domenica 20 luglio 2014

Un film già visto tante volte, ma come andrà a finire?



Di Jacopo Simonetta.

Mentre fra Israele e Palestina si replica un tragico film già visto chissà quante volte, sempre uguale, anche sulla stampa nostrana si rilancia la polemica fra chi tifa per gli uni e chi per gli altri; su chi sia più colpevole o su chi sia l’aggredito e chi l’aggressore, ecc.   Tutti argomenti che penso sia del tutto inutile discutere in quanto ognuno ha già le sue idee ben radicate
Piuttosto, credo che potrebbe essere interessante fare qualche illazione su come andrà a finire.   Non questa puntata, ché probabilmente finirà come tutte le precedenti; bensì su come finirà la serie.   Voglio dire: continuerà così in eterno?   Oppure ad un certo punto cambierà qualcosa e sarà trovato un accordo vero?   Oppure uno dei due contendenti riuscirà ad annientare l’altro?   Ed in questo caso, presumibilmente chi dei due?
Come sempre quando si cerca di sbirciare attraverso le nebbie del futuro la probabilità di azzeccarci è minimale; queste righe vogliono quindi essere solamente uno spunto per riflettere su alcuni aspetti della questione normalmente trascurati.   Non un pronostico.
Gli elementi in gioco sono tantissimi, ma forse i principali sono: forza militare, forza politica, forza economica.    Allo stato attuale sappiamo quali sono, ma sarebbe interessante capire come l’evoluzione in corso nel sistema globale modificherà lo scenario in questione.
Per prima cosa diamo dunque un’occhiata all’attuale forza relativa dei due contendenti.   
Sul piano militare, Israele dispone di uno dei migliori eserciti del mondo, mentre dall’altra parte si schierano alcune migliaia di miliziani, perlopiù combattenti altamente motivati ed ottimamente addestrati, ma niente di neppur lontanamente comparabile con le forze cui si oppongono.   Teoricamente la guerra dovrebbe risolversi nel giro di pochi giorni ed invece va avanti da decenni.   Come è possibile?
Un primo tassello di questo puzzle è rappresentato dal tipo di forze che si contrappongono.    Nel tempo, Israele si è dotata di una forza militare studiata e strutturata per combattere e vincere una guerra convenzionale con i paesi confinanti.    Ma si trova a combattere una guerra non convenzionale in cui la componente politica è predominante su quella militare.   Semplicemente non possono utilizzare che una parte minimale del loro potenziale bellico perché in un ambiente urbano compatto come Gaza questo significherebbe migliaia e non diecine di morti al giorno; quasi tutti civili.   Se anche volessero (e non è detto che lo vogliano), non possono farlo.   I loro stessi alleati glielo impedirebbero.
Dall’altra parte, Hamas (come nel recente passato e forse in futuro Hezbollah) non ha alcun bisogno di centrare qualche obbiettivo minimamente rilevante.   Solo il fatto di continuare a sparare dei razzi contro un avversario smisuratamente più potente gli assicura la vittoria politica e morale.   Anche se i loro razzi fanno dei buchi per terra o poco più.
Altra asimmetria importante è il rapporto con i civili, propri ed altrui.   Da parte israeliana vige la necessità di garantire la completa sicurezza dei propri cittadini.   Non era così ai tempi in cui i Kibbuzin andavano nei campi con il fucile ad armacollo, ma oggi l’uccisione di un solo israeliano è giudicata un fatto inammissibile e vincola il  governo a reazioni anche spropositate.   D’altronde, se l’uccisione di civili palestinesi è entro certi limiti tollerata dalla comunità internazionale, non c’è dubbio che ogni singolo caduto da parte palestinese favorisce Hamas a tutti i livelli, sia interni che internazionali.   Paradossalmente, mentre per il governo israeliano ogni singolo civile ucciso (proprio od altrui) è un colpo politico, per i suoi avversari più gente muore (propri a ed altrui) e maggiore è il vantaggio politico e di immagine che ne ricavano.   Molti commentatori sostengono anzi che le milizie palestinesi usino scientemente i propri civili come ostaggi.   Di fatto funziona così ed è una cosa vista anche in altri contesti, ma non darei per certo che sia un fatto voluto.   Del resto, durante gli scontri fra Hamas e Al Fatah (2006-2007) la percentuale di civili uccisi fu ugualmente molto alta, malgrado non vi fosse alcun interesse politico in tali morti.
Comunque sia, sul piano militare Israele  non ha la minima possibilità di soperchiare una volta per sempre il nemico; mentre le milizie islamiste non possono neppure ingaggiare seriamente il nemico.   Dunque una situazione di sostanziale stallo, malgrado l’enorme disparità di forze in campo.
Sul piano politico, ho la netta impressione che siano lontani i giorni in cui i governi Rabin e Peres davano l’impressione di cercare davvero un ragionevole compromesso.   La tecnica arafattiana di trattare fino alla soglia di un accordo per poi mandare tutto a monte e ricominciare daccapo è stata efficace nel portare a Gerusalemme governi più o meno legati all’estrema destra religiosa ebraica, cosa che a sua volta ha molto favorito la popolarità delle fazioni estremiste in campo avverso.   Non so se sia stato voluto, ma di fatto l’effetto è stato quello di consegnare entrambi i popoli a delle classi dirigenti che hanno tutto l’interesse a mantenere uno stato di belligeranza cronico che assicura ad entrambi il mantenimento del rispettivo potere.   In sintesi, il migliore alleato politico di Netanyahu è Haniyeh e viceversa.    Una situazione comune anche in altri contesti.
Sul piano internazionale, entrambi i contendenti godono di protezioni potenti, ma molto più intricate di quanto non lasci credere la stampa corrente in quanto molti soggetti (governi e non) sostengono contemporaneamente più d’una tra le fazioni in causa e su entrambi i fronti.   Ma soprattutto le potenze che sostengono i contendenti ne vincolano anche, in una certa misura, l’operato.   Dunque, anche su questo piano, nessuna delle due parti ha la minima possibilità di rovesciare l’altra.   Non può Hamas perché non ne ha la forza; non può Israele perché i suoi alleati più vitali non glielo permetterebbero.
Esiste però un altro piano rilevante: quello economico.    Anche in questo caso a prima vista non c’è confronto possibile fra uno stato dotato di un’economia pienamente industrializzata ed un’organizzazione politico-militare che tira avanti con le rimesse degli emigrati, le tasse che riesce ad esigere da una popolazione perlopiù poverissima ed aiuti da paesi terzi che perseguono comunque scopi diversi da quelli che si pongono i principali contendenti in campo.   Eppure, proprio su questo piano è Hamas ad avere in mano le carte di migliori.   Anche se oggi dei missili di media gittata hanno sostituito (o integrati) i razzi Qassam, ordigni rudimentali estremamente imprecisi, con cui Hamas ha bersagliato il territorio nemico per anni, il fuoco proveniente da Gaza è ancora molto più economico ed efficace nel provocare una reazione che si manifesta invece con sistemi d’arma spaventosamente costosi sia d’acquisto, che di uso.   Un solo missile del sistema “iron dome” costa probabilmente molto di più di tutti i razzi sparati da Hamas nella sua storia, per non parlare dell’oltre 1 miliardo di dollari che ne è costato il suo sviluppo.    E lo stesso dicasi per i costi relativi al far volare un F-16, il costo del munizionamento impiegato, ecc.   Tutto ciò è importante perché porta un notevole contributo al debito pubblico dello stato ebraico (circa il 75% del PIL).
Questo ci porta alle prospettive.   Senza entrare qui in dettagli, lo scenario globale in cui questo conflitto si inserisce è quello “postpicco” cui è dedicata una vasta letteratura cui si rimanda.   In estrema sintesi: riduzione quali/quantitativa delle risorse energetiche con conseguente peggioramento delle condizioni economiche a livello globale, ma in modo non uniforme per i vari paesi e per le diverse classi sociali, con conseguente crescita delle tensioni politiche, sociali e militari.   Contemporaneamente, peggioramento complessivo delle condizioni ecologiche del Pianeta, con particolare riguardo al clima, alla produzione di cibo, alla disponibilità di acqua ed alla pescosità degli oceani.   Un quadro di questo tipo che influenza potrebbe avere sul conflitto israelo-palestinese?
Israele è uno fra gli stati a più alta densità di popolazione del mondo (365 ab/kmq nel 2012), oltre che uno fra quelli a più alto input tecnologico ed energetico; per sopravvivere dipende totalmente dal commercio con l’estero e largamente da aiuti economici da paesi (principalmente dagli USA) che versano a loro volta in situazioni economiche certamente non floride, con tendenza al peggioramento.   Anche senza la guerra, è molto probabile che subirà danni particolarmente gravi dall’insieme dei fenomeni connessi con il procedere della recessione globale e del picco energetico.    In questo senso, può essere efficace la strategia di Hamas di indurre Israele a spese crescenti che non possono sortire l’effetto di annientare il nemico, ma che possono viceversa aumentare la fragilità economica e politica dello stato ebraico.
D’altronde, la situazione dei territori palestinesi ed in particolare a Gaza è già ampiamente drammatica anche senza la guerra, che non può che peggiorarla.   Anche in questo caso abbiamo di fronte un “quasi stato” che vive sostanzialmente di aiuti dall’estero, in un contesto in cui tutti i suoi principali sponsor  stanno affrontando problemi economici e politici crescenti, sia in ambito interno che estero.   A cominciare dalle petrocrazie, anch’esse strette fra crescita demografica, riduzione o stagnazione delle produzioni, crescenti tensioni interne ed internazionali.   Non è difficile prevedere un progressivo inaridimento di molte delle principali fonti di finanziamento attuali.
Sul piano politico internazionale, già attualmente il conflitto in questione è slittato molto indietro nella lista delle priorità delle potenze straniere a vario titolo coinvolte: l’espansionismo cinese, il revanscismo russo, lo sgretolamento americano, la possibile dissoluzione dell’Europa e dell’India, il sempre più serio pericolo di una guerra aperta fra Arabia Saudita ed Iran sono solo alcune delle preoccupazioni che stanno catalizzando l’attenzione delle cancellerie mondiali.   E’ probabile che negli anni a venire la guerra israelo-palestinese perda ulteriormente d’interesse per i governi e le opinioni pubbliche mondiali, se non come pedina nel quadro del “grande gioco” attorno alle residue riserve di greggio di buona qualità.
E dunque,  quali potrebbero essere degli scenari realistici?   Nel breve termine, credo che semplicemente non cambierà nulla, anche se è bene ricordare che spesso eventi storici importanti prendono le mosse da eventi comuni.   Quello di Mohamed Bouazizi non è stato né il primo, né l’unico suicidio di protesta col fuoco, ma fu la scintilla che scatenò una serie di rivolte destinate a cambiare il quadro geo-politico mondiale (anche se non nel senso sperato, come spesso accade).  
Inoltre, il prossimo gradino discendente nelle economie dei principali paesi impegnati in questo scacchiere (USA, EU e petrocrazie) avrà probabilmente conseguenze molto gravi sull’economia israeliana e devastanti su quella palestinese.  
Ed allora?   Puramente a titolo di congettura, avanzerei tre scenari forse possibili, ma non ugualmente probabili.
1 – Cambiamento radicale delle politiche israeliana e palestinese.   In teoria, potrebbero entrambi capire che collaborare è l’unica strada per mitigare (anche se certo non evitare) la durezza dei tempi a venire.   Ma la dose di odio e timore reciproci sapientemente coltivata nei decenni su entrambi i fronti rende una tale prospettiva quanto mai improbabile.  
2 – Guerra totale.   A Cylon la guerra fra Cingalesi e “Tigri Tamil” è durata oltre 25 anni e per molti aspetti è stata simile a quella fra israeliani e palestinesi, con forze governative soverchianti impossibilitate ad usare pienamente il loro potenziale per la costante presenza di civili in prima linea.   Ma nel 2009 l’esercito cingalese attaccò i territori controllati dai ribelli sparando con tutto quello che aveva su chiunque indiscriminatamente: miliziani, ostaggi e civili; tamil e cingalesi.   Il numero dei morti non è mai stato accertato, ma sicuramente fu di parecchie diecine di migliaia di persone; la struttura militare delle Tigri fu spazzata via e la popolazione tamil supersite fu in gran parte internata in campi di concentramento dove molti morirono poi di stenti. http://www.ilpost.it/2013/10/03/foto-tamil-sri-lanka-andrea-kunkl/
Potrebbe una cosa simile ripetersi in Palestina?   Per adesso sicuramente no.   Non lo vorrebbero la maggior parte degli israeliani e non lo permetterebbero gli USA, ma cambiando il quadro internazionale e peggiorando le condizioni di vita su entrambi i fronti, non è da escludersi un’escalation di violenza al momento senza precedenti in zona.
3 – Recrudescenza progressiva.   Una terza possibilità è che con il tempo gli israeliani si vedano costretti a ridurre il loro budget della difesa, con conseguente abbassamento dello standard tecnologico e dunque del divario fra le forze in campo.   Un simile scenario aumenterebbe considerevolmente le possibilità operative di Hamas e forse è questa la loro strategia.   Ma non credo che sarebbe favorevole per la popolazione civile su entrambi i fronti.   Infatti, se i soldati con la Stella di Davide si trovassero costretti a combattere casa per casa, con tecniche ed armi non molto diverse da quelle del nemico, è probabile che su entrambi i fronti il numero di atrocità gratuite aumenterebbe, generando una spirale di vendette al cui confronto quella attuale potrebbe sembrare una situazione pacifica.   La guerra attuale potrebbe insomma diventare simile alla guerra civile siriana.
E le armi nucleari?   L’arsenale israeliano è stimato fra gli 80 ed i 200 ordigni, ma in realtà tutto si basa su indiscrezioni e stime che il governo non ha mai né confermato, né smentito proprio per disporre di una deterrenza nucleare senza però assumersi gli impegni internazionali solitamente connessi con lo status di “potenza nucleare” e (forse) senza neppure accollarsi le spese iperboliche connesse con la realizzazione e la manutenzione di queste armi.
Dunque non si sa se questo arsenale davvero esista ed, eventualmente, in quale misura sia operativo; ma se esistesse, in tempi di progressivo collasso economico Israele si troverebbe, come altri stati, nell'imbarazzante situazione di disporre di armi che non si potrebbero più permettere di mantenere, ma che non potrebbero neppure smantellare (sempre per i costi eccessivi) e nemmeno abbandonare (per i rischio che qualcun altro le trovi).   E neppure utilizzare perché si tratta di armi destinate unicamente alla deterrenza nei confronti di potenze militarmente preponderanti; attualmente solo l’Iran potrebbe forse rivestire questo ruolo, ma personalmente ritengo molto più possibile una guerra fra Iran ed Arabia Saudita per il controllo del petrolio iracheno, piuttosto che un attacco ad Israele che ho l’impressione interessi sempre meno all'opinione pubblica araba.   Non per un sopravvenuto desiderio di pace od altro, ma semplicemente perché pressata da problemi molto più contingenti e direttamente sulla propria pelle (fame, disoccupazione, abnormi disparità economiche, razionamento dell’acqua, ecc.).
In definitiva, se il governo israeliano spera di spingere la popolazione palestinese a ribellarsi ad Hamas ed accettare un trattato molto peggiore di quello a suo tempo rifiutato da Arafat, credo che si sbagli di grosso. L'isolamento, l'eccesso nelle rappresaglie e la progressiva usurpazione di territorio con sempre nuovi insediamenti ebraici stanno sortendo, mi pare, l'effetto esattamente contrario.   Gli israeliani dovrebbero riflettere bene sul fatto che la loro enorme superiorità militare tenderà a ridursi; che faranno quando non saranno più in grado di mantenere la macchina bellica attuale?
Quanto ai dirigenti palestinesi, dovrebbero aver capito da un pezzo che l'unica cosa che possono ottenere con i loro attacchi sono delle rappresaglie.   E se il loro scopo è quello di riportare la loro battaglia sulle prime pagine dei giornali internazionali, dovrebbero considerare che il numero di morti palestinesi necessario per raggiungere tale scopo sarà sempre più alto.   Ne vale pena?   Per ottenere cosa?   Se il loro scopo è vedere la dissoluzione di Israele è probabile che basti aspettare: tutti gli stati attuali finiranno col dissolversi e le società con il riorganizzarsi diversamente.   Se il loro scopo fosse invece quello di vedere sorgere uno stato palestinese, ogni giorno che passa ed ogni razzo che parte allontana, anziché avvicinare tale prospettiva.








lunedì 7 luglio 2014

Storia del XX secolo in (pochi) numeri.

Più volte ho sottolineato la situazione di overshoot ecologico della nostra specie. Nel farlo ho spesso usato i dati di Vaclav Smil sulle biomasse dei vertebrati di terra, e utilizzando altri dati anche di quelli marini. Ho sempre detto che non mi era riuscito bene di capire la fonte da cui Smil traeva le sue stime, ma le divulgavo per l'autorevolezza del grande studioso di energetica ed ecologia. Nel 2011 Smil ha pubblicato un articolo, disponibile in rete per il download gratuito, che conferma i dati e ne cita la fonte. Inoltre l'articolo opera una ricostruzione storica dell'evoluzione delle biomasse su cui vale la pena di riflettere, perché ci permette di porre in prospettiva storica l'espansione umana nel XX secolo. Le percentuali stimate variano poco rispetto a quanto avevo riportato in passato.

Biomassa delle popolazioni di vertebrati presenti sulle terre emerse in miliardi di tonnellate di carbonio (Gt C).
La storia umana è dunque una storia di straordinario e repentino successo ecologico giocato a scapito degli animali selvatici la cui quantità è diminuita in termini relativi e assoluti. Ma anche a scapito di una moltitudine di animali domestici (bovini, ovini e suini) ridotti peggio degli schiavi, fatti vivere spesso in condizioni inaccettabili da qualsiasi punto di vista, le cui vite miserande sono tenute nascoste negli allevamenti industriali e terminate con metodi osceni nei mattatoi.
A scapito anche della vegetazione come si vede dai dati riportati nella tabella che segue (adattata dal solito articolo di Smil) nella quale si riporta anche la crescita della popolazione umana e, quella parallela, dell'energia pro-capite a partire da 5000 anni fa.


Anno
Popolazione
(milioni)
Energia
(GJ/capite)
Speranza di vita (anni)
Fitomassa globale (Gt C)
5000 anni fa
20
< 3
20
> 1000
0
200
< 5
< 25
1000
1000
300
< 10
< 30
900
1800
900
23
35
750
1900
1600
27
40
660
2000
6100
75
67
550


Come si vede la progressiva distruzione della massa vegetale ha un'accelerazione a partire dal XIX secolo: in due secoli e mezzo la fitomassa è stata ridotta di una quantità pari a quella distrutta nel millennio precedente. L'era delle fonti energetiche fossili (che sono essenzialmente fitomassa prodotta dalla fotosintesi centinaia di milioni di anni fa) non ha portato bene né agli animali né alle piante, ma ha favorito l'espansione incontrollata di un'unica specie, la nostra, che ancora non ha  individualmente, socialmente e culturalmente capito che non può vivere senza le altre specie.

mercoledì 25 giugno 2014

Dialoghi fra sordi.

di Jacopo Simonetta

         Per molti anni mi sono dedicato a parlare di problemi ambientali e correlati con una varietà di persone: dai bimbi dell’asilo fino agli amministratori ed ai politici che credono di essere grandi, dai cacciatori agli ambientalisti, dai contadini agli operai, dagli imprenditori agli universitari.   Alcune volte è stato utile perché ho avuto modo di vedere le cose da punti di vista diversi dal mio.    Molto più spesso è invece stato inutile perché ognuno voleva portare a casa un risultato preciso.   Ancora più spesso è stato inutile per la presenza nel discorso di modi di pensare che definirei “autobloccanti”.   Quelli che, nella mia esperienza, ho trovato più frequenti ed esiziali sono questi:

1 – “O è così, oppure è cosà”.   capita che una determinata domanda od una situazione abbia solo due risposte possibili, ma è raro.   Di solito, le possibilità sono molto più numerose, tranne quando non ci sono alternative del tutto.   I computers elaborano i dati sulla base di una logica binaria che, entro certi limiti, può simulare la realtà, ma non mi risulta che nessuno abbia mai dimostrato che la realtà sia binaria .    Personalmente, quando mi viene posto un aut aut comincio subito a chiedermi dove sia la fregatura.

2 – “Se “A” è cattivo, allora “B” (che è contro “A”) è buono”.   E perché mai?   Assai spesso si verifica che entrambi hanno delle buone ragioni dal loro punto di vista, oppure che sono entrambi cattivi ed hanno interessi contrastanti.   Per fare un esempio limite, Stalin e Hitler hanno combattuto l’un contro l’altro letteralmente fino all’ultimo dei loro soldati.   Chi dei due avrebbe dovuto essere il buono?
Niente dimostra a priori che se uno a torto (oppure mente), i suoi oppositori debbano aver ragione (oppure essere veritieri)    Ci sono infiniti modi di sbagliare e di mentire e, talvolta, anche svariati modi di aver ragione od esser veritieri.

3 – “Questo problema si risolve in questo modo”.   Se anche fosse vero, che succederebbe intanto con tutti gli altri fattori correlati?    Spostando un peso si spostano tutti gli altri e se non se ne tiene conto si commettono necessariamente errori madornali.   Un esempio drammatico è stata la diffusione dei pesticidi agricoli.   Visto che gli insetti e le erbacce provocavano perdite sensibili di raccolto, abbiamo utilizzato la chimica per distruggerli.   Il risultato, certificato dalla FAO, è che in 50 anni il quantitativo di pesticidi utilizzato in agricoltura è decuplicato, mentre le perdite percentuali di raccolto sono raddoppiate.   E nel frattempo abbiamo reso tossiche falde acquifere e fiumi, abbiamo sterminato miriadi di organismi utilissimi, abbiamo contribuito ad elevare i costi sanitari che sono divenuti una delle più pesanti pregiudiziali sul futuro delle società.

4 – “Se questa cosa non risolve il problema, allora è inutile”.   Magari è invece utile o perfino necessaria, anche se magari non è sufficiente.   Ad esempio, sviluppare l’eolico ed il fotovoltaico non potrà mai compensare la drastica riduzione di combustibili fossili (perlomeno non con le tecnologie attuali).    Ma non per questo sono inutili, anzi!   Proprio perché in futuro avremo gravi problemi di carenza energetica, installare oggi apparecchi in grado di funzionare per 30 o 40 anni, sia pure con efficienza ridotta, potrebbe essere di vitale importanza.   La differenza fra avere poco ed avere niente è abissale, come ben sa chiunque lo abbia sperimentato di persona.

5 – “Se c’è un problema ci deve essere una soluzione”.   Forse è vero, ma allora dovremmo smettere di chiamare “problemi” tutte quelle situazioni che semplicemente sono così e così restano, ci piaccia o meno.   E sono tante.   Per esempio, il peggioramento del clima o la rarefazione delle risorse, l’incremento dei cancri, la sovrappopolazione e tante altre ancora.

6 – “Se non si può ottenere questa cosa, allora tutto è inutile”.   Perché?   Magari si può ottenere qualcos’altro che è comunque meglio di niente.   Ad es. sulla Concordia sventrata si possono fare tantissime cose: dal calare le scialuppe in mare, all’arenare la nave su di basso fondale, al buttarsi tutti in acqua gridando qualcosa e tantissime altre opzioni, alcune delle quali certamente utili proprio perché non è possibile tenere a galla la nave.

7 - “Questa volta è differente”.   Un motto particolarmente caro a chi si sta cacciando in un guaio che ha già tritato altra gente prima di lui.   In effetti, analizzando le condizioni in dettaglio, non è difficile trovare innumeri differenze rispetto ai casi precedenti, ma se la struttura fondamentale ed il funzionamento sono gli stessi, è molto probabile che anche gli esiti siano analoghi.   A questo proposito, forse l’esempio più facile è il meccanismo di formazione e scoppio delle bolle speculative.   Perlomeno dal XVII° secolo funziona sempre esattamente alla stessa maniera ed ogni volta fior di professionisti ci ricascano.

8 – “E’ sempre successo così, non cambia mai niente.”   Rappresenta l’errore eguale e contrario al precedente.   I risultati di un’azione o di un’inazione dipendono infatti dal contesto in cui l’evento si verifica.

9 – “ Vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?”   Per cominciare, io mi chiederei che l’acqua sta aumentando o diminuendo.   Perché se il livello sale, anche se c’è poca acqua,  il dato tendenziale è rassicurante; viceversa, se il livello scende occorre allertarsi subito, anche se abbiamo ancora riserve consistenti.

10 – “Pensa positivo”.   Essere paranoici non è utile, d’accordo, ma neppure sforzarsi di immaginare un lieto fine ad ogni situazione è di aiuto.   Con la differenza che il paranoico, perlomeno, sarà più prudente e, forse, alla fine avrà maggiori probabilità di cavarsela.

11 – “I problemi siamo noi a crearceli”.   Questo è sicuramente vero in moltissimi casi e cambiare atteggiamento nei confronti di una situazione può sbloccare soluzioni efficaci.   Ma chi pensa che sia necessariamente sempre così non ha mai avuto un problema vero, di quelli che viceversa sono la realtà quotidiana di un sacco di gente che trova il modo di sopravvivere fra la miseria, le malattie e la violenza gratuita.

12 – “La scienza troverà la soluzione”.   Chi dice così, di solito, vuole a tutti i costi fare qualcosa che la scienza ha già ampiamente dimostrato che non si può fare.   Oppure che sarebbe molto intelligente evitare di fare.

Sono naturalmente molte altre le frasi tipo che caratterizzano le conversazioni inutili, ma queste sono quelle in cui mi sono imbattuto più di frequente.


venerdì 6 giugno 2014

Sfatatori di miti ed altro.

Non riesco a star dietro a tutto. Da qualche giorno, settimana? Mese? Anno? Non lo so! Da qualche tempo è tutto uno sfatar miti, prendere cose accertate e negarle. Così, tanto per mettersi in mostra, far la punta agli spilli, sentirsi anticonformisti, chic.

Che palle!

L'ultimo che ho visto è questo Werner Boote che con il suo documentario sulla sovrappopolazione recensito su ecoblog. Non ho visto il documentario, ma la recensione è di quelle che dimostrano come l'ecologismo abbia ormai perso ogni contatto con la realtà e sia sulla china dell'ideologia.
Una frase evidenziata, probabilmente attribuibile a Boote, è tipica dello sfatatologia:

La sovrappopolazione è un mito ed è uno strumento politico. I documentari che trattano questo argomento di solito vogliono mostrare l’apocalisse, ma io penso che sia più importante mostrare la verità.

Solo che questa è sfatatologia di sinistra. Negli ultimi anni prevaleva il negazionismo di destra, quello che il cambiamento climatico è un modo per abbattere il capitalismo e distruggere l'egemonia liberal-democratica dell'occidente cristiano-giudaico. Magari anche un po' complottista. Di quelli che il Club di Roma voleva ridurre la popolazione mondiale a suon di epidemie ecc ecc.

In un crescendo retorico buonista, non-violento, altermondista, noglobalista, radical scicchettone l'articolo di ecoblog ci propone la melassa di questa frase:

Sovrappopolazione e cambiamenti climatici sono due diversivi per non pensare alla vera origine dei problemi. Perché questi temi trovano spazio proprio in questa fase storica, quando la gente reclama una maggiore giustizia sociale e chiama i grandi gruppi industriali alle proprie responsabilità? Si individua nella sovrappopolazione la causa della crescita delle emissioni, ma i paesi più popolosi sono anche quelli più poveri e non sono certi i Paesi più poveri ad avere generato le emissioni che hanno prodotto i cambiamenti climatici.

Poteva mancare la citazione del Mahatma Ghandi? Non poteva! E infatti non manca.

“Nella terra c’è abbastanza spazio per soddisfare i bisogni di tutti, ma non abbastanza per l’ingordigia di pochi”.

Ecco, siamo alla soluzione etica. Basta eliminare l'ingordigia e l'egoismo, instaurare il paradiso in terra in cui il lupo fraternizzi con l'agnello, eliminare le differenze, estinguere le classi e i ceti sociali, e infine gli stati e diventare tutti francescani e il gioco è fatto. Su questo pianeta potremmo vivere anche in 50 miliardi, comodamente, condividendo le risorse di Gaia (Mammamia! Come non sopporto più nemmeno questa mielosa definizione del terzo pianeta) con il resto del creato, "vivendo con sobrietà ed eleganza", come scriveva Franco Piperno nel 1972, dopo aver sciolto Potere Operaio, (e, probabilmente, dopo aver letto Talkien) e prima di fiancheggiare le Brigate Rosse.

Vasto programma. In pieno overshoot ecologico di Homo sapiens, se la speranza si riduce alla creazione dell'Uomo nuovo, siamo veramente fritti. E infatti, a ben vedere, siamo fritti.

Quelli che rubano sodo! Come se non ci fosse domani, approfittando di opere catastrofiche e catastrogene come l'EXPO o il MOSE, lo fanno perché sanno o "sentono" che non c'è domani. Non comunque un domani così, come oggi. Sono i veri survivalisti. Si preparano al collasso.

Tanti saluti a tutti.

Luca.

P.S. Volevo scrivere un commento, a freddo, sui risultati elettorali. Ma chi se ne frega!

mercoledì 28 maggio 2014

Chi sono gli euroscettici?

Ad urne fredde, io non ho ancora ben capito chi abbia vinto.   Da un lato Popolarti e Socialisti, insieme, mantengono un ampio margine di superiorità; dall’altro perdono entrambi parecchi seggi a favore di formazioni di estrema destra e di sinistra radicale, nemiche su tutto tranne che sul fatto che bisogna ridurre il potere degli organismi comunitari.   Ma sono loro gli euroscettici?
Per discutere l’argomento, conviene cominciare con un ripassino-lampo di storia patria:
All'inizio del XX secolo le potenze europee avevano, complessivamente, il mondo in pugno.   Una solida alleanza fra Inghilterra, Francia e Germania avrebbe avuto la forza di tenere incantonati Stati Uniti, Russia e Giappone, nonché di risolvere tutti i problemi interni di povertà continuando a sfruttare spudoratamente il resto del mondo.   Certo, non era etico, ma non fu per uno scrupolo morale, bensì per un desiderio folle di predominio che gli europei decisero di suicidarsi scatenando la più terribile guerra mai vista fino ad allora.
Anche i vincitori ne uscirono molto peggio di come ci erano entrati ed il fiume di sangue fu così impressionante che ne  scaturì il progetto della “Paneuropa”.   Un progetto che ebbe un notevole successo iniziale, ma presto soffocato dallo sbarco in Europa della Grande Depressione degli anni’30, nata in USA.   Il precipitare della situazione economica riportò al governo partiti nazionalisti che tentarono di arginare i danni ai singoli paesi a scapito dei vicini.   Particolarmente feroci furono i francesi a danno dei tedeschi, cosa che aiutò non poco la carriera politica di Adolf Hitler.
Fu così che gli europei si gettarono in un secondo ed ancor più devastante suicidio collettivo; il più grandioso dell’intera storia umana.   Come andò lo sappiamo e, scavalcando forse 50 milioni di morti, giungiamo al 1945, con noi ridotti ad un cumulo di macerie, mentre USA ed URSS si scompartivano il mondo, Europa compresa.
Fu in questo desolante paesaggio che Robert Schuman ebbe l’idea geniale di sostituire lo sfruttamento dei vinti con la collaborazione economica.   Un processo che nelle sue intenzioni doveva gradualmente sanare le ferite reciproche e creare quel clima di fiducia e fratellanza che era indispensabile per giungere alla creazione di quegli Stati Uniti d’Europa, tante volte vagheggiati e mai realizzati.
Funzionò e siamo giunti al 1989: collasso dell’Impero Sovietico.   Occasione per gli europei per un nuovo suicidio.   Con la Russia a pezzi e l’America troppo ebbra di vittoria per preoccuparsi di noi, abbiamo avuto una finestra di buoni 10 anni per fare due cose: Guidare l’economia in uno stato il più possibile stazionario; creare una EU politicamente molto coesa ed integrata da subito, diluendo invece l’integrazione economica nei decenni a venire.   In altre parole, politica e difesa comuni; economie tendenti all’unificazione, ma con i tempi e le protezioni di cui ognuno aveva bisogno.   Ancor più importante: basare l’integrazione dei paesi dell’est sulla necessità di fare fronte comune alle immense difficoltà che non avrebbero tardato ad arrivare, anziché sulla prosopopea dell’arricchito che “educa al benessere” il suo vicino di casa povero.  
Esattamente il contrario di quanto fecero i partiti al potere allora (ed ora).
Ma non ci bastò: perseguendo un sogno neocoloniale assolutamente folle, abbiamo promosso e spinto la globalizzazione economica planetaria.   Il sogno era affascinante: un Europa faro di civiltà che gestisce buona parte dell’economia mondiale ( a proprio vantaggio), mentre le fabbriche, l’inquinamento, il proletariato urbano e tutte le altre cose sgradevoli connesse con lo sviluppo se le prendevano gli altri che, per di più, ce ne sarebbero stati grati.   E’ andata un po’ diversamente ed ora che la realtà bussa alle porte dei nostri sogni possiamo scegliere fra molte opzioni, ma ancora una volta riemergono gli spettri di un nazionalismo che, evidentemente, non ci è ancora costato abbastanza.    Sembra che stiamo nuovamente scegliendo di scannarci fra di noi, anche se sul piano economico e commerciale, anziché su quello militare, probabilmente perché non abbiamo più forze armate in grado di combattere se non come supporto a quelle USA. 
Fenomeni complessi come questo hanno sempre cause altrettanto complesse, ma una di queste è facile da identificare: i partiti che controllano i governi nazionali controllano anche il Consiglio Europeo che è il vero organo decisionale comunitario.   E da 30 anni questi partiti sono impegnati in un gioco di prestigio: far funzionare un’economia integrata, ma senza integrare le politiche; anzi, spesso tirando a farsi l’un l’altro le scarpe.   Non funziona e non può funzionare, ma questa semplice constatazione non riesce a scalfire i processi decisionali interni agli stati che poi, tramite il Consiglio, si riverberano a livello comunitario.   Il paradosso sta tutto qui: gli stessi partiti che nel Parlamento europeo spingono per una sempre maggiore integrazione, nelle rispettive capitali locali e nel Consiglio Europeo remano invece contro, chi più chi meno.  
Del resto è sempre così: le comunità sono più forti dei singoli e danno quindi dei vantaggi, ma per farle funzionare occorre che ognuno sia disponibile a far passare l’interesse collettivo avanti a quello individuale.  
Dunque, se proprio coloro che da sempre stanno seduti nelle “stanze dei bottoni” hanno estrema cura che certe cose non funzionino, è ovvio che non funzioneranno.    Ed è altrettanto ovvio che questo provocherà problemi, scontento e la precisa sensazione di essere presi in giro.   Sentimenti più che giustificati su cui estrema destra e sinistra hanno facile presa.   Io visualizzo la situazione in questi termini: siamo in mezzo ad un mare in tempesta e l’occhio del ciclone si avvicina.   La nostra barca è apparentemente robusta, ma chi la ha governata finora ha smontato gran parte delle strutture portanti per farci delle sovrastrutture inutili e pesanti che fanno beccheggiare pericolosamente lo scafo, mentre imbarchiamo acqua da diverse falle.   Gli ufficiali si picchiano intorno al timone, mentre i membri dell’equipaggio vagano con grosse canne in bocca e bottiglie di whisky mezze vuote in mano.   A questo punto un certo numero di passeggeri si ribella ed ha un’idea: affondiamo la barca ed andiamocene ognuno per conto suo, vedrete come sarà bello nuotare!
In conclusione, quali sono gli euroscettici?   
Quelli che per 30 anni si sono rifiutati di fare davvero l’Europa, o quelli che in questi giorni si stanno costruendo delle carriere politiche sugli errori commessi da altri?



Comunque, almeno una cosa nessun euroscettico potrà negare: tutti i popoli d’Europa sono accomunati da almeno due cose: la smisurata superbia ed una spiccata tendenza al masochismo.