venerdì 9 dicembre 2011

Rileggendo Aldous Huxley.

Ci sono letture che andrebbero ripetute ad ogni nuova stagione della vita. L'ho pensato recentemente rileggendo Il mondo nuovo di Aldous Huxley e soprattutto rileggendo un'edizione del 1994 [1] che contiene anche Ritorno al mondo nuovo, il saggio che Huxley scrisse nel 1958, venticinque anni dopo la prima edizione del suo libro più famoso, che allora mi era passata sotto gli occhi del tutto inosservata.



Il Mondo Nuovo è, come immagino tutti sappiano, un romanzo di fantascienza ambientato nel 2540, anno 632-simo dell'era Ford. Forse non tutti ricordano che l'anno zero di quell'epoca fantastica è quindi il 1908 anno in cui viene lanciato il modello T della Ford. Anno cruciale in cui nasce la grande standardizzazione del capitalismo produttivo e consumista, e perciò omologante, che è la negazione dell'individualismo del capitalismo originario. Con il modello T della Ford, per noi sarà la FIAT 500, inizia la grande promessa del capitalismo, con l'universalizzazione del sogno americano, di portare tutti, attraverso il consumo di massa ad essere benestanti come le classi privilegiate. Ed è di questo processo di universalizzazione e appiattimento dell'uomo che Huxley parla nel suo saggio del 1958 con intuizioni che con l'occhio di oggi appaiono fulminanti.

Il confronto con la distopia orwelliana è inevitabile e benché precedente a 1984 (pubblicato nel 1948), Il Mondo Nuovo (1931) mostra di aver colto in anticipo il fatto che la società capitalista, dalle mostruosità tiranniche del XX secolo, muoveva verso un mondo nuovo in cui il benessere avrebbe sepolto la libertà e l'individualità sotto l'“immane raccolta di merci” e con la mercificazione di ogni rapporto sociale e personale, piuttosto che soffocarla con il dispotismo. Nel 1958 Huxley prende atto della natura profetica della sua intuizione del '31.

Sovrappopolazione e super-organizzazione, con la relativa e necessaria Etica Sociale, portano alla distruzione dell'io e dell'individualità esattamente come avviene programmaticamente e scientificamente nella società del mondo nuovo. Sono funzionali alla distruzione della libertà individuale in nome del bene comune, un bene comune che viene continuamente ridefinito dai bisogni continuamente ricreati del consumo, della crescita, della quantità a discapito della qualità.

L'intero saggio è una perorazione di democrazia e libertà, è un libro filo-occidentale ed europeista, in cui con forte capacità intuitiva si comprende il legame fra economia e ambiente. Intuizione certamente, ma si deve ricordare che AldousHuxley aveva, oltre alla laurea in letteratura, quella in Scienze Biologiche ed era il nipote del biologo Thomas Huxley, che era stato uno dei principali diffusori e sostenitori della Teoria dell'Evoluzione, tanto da essere soprannominato “il mastino di Darwin”.

“La produzione di massa non sta in piedi senza distribuzione di massa, e la distribuzione di massa crea problemi che solo i grandi produttori possono risolvere adeguatamente” [2]

In queste condizioni si crea quella concentrazione di ricchezza e potere che determina l'ascesa al potere delle élites dell'occidente industrializzato e democratico che sono la negazione dell'ideale democratico (e federalista) jeffersoniano, “di una società veramente libera, composta da una gerarchia di unità capaci di autogovernarsi.”

L'uniformità che scaturisce dalla massificazione ci riduce ad automi produttori-consumatori e quindi dei malati mentali, dei nevrotici, come rilevava ErichFromm, e come già definito nella concezione dei quattro tipi di alienazione in Marx ed Engels.

“Uniformità e libertà sono incompatibili. Uniformità e salute mentale sono anch'esse incompatibili … L'uomo non è fatto per esser automa, e se lo diventa, va distrutta la base della sua sanità mentale” e ancora: “Qualsiasi cultura che, nell'interesse dell'efficienza o in nome di un dogma religioso o politico, cerca di standardizzare l'individuo umano, commette un'offesa contro la natura biologica dell'uomo.”[3]

L'uomo è animale sociale, ma non solamente questo, la sua socialità si esprime al meglio nell'equilibrio dei numeri che permette un equilibrio di libertà individuale e doveri, cooperazione e competizione. Questo optimum, che è anche e forse soprattutto un optimum demografico, si colloca a metà strada fra l'orda primitiva e il mondo sovrappopolato dei miliardi di individui organizzati nelle società moderne costituite di grandi stati, o superstati come l'Unione Europea, ma anche l'Unione degli Stati Uniti d'America (che sta sempre più tradendo il federalismo jeffersoniano). Nel mondo umano l'organizzazione è indispensabile, ma un eccesso di organizzazione, oggi dopo Tainter[4] si parlerebbe di complessificazione dato che l'organizzazione è, di questa, parte integrante, “trasforma gli uomini in automi, soffoca lo spirito creativo, toglie ogni possibilità di liberazione. Come sempre, la via di mezzo è quella sicura: fra l'estremo laissez faire da una parte e il controllo totale dall'altra.” [5]

Biologicamente l'uomo è più vicino al lupo, all'elefante, ai cetacei che agli insetti sociali. Invece è proprio il formicaio e l'alveare che viene immediatamente in mente guardando i grandi assembramenti metropolitani. La crescita del numero è il viatico per l'irreggimentazione, coerentemente essa è gradita alle grandi ideologie politiche e religiose basate sull'Etica Sociale e contrarie all'individualismo. Ma è gradita anche per ragioni economiche a quelle élites che si sono costituite grazie alla concentrazione delle ricchezze nel processo di crescita e globalizzazione e che nelle democrazie di antica industrializzazione sostengono il proprio predominio, con l'uso della retorica della libertà.

La spinta alla magnificazione della fertilità, che è probabilmente geneticamente radicata (hardwired) nell'uomo, come in tutti gli organismi viventi, dall'evoluzione biologica che si è realizzata in presenza di fattori limitanti esterni abbastanza potenti tali da renderla necessaria, diventa Tabù della Sovrappopolazione di cui non si deve parlare.

Talvolta, nei consessi culturalmente più elevati questo Tabù si manifesta in modi perfino più sofisticati e perniciosi di quelli adottati, ad esempio negli ambienti religiosi della Chiesa Cattolica, ad esempio “dimostrando” che il problema demografico non è l'unica causa del degrado ambientale come dimostra la famosa formula IPAT. Tranne poi dedicarsi invariabilmente alle sole componenti A e T e mai a quella P nell'unico modo possibile: il controllo della fertilità.

In nome della giustizia sociale, fra generazioni, fra popoli tutti devono avere il diritto di esercitare a piacere la propria capacità riproduttiva, perché, dicono ad esempio i marxisti: il problema non è il numero, ma i rapporti di produzione, oppure, dicono i cattolici in sintonia con gli ecologisti, il problema non è il numero ma i consumi. Tutti uniti nel pauperismo utopico di una società di virtuosi. L'economia come scienza, mediocremente irrilevante più che triste, si preoccupa invece della sostenibilità dei trattamenti pensionistici fra un numero di anni per i quali nessuno è in grado di fare una previsione minimamente attendibile.

L'umanesimo di Huxley nota che insieme al crescere del numero e della superorganizzazione, ovvero del super-stato e delle super-corporation, si passa sempre più da uno scenario tipo “1984”, fatto di dittature riconoscibili, ad uno tipo “Mondo Nuovo” con un profondo condizionamento dell'uomo fin dalla più tenera età, ed un controllo del flusso di informazioni che non nega la libertà di pensiero ma la invischia nel miele del sistema dell'informazione- spettacolo- comunicazione dell'industria culturale che rende nevrotici ed alienati anche i suoi stessi attori. [6]

I grandi filantropi dei secoli scorsi che si sono battuti per l'alfabetizzazione universale e per la libera stampa “prospettavano solo due possibilità: la propaganda è vera o è falsa. Non previdero quello che di fatto è accaduto [parla Huxley nel 1958 NdA], soprattutto nelle nostre democrazie capitaliste occidentali: il sorgere di una grossa industria della comunicazione di massa che non dà al pubblico né il vero né il falso, ma semmai l'irreale, ciò che , più o meno, non significa nulla.” [7]

Il panem et circenses dei romani è nulla rispetto al flusso continuo di nulla mediatico a base di cronaca, sport, vacuità cinematografica, e narrativa. Tutto infallibilmente divenuto il marxiano oppio dei popoli che ha perduto però anche quel “singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito” [Karl Marx.Criticaalla filosofia hegeliana del diritto pubblico.] che nobilitava la religione giudicata dal Marx nel secolo XIX, per diventare pura e semplice felicità acrilica. Siamo esattamente al golf elettromagnetico, al cinema odoroso e al sesso tanto promiscuo e paritario quanto meccanico in cui la femmina desiderabile, la Lenina del Mondo Nuovo, è giudicata stupendamente pneumatica. Non ci vedete le labbra e le tette rifatte secondo l'ideale di femmina palestrata e androgina propagandato dalla lobby gay della moda contemporanea, che denunciava Luigi De Marchi? Modello che oltre ad essere in se disumano è fonte di alienazione sia per i modelli che per le donne che ne subiscono l'influsso, come testimonia la vera e propria epidemia di Anoressia fra le giovani donne.

L'insieme di questi risultati sono ottenuti attraverso il condizionamento della pubblicità e dell'applicazione della scienza allo studio del comportamento umano. Spero che qualcuno si ricordi lo splendido monologo teatrale di Gabriele Porrati durante il convegno ASPO-5 a Firenze, quando descrive l'organizzazione della distribuzione delle merci sugli scaffali in un grande supermercato. Quando spiegava la ragione per cui frutta e verdura vengono prima di ogni altra cosa. Anche io mi ero chiesto la ragione senza darmi una spiegazione. Pensavo che la scelta fosse sbagliata perché generalmente frutta e verdura sono tendenzialmente più fragili delle merci che si mettono successivamente nel carrello e rischiano di essere schiacciate e quindi sciupate. Nulla di tutto questo: frutta e verdura vengono messe prima di tutto il resto perché sono divenute (anche questo attraverso la persuasione occulta) sinonimo di cibi sani e perciò dopo aver preso quelli il consumatore inconsapevole è più disposto a comprare altro, anche le cose meno salubri perché si sente l'animo in pace.

I bambini da carne da cannone sono diventati carne da televisione, e di nuovo, anche per questo, ce ne vogliono molti, sempre di più, domani saranno contribuenti e consumatori acritici (ma c'è bisogno di aggiungere questo attributo?). Lo sono diventati grazie alle scoperte della propaganda nazista goebbelsiana applicate alla vendita delle merci.

Bella anche la parte del saggio di Huxley che tenta una risposta alla domanda: Che fare?

Huxley si rende conto che non è possibile affiancare all'habeas corpus della Magna Charta un habeas mentem che impedisca, a posteriori, il sequestro e l'abuso delle menti, ma pensa che sia ancora possibile rendere illegale l'uso delle tecniche di persuasione occulta. Sarebbe estremamente interessante sentire cosa pensano di una legislazione contraria alle tecniche di persuasione che sono alla base dell'intero mondo pubblicitario i paladini politici della libertà di oggi secondo i quali va sempre tutto bene (madama la Marchesa), finché non sei obbligato ad accendere la televisione. Cioè se non c'è coercizione fisica allora c'è libertà per definizione. Escamotage tecnico per trasformare un liberale in un Pangloss, in un conservatore del presente. Se ci deve essere anche la libertà di abusare delle menti inconsapevoli allora ci si chiede quale sia la differenza fra libertà e arbitrio.

Che fare contro il processo di crescita della popolazione e della superorganizzazione che trasformano la democrazia in un totalitarismo non violento in cui: “... tutti i vecchi slogan resteranno esattamente com'erano ai bei tempi andati. Radio e giornali continueranno a parlare di democrazia e di libertà, ma quelle due parole non avranno più senso. Intanto l'oligarchia al potere, con la sua addestratissima élite di soldati, poliziotti, fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello, manderà avanti lo spettacolo a suo piacere.”[8]

Per la popolazione è chiaro cosa propone Huxley: “ridurre il tasso di natalità a un punto che non superi il tasso di mortalità.” e ancora, “accrescere la produzione di generi alimentari, avviare e portare avanti una politica mondiale per la conservazione del suolo e delle foreste; creare surrogati opportuni ai nostri carburanti, se possibile meno pericolosi e meno esauribili dell'uranio; amministrare oculatamente i minerali disponibili, e intanto escogitare metodi nuovi e non troppo costosi per l'estrazione di questi minerali da fonti sempre meno pregiate, fino all'acqua di mare, che è la meno pregiata di tutte”.[9]

Traspare, in questo passo, una certa ingenuità e fede tecnologica che noi possiamo facilmente criticare trentacinque anni dopo Limits to Growth, ma per lui che veniva più di un decennio prima appare sorprendente la chiarezza del nesso che molti ancora oggi non hanno capito fra popolazione, economia e ambiente.

Per il controllo delle nascite Huxley si rende conto che ci troviamo di fronte “ad un problema difficilissimo, insieme fisiologico, farmacologico, sociologico, psicologico e persino teologico. La pillola non è stata ancora inventata. Quando e se la inventeranno si potrà distribuire alle centinaia di milioni di madri in potenza (o padri se agirà sui maschi) le quali dovranno ingerirla se vogliamo ridurre il tasso di natalità della nostra specie? E considerati i costumi sociali esistenti, considerate le forze d'inerzia culturale e psicologica, come potremo convincere a mutar parere gli individui che dovrebbero, ma non vogliono ingerire la pillola? E che dire delle obbiezioni della Chiesa Cattolica a qualsiasi forma di controllo che non sia il metodo basato sui giorni sterili?”[10]

C'è già tutto, dalle proposte ai problemi. Molti più problemi, allora, a distanza di mezzo secolo il cammino sulla strada della tecnologia dei metodi anticoncezionali apparirebbe miracoloso a Huxley che, come faccio io, si rallegrerebbe della bontà di molta scienza quando è veramente al servizio dell'uomo.

Sul piano dell'educazione Huxley ha già capito nel 1958 che i contadini delle nazioni dove maggiormente cresce la popolazione dovranno imparare a non “stremare la terra”.
Ma nella corsa fra risorse naturali e numero della popolazione il tempo è contro di noi .. e alla fine del secolo in mancanza di un efficace controllo della natalità la situazione alimentare sarà grave quanto oggi e considerevolmente peggiore sarà la situazione delle materie prime.

Huxley parla di noi e del nostro tempo, prova ad immaginarlo ed ha su di esso delle formidabili intuizioni. Le soluzioni per non arrivare al verificarsi di quelle condizioni non sono per lui chiarissime e sono certamente difficilissime da mettere in pratica. Noi oggi sappiamo che molti progressi tecnologici; dalla produzione di energia da fonti rinnovabili allo sviluppo di una molteplicità di metodi anticoncezionali, alle tecniche di coltura protettive del suolo, renderebbe meno grave la situazione che si è venuta creando nella seconda metà del secolo scorso e che inizia a precipitare in questo primo decennio del XXI secolo, e tuttavia troviamo tutte le inerzie e le resistenze di cui parlava Huxley, ingigantite dal lungo cammino di condizionamento che i popoli hanno subito nel frattempo e dalla presenza oppressiva di una oligarchia che ha nelle sue mani quelli che Huxley chiama: il Grande Governo e la Grande Impresa.

A spingermi a rileggere Il Mondo Nuovo è stato una citazione dal libro di Neil Postman "Amusing ourselves to death" che ho letto fra i commenti di un articolo di Nate Hagens del 2010 su The Oil Drum, citazione che riporto interamente (tradotta) perché chiarisce più di ogni altro discorso l'avverarsi della profezia di Huxley che diventa silenziosamente il nostro mondo di tutti i giorni, mentre per decenni ci siamo preoccupati del mondo orwelliano.

"Orwell temeva coloro che avrebbero vietato i libri. Huxley temeva che non ci sarebbe stato alcun motivo per vietare un libro, perché non ci sarebbe stato più nessuno che ne volesse leggere uno. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni. Huxley temeva coloro che ne avrebbero date così tante da ridurci ad uno stato di passività e di egoismo. Orwell temeva che la verità ci sarebbe stata nascosta. Huxley temeva che la verità sarebbe stata annegata in un mare di irrilevanza. Orwell temeva che saremmo diventati una cultura prigioniera. Huxley temeva che saremmo diventati una cultura banale [...]. Come ha osservato Huxley in Ritorno al Mondo Nuovo[1], i libertari e i razionalisti che sono sempre in allerta a contrastare la tirannia "hanno omesso di prendere in considerazione l'appetito quasi infinito dell'uomo per le distrazioni." In 1984 di Orwell le persone vengono controllate infliggendogli dolore. Nel Mondo Nuovo, vengono controllate infliggendogli piacere. In breve, Orwell temeva che ciò che temiamo ci rovinerà. Huxley temeva che ciò che desideriamo ci rovinerà." [11]

Note
[1] Le citazioni riportate fra virgolette in questo articolo sono prese dalla seguente edizione: Aldous Huxley. Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo. Classici Moderni Oscar Mondadori 1994.
[2] cfr [1] pag 251.
[3] cfr [1] pag 253.
[4] Joseph Tainter.
[5] cfr [1] pag 254
[6] Claudio Lolli. Autobiografia industriale. http://www.youtube.com/watch?v=Pu9hE0cVJPM
[7] cfr [1] pag 266.
[8] cfr [1] pag 333
[9] cfr [1] pag. 334
[10] cfr [1] pag 334
[11] Neil Postman. Amusing ourselves to death. http://en.wikipedia.org/wiki/Amusing_Ourselves_to_Death

lunedì 5 dicembre 2011

Giù, verso il nono cerchio dell'Inferno.

Articolo di Ilargi pubblicato su The Automatic Earth il 2 dicembre 2011.




E 'molto semplice, ma forse è questo il problema. Per quanto ne so è solo troppo semplice perché la gente se ne renda conto.

C'è un gruppo di persone, ed è forte la tentazione di definirlo l'1%, ma non lo sono realmente, dal momento che ci sono dentro i politici, gli esperti dei media e gli economisti, che tutti insieme e a tutti i costi cercano di salvare il sistema finanziario esistente. Ad un costo che loro non sopportano: dato che il costo viene pagato dal 99%.

Il loro è solo un punto di vista particolare, una particolare idea, di quello che serve per uscire dalla crisi in cui siamo niente di più e niente di meno che un'idea. Ma un'idea che prevale su qualsiasi alternativa in misura tale che, oggettivamente, non può non farci inorridire.

"Se non si salvano le banche e il sistema finanziario nel suo complesso, sarà l'Apocalisse". Questa è la linea prevalente ripetuta all'infinito.

Tuttavia, se continuiamo a spendere migliaia di miliardi per evitare l'Apocalisse in arrivo, sicuramente la stiamo incoraggiando, per il solo fatto di fare esattamente ciò, e ad un certo punto busserà alla porta posteriore. Dopo tutto, non si può spendere sempre di più, e ancor meno da parte di alcuni, che non hanno neppure avuto il mandato per farlo.

Negli ultimi 5 anni ci sono state tutte queste missioni di soccorso. Somme di denaro mostruose dei contribuenti attuali e futuri sono state riversate nelle nostre economie in questo presunto tentativo di salvataggio.

Ora, fate un passo indietro e ditemi cosa vedete. Vi dirò quello che vedo io: un sistema finanziario che è in condizioni peggiori di quelli di 5 anni fa. Almeno la metà d'Europa è semplicemente in bancarotta, la maggior parte delle banche hanno perso fra il 50% el'80% del loro valore di mercato, Bank of America, destinatario di un importante salvataggio, sta rapidamente diventando un titolo spazzatura, la Cina vede regresso ovunque e sembra che il Giappone si stia avvicinando goffamente al patibolo.

Evidentemente, qualcosa non funziona come dovrebbe.

Ed ecco perché: sta diventando ogni giorno sempre più chiaro che salvare le banche non è la stessa cosa che salvare il popolo, su cui si scatena sempre di più l'austerità al fine di ... salvare le banche.

Dobbiamo fare una scelta: o si salvano le banche, oppure si salva le nostre società. Le quali sono già a pezzi, mentre parliamo, a causa dei costi di salvataggio di un sistema finanziario già profondamente in bancarotta.

Ma non abbiamo nemmeno iniziato a discutere questa scelta. Tutte le scelte e le decisioni sono prese per nostro conto in un teatro mono-dimensionale vuoto da parte di un piccolo gruppo di persone che nega categoricamente che tale scelta debba esser fatta o che perfino esista. Perché fare questa scelta non si adatta ai loro scopi alle loro carriere e alle fortune del loro ego.

Merkel, Blankfein, Sarkozy, Jamie Dimon, Obama, David Cameron, Mario Draghi e Timothy Geithner, (e Mario Monti NdT) sono tutti servi del sistema finanziario esistente, delle banche esistenti, che sono fallite ma cercano di nascondercelo. A nostre debilitanti spese.

Sì, sono stati in grado di evitare l'inevitabile fino ad ora. Ma questo è stato possibile solo perché hanno un accesso virtualmente illimitato ai vostri soldi, al portafoglio del 99%.

Dobbiamo crescere e prendere queste decisioni noi stessi, invece di lasciare che un gruppo di incravattati moralmente handicappati e con interessi molto consolidati continui a farlo per noi.

Ci stanno portando direttamente nel nono girone dell'inferno di Dante. E ultimamente ho sentito che non è assolutamente il luogo giusto per far crescere i vostri bambini.

(Trad. L.P.)

giovedì 1 dicembre 2011

La scoperta della miniera dell'acqua calda.

Conservare, Risparmiare, come cambiare affinché tutto resti come prima.


Come è noto, il risparmio energetico è uno dei tre obiettivi 20-20-20 indicati dalla Commissione Europea. La confindustria ha proposto, in un voluminoso documento un piano nazionale di risparmio energetico nel quale, in premessa, si afferma che gli investimenti saranno compensati da un risparmio in combustibili superiore a 100 miliardi annui. Nessuna stima dei costi totali viene data, anche perché il miglioramento dell'efficienza è un processo asintotico, ma si può presumere che essi saranno accettabili fino al limite superiore del risparmio previsto. Sulla base di questa “scoperta” dell'efficienza, ancora una volta gli Amici della Terra organizzano una conferenza nazionale sull'efficienza energetica, in collaborazione con Radicali Italiani e con parlamentari dell'area. Un'altra kermesse dei produttori di Fonti Rinnovabili non elettriche che sembrano diventate il nuovo cavallo di battaglia della sezione italiana di Friends of Earth, spesso in strumentale opposizione alle Rinnovabili Elettriche.

Ma numeri di questa grandezza inducono ad una riflessione più approfondita sul tema, anche perché è intuitivo che un miglioramento dell'esistente, a costi di tale dimensione, implica una rinuncia ad alternative diverse, tra la quali la transizione ad un mondo totalmente privo di fonti energetiche fossili. Tale alternativa radicale è stata in passato riassunta da noi di Rientrodolce nello slogan di “fine dell'era del fuoco”., che potrebbe essere una possibile versione italiana dello slogan delle post-carbon cities.

E' indubbio, e l'interesse di Confindustria potrebbe costituire un indizio, che l'insistenza sull'efficienza energetica rappresenta la continuità di un pensiero conservatore, tendente a non cambiare paradigma e a insistere a rabberciare l'esistente. Tale insistenza è coerente con il riflesso conservatore che si manifesta, ad esempio, nella resistenza a riconoscere nel riscaldamento globale un fenomeno di origine antropica o anche nel rifiuto di rivedere le astratte teorie economiche imperanti e il mito della crescita materiale (da cui conseguono grandi affari e falso progresso, come quelli connessi con TAV, inceneritori, rigassificatori, grattacieli, ferro, cemento e macchine ovunque, in un insostenibile processo di complessificazione).

"Efficienza energetica" significa continuare ad utilizzare le fonti fossili, dedicando enormi capitali per ottimizzarne l'uso, pur di non cambiare nulla della sostanza mentale che ci ha portati a questo punto.

"Efficienza energetica" significa dedicare risorse finanziarie e naturali sempre più scarse a prolungare l'esistente, sottraendo risorse all'affermazione delle energie rinnovabili e mettendo le basi per una caduta più rovinosa nel futuro.

L'efficienza energetica non richiede apposite politiche. Il sistema economico vigente già contiene al proprio interno la logica funzionale al raggiungimento delle riduzioni di costo, per semplici ragioni di mercato. Infatti l' efficienza è sempre stata promossa, in tutti i campi, ovviamente in proporzione all'utile marginale ricavabile: non per nulla l'intensità energetica per ogni punto di PIL è stata, almeno fino al 2005 (prima del picco del petrolio convenzionale), in diminuzione. Il criterio di massima utilità implica che si ottimizzino prima i processi energetici più dispersivi e meno costosi da modificare e poi, man mano, gli altri, secondo la legge dell'utilità marginale decrescente a fronte di costi crescenti. Se alcuni processi non sono ancora stati ottimizzati, ciò significa che l'utilità marginale ricavabile è minore e non si vedono motivi di intervento statale per rendere artificiosamente conveniente ciò che il mercato farebbe da sé o, se non lo fa, è perché lo considera svantaggioso.

Poiché l'efficienza energetica, così come concepita, all'interno della logica del sistema economico vigente, non tiene conto né del Life Cycle Assessment né dei costi delle esternalità, essa spesso si traduce in rottamazioni e grandi interventi energeticamente e ambientalmente controproducenti, che finiscono per accentuare l'azione dell'obsolescenza programmata, che è già, purtroppo, il motore dell'economia, della crescita e del consumismo che sono alla base della presente fase del capitalismo. Se almeno questi interventi non fossero mascherati di ecologismo, l'indignazione potrebbe forse essere minore.

L'efficienza energetica produce spesso effetti paradossali, come un maggior consumo di energia (sul paradosso di Jevons si è sviluppato un'interessante dibattito di cui potere trovare traccia qui, qui e qui). Ad esempio capita normalmente che si isoli meglio l'abitazione, ma poi ci si conceda qualche grado in più, che si compri una macchina che consuma meno per percorrere più chilometri o che si cambino le vecchie lampade a incandescenza con quelle a basso consumo per poi lasciarle accese anche quando non serve. Ciò indica che, in realtà, il fattore che incide di più nelle scelte di consumo è (ancora) il costo dell'energia, più che il risparmio energetico.

L'efficienza energetica in pratica si presenta come il deus ex machina dei conservatori che sulla base del mito del decoupling intendono letteralmente raschiare il fondo del barile in cerca degli ultimi profitti ottenibili dal modello fossile.

Il decoupling, letteralmente disaccoppiamento, invoca l'innovazione di processo e di prodotto in modo da ottenere lo stesso risultato economico,con un decrescente flusso materiale di energia e risorse. Il fatto che il decoupling sia un mito è stato dimostrato in varie sedi (si veda ad esempio Tim Jackson. Prosperità senza crescita). Qui si vuole solo rimarcare che, se pure tale disaccoppiamento ha funzionato in senso relativo, cioè, ad esempio, nella già citata riduzione dell'intensità energetica dei prodotti, esso ha totalmente fallito in senso assoluto, visto che le emissioni di CO2 (che, è bene ricordarlo, sono solo uno dei molti indicatori della pressione antropica) sono aumentate dell'80% dal 1970. D'altra parte tale fallimento non dovrebbe sorprendere, dato che il disaccoppiamento è essenzialmente determinato dall'applicazione di tecnologia e la tecnologia è, come ogni fattore di produzione, soggetta alla legge dei ritorni marginali decrescenti.

Sia chiaro non siamo contrari alle azioni che i cittadini hanno già iniziato a mettere in atto per proprio conto per difendersi dalla crescita delle bollette. Siamo contrari all'efficienza assunta a strategia generale sotto l'egida dello stato con il benevolo assenso di esperti e industriali.

Invece della costosa efficienza energetica di stato, se un provvedimento immediato, e a costo zero, fosse auspicabile, esso potrebbe essere l'introduzione (almeno a livello europeo) di una forte carbon tax, che, attraverso l'aumento del costo dell'energia, desse un contributo sia all'efficienza energetica che all'affermazione delle energie rinnovabili, senza necessità di una selva di incentivazioni burocratiche e dirigistiche, sulla via ipocrita dello "sviluppo sostenibile". Qualche effetto, anche se, purtroppo, assolutamente insufficiente, ne potrebbe anche conseguire sul contenimento delle emissioni dei gas climalteranti.

Nel fissare gli obiettivi dell'economia è necessario collocarli all'interno di un sistema più vasto, che ne riconosca il fine ultimo nel benessere spirituale e materiale dell'umanità, all'interno dell'ambiente che ne consente la vita. Se è vero che il pianeta è finito e che il metabolismo sociale ed economico umano sta portando alcune risorse essenziali verso un rapido esaurimento, è necessario che le residue risorse naturali ed economiche, ivi inclusi i ricavi di una eventuale carbon tax, siano diretti ad accelerare l'introduzione delle energie rinnovabili di massa, attraverso macchine (a energia solare ed eolica), già ampiamente conosciute e in costante perfezionamento, in grado di produrre grandi quantità di energia a costi ridotti e basso impatto.

Tale processo, sebbene, nel medio termine, risolutivo sul fronte energetico (esistono comunque fattori limitanti anche per la produzione di energia rinnovabile), non dovrebbe tuttavia essere considerato a se stante, ma essere visto come un intervento di mitigazione della transizione del pianeta verso uno stato stazionario che, inevitabilmente, potrà essere raggiunto solo nel lungo termine, governando le prevedibili catastrofi umanitarie che nel frattempo interverranno, a causa del ritardo con cui si interviene. Del resto economia ed energia, come anche disponibilità delle risorse naturali e popolazione, sono aspetti inestricabilmente interconnessi in un'unica realtà, come appare evidente a chi si sforzi di raggiungere una visione olistica del mondo e di includervi le leggi fisiche, come quelle della termodinamica e dell'ecologia.

Dai tempi in cui, grazie allo studio della dinamica dei sistemi, si iniziò a capire il legame fra ecosistemi terrestri ed economia sono passati, quasi invano, quaranta anni e le opere del Club di Roma e di altri autori come Paul Ehrlich con il suo libro “la Bomba Demografica”, e Ivan Illich con la sua ispirata critica agli eccessi del mercato capitalistico, che furono all'origine dell'ecologismo politico, sono state quasi dimenticatenell'orgia di una crescita che sembrava destinata a non interrompersi più.

Oggi è quanto mai necessario riprendere e approfondire il lavoro di questi antesignani che per tempo indicarono l'insieme di problemi in cui stiamo regolarmente inciampando senza peraltro essere in grado di dar loro il nome che hanno e cioè quello di crisi da overshoot ecologico della specie umana, guidata da due fattori essenziali: la dimensione dell'economia industriale e la dimensione della popolazione. Per questo motivo accanto ai menzionati interventi sull'energia, da considerarsi come una misura transitoria, è necessario che le scarse risorse naturali ed economiche residue siano utilizzate per avviare, immediatamente e con la massima energia, i processi a lungo termine necessari a instaurare una vera sostenibilità della vita sul pianeta, senza rinunciare totalmente agli aspetti positivi della modernità. Tali processi comprendono la riduzione della popolazione e dei consumi materiali globali, con il conseguente cambiamento degli attuali paradigmi economici e monetari, basati sull'indebitamento, ormai già in fase avanzata di auto-distruzione.

venerdì 25 novembre 2011

PIL

Ora hanno trovato il presidente del consiglio giusto ed il governo di professori universitari giusti per prendere le misure giuste per far tornare, giustamente, l'Italia a crescere. Il tutto, come in Grecia, in totale disprezzo della democrazia. E si deve anche essergli grati perché ci stanno salvando dal baratro sul cui orlo ondeggiamo da venti anni. Non fu un'altro tecnocrate, Giuliano Amato, miracolosamento sfuggito alla purga di Mani Pulite (lui si Bettino no) che ci salvò, con un colpo di mano notturno, dal baratro? Quand'era? Il 1992? Non ho nemmeno voglia di controllare. Poi ci salvo eroicamente Prodi portandoci nell'euro. E questi erano i nostri amici, la sinistra amica del popolo. Figuriamoci gli altri! O no? Non saprei!

Ma torniamo alla crescita, il mantra del nostro amato presidente, ex-comunista dell'area migliorista, Giorgio Napolitano. Kenneth Boulding spiega che: "quando qualcosa cresce, diventa più grande". E a questo proposito Herman Daly chiosa: "anche l'economia quando cresce diventa più grande", e partendo da queste che sembrerebbero ovvietà pone quattro domande all'economista:
1) esattamente cos'è che sta diventando più grande quando l'economia cresce?
2) Quanto è grande adesso?
3) Quanto grande potrebbe mai diventare?
4) Quanto dovrebbe essere grande?

In economia si risponde solo alla prima delle quattro domande con una risposta tanto semplice quanto insoddisfacente: cresce il PIL che è la misura (più semplice) della ricchezza di una nazione.

Sarebbe interessante porre queste domande a questi tecnici che, in quanto tali, vengono pensati come guidati dalla purissima scienza e non influenzabili da nulla, tanto che chiunque si azzardi a far notare le diverse affiliazioni bancario-finanziarie del presidente del consiglio e dei ministri viene immediatamente tacciato di complottismo. Far notare un fatto è di per se manifestazione di quella strana malattia mentale che viene classificata e liquidata sotto la categoria psico-sociale di complottismo.

Dunque tornare a far crescere il PIL, perché, ti dicono anche, altri crescono e pagano l'energia quanto la paghiamo noi, quindi vuol dire che sono più attrezzati nel nuovo panorama energetico. Più efficienti, più competitivi, più tecnologici, più produttivi. Cresce la Cina, cresce l'India, cresce il Brasile, e in Europa
cresce la Germania patria di tutte le delizie del capitalismo continentale. E li tutti a sbracare nella solita esterofilia un po' idiota. La Cina cresce perché tenendo il 90% la propria popolazione strabordante (nonostante la politica nazi-comunista del figlio unico) sotto il giogo della dittatura si può permettere di pagare l'energia ad un prezzo alto tanto il lavoro non gli costa nulla (il 10% è l'aristocrazia della dinastia maoista che trova ancora molti ammiratori in casa nostra). Gli atri BRIC in parte dipendono dalla Cina, in parte sono produttori di energia (che esportano sempre meno). India e Germania sfruttano il momento, ma per quanto non si sa. Ho ancora in mente quando pochi anni fa ci additavano Islanda e Spagna come esempi da seguire. Lasciamo perdere gli esempi di crescita da imitare quindi e concentriamoci sul significato stesso della crescita del PIL.

Ci viene in soccorso Geminello Alvi con il suo ultimo libro: "Capitalismo. Verso l'ideale cinese" (Ed Marsilio).
Alvi ci spiega che il PIL è una patologia aberrante della contabilità nazionale che si è consolidata come un intrico tale che nemmeno una persona colta può riuscire a decifrare, nel 900 grazie alle guerre e all'influenza dei keynesiani. E' una contabilità sbagliata che pretende di misurare come ricchezza aggiunta alla ricchezza pre-esistente anche delle spese intermedie come i servizi dello Stato, ordine, educazione, cultura ecc. Il PIL ha l'abominevole effetto di economicizzare tutto anche ciò che economico non è. E questa omologazione va bene sia al capitalismo consumista occidentale sia al capitalismo di stato cinese.

Il suo effetto è la perdita dell'io, cioè dell'individualità. Il capitalismo contemporaneo con la religione della crescita del PIL è quanto di più lontano dall'ideale liberale europeo di morale individuale. Promuove un individualismo fittizio in cui ciascuno si definisce grazie alla quantità di beni di cui si circonda in una follia bulimica senza soluzione in quanto destinata, per ragioni di mercato, ad essere sempre insoddisfatta dalla standardizzazione delle merci. "L'omologazione [....] è congenita a quel continente dell'anima che è la Cina [....], Ma in Occidente l'omologazione, per quanto non congenita, sta comunque dilagando. Quant'era individuale e desta morale del singolo, è ora mania statale la quale, promettendo di divenire diversa, rende invece tutti più uguali. Il lusso di massa, indossato da vite finte in tv o su internet, già basterebbe ad omologare l'anima dell'Occidente." (cfr Geminello Alvi op. cit. pg 31)

"Il Pil e il Pnl sono strumento statistico di omologazione di quanto non è prodotto per il mercato come i costi dello Stato o dell'istruzione o della sanità, ma viene finto tale. E' il riflesso mentale quotidiano e indotto che fa considerare normale che prima funzione dello Stato o della cultura sia produrre valore." (ibid pg 40)

E mentre sarebbe necessario ridurre l'estenzione e la funzione del Pil come indicatore di ricchezza e ricondurlo ad una ragionevole misura del valore aggiunto ci si propone "Di renderlo ancora più comprensivo, della felicità e degli indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l'economicizzazione omologante" (ibid pg 40)

E' questa la cosa che vogliono far crescere. Destra e sinistra reali (cioè quelle esistenti in carne e ossa non quelle pensate e accudite nella mente degli ideologi) si dividono sul come, ma è questo potente strumento omologante che vogliono far crescere.

Prima che i noti motivi fisici li fermino riusciranno a mercificare ulteriormete tutto ciò che amiamo e a toglierci la libertà. Come si diceva un tempo: o ci si ribella o si sopporta.

mercoledì 19 ottobre 2011

Violenza.

C'è un modo per non demonizzare ne giustificare la violenza: la pratica della nonviolenza.

mercoledì 28 settembre 2011

Miti e realtà.

Al recente festival dell'Energia tenutosi a Firenze sembra che il prof. Vaclav Smil  abbia parlato del Picco
del Petrolio liquidandolo come mito. Così sembra dal reportage che fa Lorenzo Pinna uno degli autori di SuperQuark il programma di divulgazione scientifica di Rai 1. Delle opinioni del prof. Smil avevo scritto su questo blog in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. Qui di seguito riporto la risposta del Comitato Scientifico di ASPO-Italia all'articolo di Pinna e, indirettamente, a Vaclav Smil.



Raccontando un incontro al Festival dell'Energia di Firenze, Lorenzo Pinna, uno dei giornalisti della rubrica televisiva SuperQuark, scrive un articolo dal titolo roboante “Balle energetiche: il Peak Oil e altri falsi miti“.
Nell'articolo si riprendono alcune delle opinioni sul Picco del Petrolio del Prof. Vaclav Smil da questi già espresse nel suo recente libro: “Energy Myths and Realities” e in un articolo reperibile in rete [1].
Il Picco del Petrolio sarebbe un falso mito. Nella sostanza l'articolo di Pinna e le pubblicazioni citate non aggiungono nulla di nuovo rispetto alla ricca letteratura meta-scientifica che si occupa di sfatare il mito del Picco del Petrolio.
Pinna, Smil e recentemente Yergin del Cambridge Energy Research Association adottano argomentazioni datate: non è vero che il petrolio è finito, anzi ne abbiamo sempre di più. Con questo essi intendono dire che ne abbiamo sempre di più da annoverare fra le risorse conosciute. L'affermazione è tanto discutibile quanto inutile e non risolve il problema dell'offerta di combustibili liquidi.
E' infatti essenziale estrarlo quel petrolio, cioè produrlo.
L'impegno delle compagnie petrolifere, tutte le tecnologie dispiegate e il prezzo del barile (che nel decennio 1998-2008 è aumentato di un fattore 10 e oggi oscilla su valori non lontani dai 100 USD/barile) hanno permesso di impedire il declino della produzione di liquidi combustibili, ma lo hanno fatto attingendo a risorse assai più costose energeticamente ed economicamente, bilanciando il calo di produzione del petrolio convenzionale che, come previsto dagli stessi geologi citati nell'articolo di Pinna, ha avuto il suo picco attorno al 2005.
I fatti sono quantitativamente descritti nel seguente grafico tratto da The Oil Drum [2].


Qui è visibile il “plateau” (l’altopiano disegnato dalla stasi produttiva) nel quale ci troviamo dal 2004 e che viene faticosamente mantenuto a causa delle crescenti difficoltà di individuazione e di estrazione, nonché legate alla inferiore qualità del greggio. Dalla prima metà del secolo scorso ad oggi il costo energetico di estrazione (determinato dal rapporto tra la quantità di energia investita e quella che se ne ricava, definito ERoEI), su cui pesano anche le sempre più onerose azioni di ripulitura ambientale (come quelle del Golfo del Messico), è aumentato in media di 10-15 volte. Un processo negativo che riduce di fatto la risorsa netta estraibile e quindi realmente disponibile.
Le nuove tecnologie introdotte possono in realtà solo allungare di qualche anno questo stato di stallo produttivo, dopodiché l'inizio della discesa della disponibilità di greggio sarà inevitabile.
Considerazioni analoghe sono contenute in recenti documenti del JOE (The Joint Operating Environment) del Comando delle Forze Armate USA, del Dipartimento dell’Energia del governo USA (DoE) e del Zentrum für Transformation der Bundeswehr, un Centro di Ricerca dell’esercito tedesco.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia nel suo ultimo rapporto colloca nel 2008 il picco della produzione di greggio convenzionale dei giacimenti già in produzione e nel 2015 quello dei giacimenti che si stanno ora sviluppando. . Successivamente il mantenimento del livello di produzione risulterebbe garantito solo da improbabili nuove scoperte che si potessero estrarre tempestivamente.

Fonte IEA. WEO2010
Le altre energie fossili (gas e carbone) seguono trend ed evoluzioni peggiorative dell’ERoEI analoghe, anche se non temporalmente coincidenti. Possibili processi di sostituzione di una fonte energetica primaria con un’altra non sarebbero comunque in grado di soddisfare una domanda di energia globale tendenzialmente in costante crescita.
Il problema non è la quantità di energia fossile che possiamo contemplare attraverso i sofisticati mezzi della prospezione geologica, ma la quantità di petrolio (o di gas o carbone) che possiamo estrarre a costi che il sistema economico globalizzato (largamente dipendente da un flusso ininterrotto di energia a buon mercato) può permettersi senza andare in tilt come nell'estate del 2008. Allora, in concomitanza con il picco assoluto del prezzo del barile, il sistema finanziario inciampò nella realtà fisica che è alla base della ricchezza monetaria, piombando in un crisi da cui ancora nessuno sa quando e se si potrà uscire.

[1] Vaclav Smil - Peak oil: A Catastrophist Cult and Complex Realities - http://www.vaclavsmil.com/wp-content/uploads/docs/smil-article-2006-worldwatch.pdf

[2] http://www.theoildrum.com/node/8391