
Per prima cosa diamo dunque un’occhiata all’attuale forza relativa dei due contendenti.   
Sul piano militare, Israele dispone di uno dei migliori eserciti del mondo, mentre dall’altra parte si schierano alcune migliaia di miliziani, perlopiù combattenti altamente motivati ed ottimamente addestrati, ma niente di neppur lontanamente comparabile con le forze cui si oppongono.   Teoricamente la guerra dovrebbe risolversi nel giro di pochi giorni ed invece va avanti da decenni.   Come è possibile?
Un primo tassello di questo puzzle è rappresentato dal tipo di forze che si contrappongono.    Nel tempo, Israele si è dotata di una forza militare studiata e strutturata per combattere e vincere una guerra convenzionale con i paesi confinanti.    Ma si trova a combattere una guerra non convenzionale in cui la componente politica è predominante su quella militare.   Semplicemente non possono utilizzare che una parte minimale del loro potenziale bellico perché in un ambiente urbano compatto come Gaza questo significherebbe migliaia e non diecine di morti al giorno; quasi tutti civili.   Se anche volessero (e non è detto che lo vogliano), non possono farlo.   I loro stessi alleati glielo impedirebbero.
Dall’altra parte, Hamas (come nel recente passato e forse in futuro Hezbollah) non ha alcun bisogno di centrare qualche obbiettivo minimamente rilevante.   Solo il fatto di continuare a sparare dei razzi contro un avversario smisuratamente più potente gli assicura la vittoria politica e morale.   Anche se i loro razzi fanno dei buchi per terra o poco più.
Altra asimmetria importante è il rapporto con i civili, propri ed altrui.   Da parte israeliana vige la necessità di garantire la completa sicurezza dei propri cittadini.   Non era così ai tempi in cui i Kibbuzin andavano nei campi con il fucile ad armacollo, ma oggi l’uccisione di un solo israeliano è giudicata un fatto inammissibile e vincola il  governo a reazioni anche spropositate.   D’altronde, se l’uccisione di civili palestinesi è entro certi limiti tollerata dalla comunità internazionale, non c’è dubbio che ogni singolo caduto da parte palestinese favorisce Hamas a tutti i livelli, sia interni che internazionali.   Paradossalmente, mentre per il governo israeliano ogni singolo civile ucciso (proprio od altrui) è un colpo politico, per i suoi avversari più gente muore (propri a ed altrui) e maggiore è il vantaggio politico e di immagine che ne ricavano.   Molti commentatori sostengono anzi che le milizie palestinesi usino scientemente i propri civili come ostaggi.   Di fatto funziona così ed è una cosa vista anche in altri contesti, ma non darei per certo che sia un fatto voluto.   Del resto, durante gli scontri fra Hamas e Al Fatah (2006-2007) la percentuale di civili uccisi fu ugualmente molto alta, malgrado non vi fosse alcun interesse politico in tali morti.
Comunque sia, sul piano militare Israele  non ha la minima possibilità di soperchiare una volta per sempre il nemico; mentre le milizie islamiste non possono neppure ingaggiare seriamente il nemico.   Dunque una situazione di sostanziale stallo, malgrado l’enorme disparità di forze in campo.
Sul piano politico, ho la netta impressione che siano lontani i giorni in cui i governi Rabin e Peres davano l’impressione di cercare davvero un ragionevole compromesso.   La tecnica arafattiana di trattare fino alla soglia di un accordo per poi mandare tutto a monte e ricominciare daccapo è stata efficace nel portare a Gerusalemme governi più o meno legati all’estrema destra religiosa ebraica, cosa che a sua volta ha molto favorito la popolarità delle fazioni estremiste in campo avverso.   Non so se sia stato voluto, ma di fatto l’effetto è stato quello di consegnare entrambi i popoli a delle classi dirigenti che hanno tutto l’interesse a mantenere uno stato di belligeranza cronico che assicura ad entrambi il mantenimento del rispettivo potere.   In sintesi, il migliore alleato politico di Netanyahu è Haniyeh e viceversa.    Una situazione comune anche in altri contesti.
Sul piano internazionale, entrambi i contendenti godono di protezioni potenti, ma molto più intricate di quanto non lasci credere la stampa corrente in quanto molti soggetti (governi e non) sostengono contemporaneamente più d’una tra le fazioni in causa e su entrambi i fronti.   Ma soprattutto le potenze che sostengono i contendenti ne vincolano anche, in una certa misura, l’operato.   Dunque, anche su questo piano, nessuna delle due parti ha la minima possibilità di rovesciare l’altra.   Non può Hamas perché non ne ha la forza; non può Israele perché i suoi alleati più vitali non glielo permetterebbero.
Esiste però un altro piano rilevante: quello economico.    Anche in questo caso a prima vista non c’è confronto possibile fra uno stato dotato di un’economia pienamente industrializzata ed un’organizzazione politico-militare che tira avanti con le rimesse degli emigrati, le tasse che riesce ad esigere da una popolazione perlopiù poverissima ed aiuti da paesi terzi che perseguono comunque scopi diversi da quelli che si pongono i principali contendenti in campo.   Eppure, proprio su questo piano è Hamas ad avere in mano le carte di migliori.   Anche se oggi dei missili di media gittata hanno sostituito (o integrati) i razzi Qassam, ordigni rudimentali estremamente imprecisi, con cui Hamas ha bersagliato il territorio nemico per anni, il fuoco proveniente da Gaza è ancora molto più economico ed efficace nel provocare una reazione che si manifesta invece con sistemi d’arma spaventosamente costosi sia d’acquisto, che di uso.   Un solo missile del sistema “iron dome” costa probabilmente molto di più di tutti i razzi sparati da Hamas nella sua storia, per non parlare dell’oltre 1 miliardo di dollari che ne è costato il suo sviluppo.    E lo stesso dicasi per i costi relativi al far volare un F-16, il costo del munizionamento impiegato, ecc.   Tutto ciò è importante perché porta un notevole contributo al debito pubblico dello stato ebraico (circa il 75% del PIL).
Questo ci porta alle prospettive.   Senza entrare qui in dettagli, lo scenario globale in cui questo conflitto si inserisce è quello “postpicco” cui è dedicata una vasta letteratura cui si rimanda.   In estrema sintesi: riduzione quali/quantitativa delle risorse energetiche con conseguente peggioramento delle condizioni economiche a livello globale, ma in modo non uniforme per i vari paesi e per le diverse classi sociali, con conseguente crescita delle tensioni politiche, sociali e militari.   Contemporaneamente, peggioramento complessivo delle condizioni ecologiche del Pianeta, con particolare riguardo al clima, alla produzione di cibo, alla disponibilità di acqua ed alla pescosità degli oceani.   Un quadro di questo tipo che influenza potrebbe avere sul conflitto israelo-palestinese?
Israele è uno fra gli stati a più alta densità di popolazione del mondo (365 ab/kmq nel 2012), oltre che uno fra quelli a più alto input tecnologico ed energetico; per sopravvivere dipende totalmente dal commercio con l’estero e largamente da aiuti economici da paesi (principalmente dagli USA) che versano a loro volta in situazioni economiche certamente non floride, con tendenza al peggioramento.   Anche senza la guerra, è molto probabile che subirà danni particolarmente gravi dall’insieme dei fenomeni connessi con il procedere della recessione globale e del picco energetico.    In questo senso, può essere efficace la strategia di Hamas di indurre Israele a spese crescenti che non possono sortire l’effetto di annientare il nemico, ma che possono viceversa aumentare la fragilità economica e politica dello stato ebraico.
D’altronde, la situazione dei territori palestinesi ed in particolare a Gaza è già ampiamente drammatica anche senza la guerra, che non può che peggiorarla.   Anche in questo caso abbiamo di fronte un “quasi stato” che vive sostanzialmente di aiuti dall’estero, in un contesto in cui tutti i suoi principali sponsor  stanno affrontando problemi economici e politici crescenti, sia in ambito interno che estero.   A cominciare dalle petrocrazie, anch’esse strette fra crescita demografica, riduzione o stagnazione delle produzioni, crescenti tensioni interne ed internazionali.   Non è difficile prevedere un progressivo inaridimento di molte delle principali fonti di finanziamento attuali.
Sul piano politico internazionale, già attualmente il conflitto in questione è slittato molto indietro nella lista delle priorità delle potenze straniere a vario titolo coinvolte: l’espansionismo cinese, il revanscismo russo, lo sgretolamento americano, la possibile dissoluzione dell’Europa e dell’India, il sempre più serio pericolo di una guerra aperta fra Arabia Saudita ed Iran sono solo alcune delle preoccupazioni che stanno catalizzando l’attenzione delle cancellerie mondiali.   E’ probabile che negli anni a venire la guerra israelo-palestinese perda ulteriormente d’interesse per i governi e le opinioni pubbliche mondiali, se non come pedina nel quadro del “grande gioco” attorno alle residue riserve di greggio di buona qualità.
E dunque,  quali potrebbero essere degli scenari realistici?   Nel breve termine, credo che semplicemente non cambierà nulla, anche se è bene ricordare che spesso eventi storici importanti prendono le mosse da eventi comuni.   Quello di Mohamed Bouazizi non è stato né il primo, né l’unico suicidio di protesta col fuoco, ma fu la scintilla che scatenò una serie di rivolte destinate a cambiare il quadro geo-politico mondiale (anche se non nel senso sperato, come spesso accade).  
Inoltre, il prossimo gradino discendente nelle economie dei principali paesi impegnati in questo scacchiere (USA, EU e petrocrazie) avrà probabilmente conseguenze molto gravi sull’economia israeliana e devastanti su quella palestinese.  
Ed allora?   Puramente a titolo di congettura, avanzerei tre scenari forse possibili, ma non ugualmente probabili.
1 – Cambiamento radicale delle politiche israeliana e palestinese.   In teoria, potrebbero entrambi capire che collaborare è l’unica strada per mitigare (anche se certo non evitare) la durezza dei tempi a venire.   Ma la dose di odio e timore reciproci sapientemente coltivata nei decenni su entrambi i fronti rende una tale prospettiva quanto mai improbabile.  
2 – Guerra totale.   A Cylon la guerra fra Cingalesi e “Tigri Tamil” è durata oltre 25 anni e per molti aspetti è stata simile a quella fra israeliani e palestinesi, con forze governative soverchianti impossibilitate ad usare pienamente il loro potenziale per la costante presenza di civili in prima linea.   Ma nel 2009 l’esercito cingalese attaccò i territori controllati dai ribelli sparando con tutto quello che aveva su chiunque indiscriminatamente: miliziani, ostaggi e civili; tamil e cingalesi.   Il numero dei morti non è mai stato accertato, ma sicuramente fu di parecchie diecine di migliaia di persone; la struttura militare delle Tigri fu spazzata via e la popolazione tamil supersite fu in gran parte internata in campi di concentramento dove molti morirono poi di stenti. http://www.ilpost.it/2013/10/03/foto-tamil-sri-lanka-andrea-kunkl/
Potrebbe una cosa simile ripetersi in Palestina?   Per adesso sicuramente no.   Non lo vorrebbero la maggior parte degli israeliani e non lo permetterebbero gli USA, ma cambiando il quadro internazionale e peggiorando le condizioni di vita su entrambi i fronti, non è da escludersi un’escalation di violenza al momento senza precedenti in zona.
3 – Recrudescenza progressiva.   Una terza possibilità è che con il tempo gli israeliani si vedano costretti a ridurre il loro budget della difesa, con conseguente abbassamento dello standard tecnologico e dunque del divario fra le forze in campo.   Un simile scenario aumenterebbe considerevolmente le possibilità operative di Hamas e forse è questa la loro strategia.   Ma non credo che sarebbe favorevole per la popolazione civile su entrambi i fronti.   Infatti, se i soldati con la Stella di Davide si trovassero costretti a combattere casa per casa, con tecniche ed armi non molto diverse da quelle del nemico, è probabile che su entrambi i fronti il numero di atrocità gratuite aumenterebbe, generando una spirale di vendette al cui confronto quella attuale potrebbe sembrare una situazione pacifica.   La guerra attuale potrebbe insomma diventare simile alla guerra civile siriana.
E le armi nucleari?   L’arsenale israeliano è stimato fra gli 80 ed i 200 ordigni, ma in realtà tutto si basa su indiscrezioni e stime che il governo non ha mai né confermato, né smentito proprio per disporre di una deterrenza nucleare senza però assumersi gli impegni internazionali solitamente connessi con lo status di “potenza nucleare” e (forse) senza neppure accollarsi le spese iperboliche connesse con la realizzazione e la manutenzione di queste armi.
Dunque non si sa se questo arsenale davvero esista ed, eventualmente, in quale misura sia operativo; ma se esistesse, in tempi di progressivo collasso economico Israele si troverebbe, come altri stati, nell'imbarazzante situazione di disporre di armi che non si potrebbero più permettere di mantenere, ma che non potrebbero neppure smantellare (sempre per i costi eccessivi) e nemmeno abbandonare (per i rischio che qualcun altro le trovi).   E neppure utilizzare perché si tratta di armi destinate unicamente alla deterrenza nei confronti di potenze militarmente preponderanti; attualmente solo l’Iran potrebbe forse rivestire questo ruolo, ma personalmente ritengo molto più possibile una guerra fra Iran ed Arabia Saudita per il controllo del petrolio iracheno, piuttosto che un attacco ad Israele che ho l’impressione interessi sempre meno all'opinione pubblica araba.   Non per un sopravvenuto desiderio di pace od altro, ma semplicemente perché pressata da problemi molto più contingenti e direttamente sulla propria pelle (fame, disoccupazione, abnormi disparità economiche, razionamento dell’acqua, ecc.).
In definitiva, se il governo israeliano spera di spingere la popolazione palestinese a ribellarsi ad Hamas ed accettare un trattato molto peggiore di quello a suo tempo rifiutato da Arafat, credo che si sbagli di grosso. L'isolamento, l'eccesso nelle rappresaglie e la progressiva usurpazione di territorio con sempre nuovi insediamenti ebraici stanno sortendo, mi pare, l'effetto esattamente contrario.   Gli israeliani dovrebbero riflettere bene sul fatto che la loro enorme superiorità militare tenderà a ridursi; che faranno quando non saranno più in grado di mantenere la macchina bellica attuale?
Quanto ai dirigenti palestinesi, dovrebbero aver capito da un pezzo che l'unica cosa che possono ottenere con i loro attacchi sono delle rappresaglie.   E se il loro scopo è quello di riportare la loro battaglia sulle prime pagine dei giornali internazionali, dovrebbero considerare che il numero di morti palestinesi necessario per raggiungere tale scopo sarà sempre più alto.   Ne vale pena?   Per ottenere cosa?   Se il loro scopo è vedere la dissoluzione di Israele è probabile che basti aspettare: tutti gli stati attuali finiranno col dissolversi e le società con il riorganizzarsi diversamente.   Se il loro scopo fosse invece quello di vedere sorgere uno stato palestinese, ogni giorno che passa ed ogni razzo che parte allontana, anziché avvicinare tale prospettiva.








lunedì 7 luglio 2014

Storia del XX secolo in (pochi) numeri.

Più volte ho sottolineato la situazione di overshoot ecologico della nostra specie. Nel farlo ho spesso usato i dati di Vaclav Smil sulle biomasse dei vertebrati di terra, e utilizzando altri dati anche di quelli marini. Ho sempre detto che non mi era riuscito bene di capire la fonte da cui Smil traeva le sue stime, ma le divulgavo per l'autorevolezza del grande studioso di energetica ed ecologia. Nel 2011 Smil ha pubblicato un articolo, disponibile in rete per il download gratuito, che conferma i dati e ne cita la fonte. Inoltre l'articolo opera una ricostruzione storica dell'evoluzione delle biomasse su cui vale la pena di riflettere, perché ci permette di porre in prospettiva storica l'espansione umana nel XX secolo. Le percentuali stimate variano poco rispetto a quanto avevo riportato in passato.

Biomassa delle popolazioni di vertebrati presenti sulle terre emerse in miliardi di tonnellate di carbonio (Gt C).
La storia umana è dunque una storia di straordinario e repentino successo ecologico giocato a scapito degli animali selvatici la cui quantità è diminuita in termini relativi e assoluti. Ma anche a scapito di una moltitudine di animali domestici (bovini, ovini e suini) ridotti peggio degli schiavi, fatti vivere spesso in condizioni inaccettabili da qualsiasi punto di vista, le cui vite miserande sono tenute nascoste negli allevamenti industriali e terminate con metodi osceni nei mattatoi.
A scapito anche della vegetazione come si vede dai dati riportati nella tabella che segue (adattata dal solito articolo di Smil) nella quale si riporta anche la crescita della popolazione umana e, quella parallela, dell'energia pro-capite a partire da 5000 anni fa.


Anno
Popolazione
(milioni)
Energia
(GJ/capite)
Speranza di vita (anni)
Fitomassa globale (Gt C)
5000 anni fa
20
< 3
20
> 1000
0
200
< 5
< 25
1000
1000
300
< 10
< 30
900
1800
900
23
35
750
1900
1600
27
40
660
2000
6100
75
67
550


Come si vede la progressiva distruzione della massa vegetale ha un'accelerazione a partire dal XIX secolo: in due secoli e mezzo la fitomassa è stata ridotta di una quantità pari a quella distrutta nel millennio precedente. L'era delle fonti energetiche fossili (che sono essenzialmente fitomassa prodotta dalla fotosintesi centinaia di milioni di anni fa) non ha portato bene né agli animali né alle piante, ma ha favorito l'espansione incontrollata di un'unica specie, la nostra, che ancora non ha  individualmente, socialmente e culturalmente capito che non può vivere senza le altre specie.