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mercoledì 28 settembre 2011

Miti e realtà.

Al recente festival dell'Energia tenutosi a Firenze sembra che il prof. Vaclav Smil  abbia parlato del Picco
del Petrolio liquidandolo come mito. Così sembra dal reportage che fa Lorenzo Pinna uno degli autori di SuperQuark il programma di divulgazione scientifica di Rai 1. Delle opinioni del prof. Smil avevo scritto su questo blog in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. Qui di seguito riporto la risposta del Comitato Scientifico di ASPO-Italia all'articolo di Pinna e, indirettamente, a Vaclav Smil.



Raccontando un incontro al Festival dell'Energia di Firenze, Lorenzo Pinna, uno dei giornalisti della rubrica televisiva SuperQuark, scrive un articolo dal titolo roboante “Balle energetiche: il Peak Oil e altri falsi miti“.
Nell'articolo si riprendono alcune delle opinioni sul Picco del Petrolio del Prof. Vaclav Smil da questi già espresse nel suo recente libro: “Energy Myths and Realities” e in un articolo reperibile in rete [1].
Il Picco del Petrolio sarebbe un falso mito. Nella sostanza l'articolo di Pinna e le pubblicazioni citate non aggiungono nulla di nuovo rispetto alla ricca letteratura meta-scientifica che si occupa di sfatare il mito del Picco del Petrolio.
Pinna, Smil e recentemente Yergin del Cambridge Energy Research Association adottano argomentazioni datate: non è vero che il petrolio è finito, anzi ne abbiamo sempre di più. Con questo essi intendono dire che ne abbiamo sempre di più da annoverare fra le risorse conosciute. L'affermazione è tanto discutibile quanto inutile e non risolve il problema dell'offerta di combustibili liquidi.
E' infatti essenziale estrarlo quel petrolio, cioè produrlo.
L'impegno delle compagnie petrolifere, tutte le tecnologie dispiegate e il prezzo del barile (che nel decennio 1998-2008 è aumentato di un fattore 10 e oggi oscilla su valori non lontani dai 100 USD/barile) hanno permesso di impedire il declino della produzione di liquidi combustibili, ma lo hanno fatto attingendo a risorse assai più costose energeticamente ed economicamente, bilanciando il calo di produzione del petrolio convenzionale che, come previsto dagli stessi geologi citati nell'articolo di Pinna, ha avuto il suo picco attorno al 2005.
I fatti sono quantitativamente descritti nel seguente grafico tratto da The Oil Drum [2].


Qui è visibile il “plateau” (l’altopiano disegnato dalla stasi produttiva) nel quale ci troviamo dal 2004 e che viene faticosamente mantenuto a causa delle crescenti difficoltà di individuazione e di estrazione, nonché legate alla inferiore qualità del greggio. Dalla prima metà del secolo scorso ad oggi il costo energetico di estrazione (determinato dal rapporto tra la quantità di energia investita e quella che se ne ricava, definito ERoEI), su cui pesano anche le sempre più onerose azioni di ripulitura ambientale (come quelle del Golfo del Messico), è aumentato in media di 10-15 volte. Un processo negativo che riduce di fatto la risorsa netta estraibile e quindi realmente disponibile.
Le nuove tecnologie introdotte possono in realtà solo allungare di qualche anno questo stato di stallo produttivo, dopodiché l'inizio della discesa della disponibilità di greggio sarà inevitabile.
Considerazioni analoghe sono contenute in recenti documenti del JOE (The Joint Operating Environment) del Comando delle Forze Armate USA, del Dipartimento dell’Energia del governo USA (DoE) e del Zentrum für Transformation der Bundeswehr, un Centro di Ricerca dell’esercito tedesco.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia nel suo ultimo rapporto colloca nel 2008 il picco della produzione di greggio convenzionale dei giacimenti già in produzione e nel 2015 quello dei giacimenti che si stanno ora sviluppando. . Successivamente il mantenimento del livello di produzione risulterebbe garantito solo da improbabili nuove scoperte che si potessero estrarre tempestivamente.

Fonte IEA. WEO2010
Le altre energie fossili (gas e carbone) seguono trend ed evoluzioni peggiorative dell’ERoEI analoghe, anche se non temporalmente coincidenti. Possibili processi di sostituzione di una fonte energetica primaria con un’altra non sarebbero comunque in grado di soddisfare una domanda di energia globale tendenzialmente in costante crescita.
Il problema non è la quantità di energia fossile che possiamo contemplare attraverso i sofisticati mezzi della prospezione geologica, ma la quantità di petrolio (o di gas o carbone) che possiamo estrarre a costi che il sistema economico globalizzato (largamente dipendente da un flusso ininterrotto di energia a buon mercato) può permettersi senza andare in tilt come nell'estate del 2008. Allora, in concomitanza con il picco assoluto del prezzo del barile, il sistema finanziario inciampò nella realtà fisica che è alla base della ricchezza monetaria, piombando in un crisi da cui ancora nessuno sa quando e se si potrà uscire.

[1] Vaclav Smil - Peak oil: A Catastrophist Cult and Complex Realities - http://www.vaclavsmil.com/wp-content/uploads/docs/smil-article-2006-worldwatch.pdf

[2] http://www.theoildrum.com/node/8391

mercoledì 13 luglio 2011

Che non si dica che nessuno l'aveva previsto!

L'11 luglio è uscito su The Oil Drum un commento di Euan Mearns. Ne traduco le parti principali per chi ha difficoltà a leggere in inglese perché contiene una visione della crisi molto comune nell'ambiente dei picchisti.

Petrolio a 100$. Il conto alla rovescia- un appuntamento con la storia?
di Euan Mearns


In due occasioni storiche precedenti, il prezzo medio del petrolio annuale ha toccato 100 dollari al barile e questo fatto è stato seguito da una recessione. Al momento in cui scrivo (7 luglio) la media annua del Brent è di 95,4 dollari, sulla buona strada per superare i 100 dollari nel mese di settembre. Sarà la storia che si ripete? O è l'economia mondiale è diventata immune agli alti prezzi dell'energia?

Un modello semplice che è diventato popolare tra i commentatori ribassisti sul picco del petrolio è che l'alto prezzo del petrolio, causato dalla crescente scarsità di petrolio a buon mercato, può portare alla recessione. Mentre i consumatori spendono di più per benzina e altri servizi energetici quali l'energia elettrica e il gas naturale, la ricchezza che rimane da spendere in iPad, vino e vacanze diventa sempre meno, causando recessione in tutti i settori non energetici dell'economia. I prezzi elevati dell'energia portano anche ad un'inflazione che in un mondo monetarista dovrebbe essere schiacciata da tassi di interesse più elevati, anche se i banchieri centrali sembrano fin troppo consapevoli del fatto che ora tassi di interesse più elevati e alti prezzi dell'energia ammazzerebbero la crescita economica in molti paesi OCSE e, così facendo, porterebbero molte importanti economie, ultra-indebitate, verso l'insolvenza.




Variazione storica del prezzo del barile del Brent.
Ho postato versioni aggiornate di questa figura numerose volte negli ultimi mesi. La linea di tendenza ottenuta estrapolando la media annuale del Brent indica il superamento dei 100 $ a settembre. Il massimo del 2008, pari a 143$ fu raggiunto il 3 luglio. Le olimpiadi cinesi iniziarono l'8; il 15 settembre Lehman Brothers presentava istanza di fallimento. Il massimo del 2011 (fino ad ora) è più basso [di quello del 2008] 126$ raggiunto il 28 aprile. La sequenza del 2008/2009 fu Picco del prezzo del petrolio, crisi finanziaria e vera e propria recessione nel 2009. Quella sequenza di eventi è iniziata con la relativamente piccola e sconosciuta banca britannica Northern Rock che andava in difficoltà nei mesi di agosto e settembre 2007.


I paesi OCSE più indebitati come il Regno Unito (Stati Uniti, Spagna e Italia) hanno bisogno di una forte crescita economica per produrre il surplus fiscale necassario per pagare gli interessi sui debiti esistenti e di ripagare il debito principale. Dopo il collasso del 2008 / 09 il ritorno di una forte crescita che desiderabile e necessaria non si è materializzata secondo i piani in molti paesi e ci sono solo indizi che il mainstream stia iniziando a capire il problema di fondo: vale a dire gli alti prezzi dell'energia. Ma è qui che ci si imabatte nel Comma 22. Una forte crescita economica, in un mondo con vincoli energetici, porta inevitabilmente all'aumento dei prezzi dell'energia, smorzando la crescita prima che essa abbia fatto diffondere la prosperità. Comprendere le radici del problema è il primo passo. Capire come affrontarlo, se può essere affrontato, è una questione diversa. La recente mossa dell'IEA di razziare le riserve strategiche di petrolio dell'OCSE per 18 ore di consumo mondiale di petrolio è stato un approccio totalmente inopportuno, e anche inutile visto che il tentativo di domare i prezzi del petrolio è fallito.

Non ci sono soluzioni semplici a questo problema. Ma un buon primo passo è quello di diventare molto più intelligenti nel modo in cui usiamo le nostre riserve di petrolio rimanente e le risorse energetiche in generale, per garantire i servizi energetici che le nostre economie richiedono con l'utilizzo di quantità molto più piccole di energia.

Sono diventato diffidente nel fare previsioni. Ma è mia opinione che l'economia mondiale, e in particolare alcune principali economie OCSE, abbiano rallentato nel secondo trimestre del 2011. I primi rapporti per la crescita Regno Unito mostrano una stagnazione a 0,1%. L'autorevole economista e giornalista del Financial Times Gavyn Davies vede anche l'economia globale in via di indebolimento. Nel Regno Unito, questo sarà attribuito al taglio della spesa pubblica e all'aumento troppo veloce delle tasse, ma la realtà è che noi come paese continuiamo a vivere ben oltre i nostri mezzi e non possono permetterci di importare quantità sempre maggiori di energia costosa per alimentare le attività del tempo libero della nostra popolazione di pensionati in rapida crescita.

La stagnazione della crescita in Gran Bretagna sarà in gran parte causata da un prezzo del petrolio insostenibile– che sta già trascinando l'economia mondiale sull'orlo del baratro. L'interessante storia del legame fra alti prezzi del petrolio e recessione si sta svolgendo sotto i nostri occhi e tornerò su questo tema in modo regolare nei prossimi mesi perché nessuno possa dire: "nessuno ha visto ciò che stava arrivando".

domenica 3 luglio 2011

Il ciclo infernale.

Volevo parlare di un libro che ha già ricevuto attenzione sul blog di Ugo Bardi Cassandra's Legacy. Il libro è quello scritto da Philippe Bihouix e Benoit de Guillebon e intitolato "QUEL FUTUR POUR LE METAUX?" (Quale futuro per i metalli?) con un sottotitolo che esplicita ulteriormente l'argomento del testo: la rarefazione dei metalli: una nuova sfida per la società.

Il testo, piuttosto tecnico, ma non pesantissimo per chi ha un minimo di cultura scientifica e sa leggere dei grafici, spiega nel capitolo introduttivo le basi per una comprensione sistemica dello sfruttamento minerario, con particolare attenzione, ovviamente, alla questione dei metalli.

La questione dei metalli non si risolve nel dire che essi sono risorse non rinnovabili per eccellenza e quindi estratte da una riserva fissa, o che si ricostituisce in tempi di centinaia di milioni di anni, il problema è il consumo crescente, la natura dispersiva di molti usi (come ad esempio l'uso dei composti di rame in agricoltura e del cromo e dello zinco come mezzi anticorrosione), i limiti del riciclo che per quanto efficace non può mai essere del 100% e l'espansione dello sfruttamento di metalli rari e rarissimi con le nuove tecnologie. L'insieme di questi fattori pone un limite alla possibilità di espansione delle applicazioni tecnologiche e industriali dei metalli.

Come per tutte le risorse minerarie con i metalli si è passati, nel corso della storia, dallo sfruttamento dei giacimenti a più alta concentrazione a quello di giacimenti con contenuto minore. Così
si stima, ad esempio, che, per quanto riguarda il rame (metallo essenziale in molte applicazioni elettroniche ed elettrotecniche) si sia passati dallo sfruttamento di giacimenti al 1,8% in rame (55 tonnellate di minerale per 1 tonnellata di metallo) all'attuale 0,8% (125 tonnellate di minerale per una tonnellata di metallo).

E' importante capire che lo sfruttamento di giacimenti a basso tenore comporta anche un consumo energetico più elevato, perché ovviamente, riprendendo l'esempio precedente del rame, ci vuole molta più energia per trattare 125 tonnellate di roccia che per trattarne 55.

E' dunque chiaro  che c'è un forte legame fra la questione energetica e quella dei metalli. Il consumo di energia aumenta infatti in modo inversamente proporzionale alla concentrazione. A causa di questa legge si viene ad istitutire un circolo vizioso, il ciclo infernale del titolo di questo post, secondo cui:

Le materie prime sempre meno concentrate, richiedono sempre più energia e
l'energia sempre meno disponibile richiede sempre più materie prime per la sua produzione.

 Questa immagine mette a confronto il pozzo petrolifero a Spindletop nel 1901 all'inizio della storia estrattiva del petrolio USA e una piattaforma del tipo Deepwater Horizon. Il secolo di sviluppo tecnologico è chiaramente apprezzabile. Non conosco il costo dell'impalcatura di legno che costituiva lo Spindletop, quello che so è che oggi una piattaforma come la Deepwater Horizon viene affittata al costo di 450.000 dollari al giorno. La tecnologia ha evidentemente un costo economico oltre che, come abbiamo visto, ecologico.  Inoltre è ovvio che l'evoluzione della tecnologia estrattiva implica una moltiplicazione del consumo di materie prime. Ed è questa la riflessione a cui ci spinge il libro di Bihouix e de Guillebon.
Per interrompere il circolo infernale c'è una sola risposta non traumatica: l'inizio di un processo di rientro governato dei consumi e della domanda di materie prime ed energia (cioè anche della popolazione).

L'insistenza delle classi dirigenti per il rilancio della crescita è la via maestra verso il collasso.



venerdì 1 luglio 2011

Yemen.

Ancora notizie di paesi con gravi crisi ecologiche e sociali. Questa volta è lo Yemen che da anni è un luogo abbastanza turbolento, ma che sembra aver raggiunto una nuova frontiera nella crisi. Anche in questo caso il petrolio che ha superato il picco locale all'inizio di questo decennio, sembra giocare un ruolo importante, per quanto la produzione locale non fosse molto rilevante: il picco ha segnato una produzione massima di poco più di 400.000 barili al giorno. Il secondo fattore chiamato in causa sarebbe la crescente scarsità di acqua. Il paese è arido, ha pochi fiumi e per l'agricoltura si fa uso di acquiferi fossili. Quello che ancora sfugge alle analisi è che petrolio e acquiferi fossili sarebbero certamente esauriti in quanto risorse non-rinnovabili, ma quello che ha determinato la rapidità dell'esaurimento è il fatto che sulla disponibilità di tali risorse, invece di far crescere il benessere, si è lasciata crescere la popolazione che si è moltiplicata per quattro in 60 anni.


Quando sento dire che l'uomo è diverso dagli altri animali concordo sempre. L'uomo è diverso: è l'unico a camminare su due gambe. Per il resto cade nelle stesse trappole di tutti gli altri. E a volte lo fa perfino con maggiore entusiasmo.

giovedì 25 novembre 2010

Appuntamento con il mago dell'energia.


Come ogni anno all'inizio di novembre l'IEA (International Energy Agency) Agenzia intergovernativa per l'energia dei paesi OCSE, esce con il suo documento di analisi e previsione (qui si trova un sommario in italiano). Come ogni anno gli analisti si calano nel documento con particolare attenzione alle previsioni. Quest'anno la novità è nel fatto che l'IEA propone degli scenari di taglio dei consumi tali da raffreddare la dinamica del prezzo del barile di petrolio. La figura chiave è questa (ho solo tradotto la legenda):

da confrontare, per esempio, con una analoga figura di due anni fa:


 Come si vede i nuovi scenari confermano il picco del convenzionale che è ormai un fatto assodato da due anni anche per l'IEA, e diminuiscono la produzione totale a 96 milioni di barili al giorno nel 2035. Nel documento del 2008 la produzione raggiungeva un livello superiore ai 100 milioni di barili al giorno nel 2030. Le nuove politiche dovrebbero contenere la domanda, e quindi i prezzi, e prolungare un po' la vita dei combustibili fossili. Nello stesso scenario il prezzo è previsto aumentare fino a 113 $/barile (in dollari 2009) nel 2035.



Lo scenario 450 si riferisce ad uno scenario di contenimento delle emissioni tale da non far superare alla concentrazione di CO2 in atmosfera le 450 ppm.

Il world energy outlook è un documento piuttosto corposo e per leggerlo tutto ci vuole un po' di tempo. Un certo numero di commenti sono usciti le scorse settimane su The Oil Drum a cura di Gail the Actuary.
Io ho scritto un articolo pubblicato su Notizie Radicali. Magari più avanti ci ritorno.




lunedì 1 novembre 2010

Con il prof. Smil, alla ricerca della tranquillità perduta.

Chi mi conosce bene sa che non sono mai stato una persona tranquilla.
Tuttavia dal settembre del 2003, momento in cui mi sono reso conto del problema del picco del petrolio, sono poco tranquillo in un modo totalmente diverso. Come dimostrano i casi che occupano le prime pagine, e la rete, in questi giorni, quello Cassano, e quello Ruby- Berlusconi, non è facile modificare il proprio temperamento che, probabilmente, è in gran parte innato. Ma certamente la "cultura", l'ambiente in cui viviamo, ci modifica.

A volte ho nostalgia della mia mancanza di tranquillità precedente. Non ho avuto nemmeno la possibilità di scegliere, come capita al Neo di Matrix, fra la pillola rossa e quella blu. Sono entrato in un'aula universitaria per assistere ad un seminario postprandiale sul petrolio, uno di quelli in cui si sonnecchia cercando di non farsi notare dai colleghi, e ne sono uscito un'ora e mezza dopo assai poco addormentato. Da allora periodicamente cerco, a volte coscientemente a volte incosciamente, di trovare una seria smentita alla verità manifesta del picco del petrolio e dei suoi effetti sulla nostra vita.

E' stato così per me naturale leggere d'un fiato l'ultima fatica del prof. Vaclav Smil, sui cui testi ho studiato e imparato moltissimo, dal titolo: Energy Miths and Realities. Bringing science in the energy policy debate (Miti e realtà sull'energia. Portare la scienza nel dibattito sulla politica energetica).

I miti energetici che il prof Smil intende sfatare sono molti, alcuni piuttosto datati come "la credenza che il risparmio energetico riduca il consumo totale di energia" e la fede incrollabile nell'innovazione tecnologica che si manifesta nella patologia della generalizzazione della legge di Moore (che il prof. definisce maledizione di Moore). Questi miti persistenti includono, secondo Smil, anche le auto elettriche, le rinnovabili e il nucleare.
Questi miti vengono affrontati e smontati con una certa ironia e noncuranza, quasi che il professore volesse mostrare quanto poco impegno sia necessario per distruggerli. Nella seconda parte del testo si affrontano i miti che hanno ricevuto l'attenzione dei media in tempi recenti e che hanno anche una corposa letteratura tecnico scientifica: il picco del petrolio, il sequestro dell'anidride carbonica, la produzione di combustibili dalle piante e la fonte eolica. In conclusione Smil affronta il tema della transizione energetica e dimostra, come già Robert Hirsh nel 2005, che per portarla a compimento ci vogliono decenni.

In molte parti del testo il professore è, a mio avviso, molto convincente. Il suo scetticismo e pessimismo sul lato tecnologico ha toccato delle corde profonde di convinzione che mi appartengono da sempre. La retorica che viviamo nella nostra società riguardante l'innovazione e la ricerca sono una delle tossine più diffuse e che maggiormente ostacolano una discussione seria sulla possibile evoluzione del metabolismo sociale ed economico. Fra queste la maledizione di Moore e le conseguenti patologie iper-tecnofile della singolarità appaiono le più gravi. Altrettanto convincente è Smil nel discutere la fattibilità dei megaprogetti di sequestro della CO2 e dei biocombustibili.

Purtroppo nella mia ricerca della perduta tranquillità aspettavo molto di più dal capitolo sul Peak Oil che appare veramente poco convincente. Gia la partenza è sbagliata: retoricamente il prof. presenta la teoria della gola di Olduvai come una specie di main-stream picchista. Poi tutta la critica si concentra sulla curva di Hubbert e sulla presunta mancanza di analisi dell'economia del petrolio da parte dei "sostenitori" della teoria del picco del petrolio. Siccome chiunque legga e studi il problema del picco sa che il modello di Hubbert non è nè l'unico nè il principale strumento teorico in mano a chi si occupa dell'esaurimento delle risorse finite, e che il "discorso" economico è sempre presente nel dibattito, al punto che esiste ormai un vero e proprio corpus di economia politica sviluppata sull'idea che sono i flussi di energia a determinare il livello del nostro benessere, la critica di Smil finisce interamente fuori bersaglio e lascia il lettore (ed in particolare il sottoscritto) nella stessa condizione in cui era partito.



Per ulteriori approfondimenti sul libro di Smil consiglio la recensione pubblicata da Gail Tvenberg su The Oil Drum.