lunedì 5 dicembre 2011

Giù, verso il nono cerchio dell'Inferno.

Articolo di Ilargi pubblicato su The Automatic Earth il 2 dicembre 2011.




E 'molto semplice, ma forse è questo il problema. Per quanto ne so è solo troppo semplice perché la gente se ne renda conto.

C'è un gruppo di persone, ed è forte la tentazione di definirlo l'1%, ma non lo sono realmente, dal momento che ci sono dentro i politici, gli esperti dei media e gli economisti, che tutti insieme e a tutti i costi cercano di salvare il sistema finanziario esistente. Ad un costo che loro non sopportano: dato che il costo viene pagato dal 99%.

Il loro è solo un punto di vista particolare, una particolare idea, di quello che serve per uscire dalla crisi in cui siamo niente di più e niente di meno che un'idea. Ma un'idea che prevale su qualsiasi alternativa in misura tale che, oggettivamente, non può non farci inorridire.

"Se non si salvano le banche e il sistema finanziario nel suo complesso, sarà l'Apocalisse". Questa è la linea prevalente ripetuta all'infinito.

Tuttavia, se continuiamo a spendere migliaia di miliardi per evitare l'Apocalisse in arrivo, sicuramente la stiamo incoraggiando, per il solo fatto di fare esattamente ciò, e ad un certo punto busserà alla porta posteriore. Dopo tutto, non si può spendere sempre di più, e ancor meno da parte di alcuni, che non hanno neppure avuto il mandato per farlo.

Negli ultimi 5 anni ci sono state tutte queste missioni di soccorso. Somme di denaro mostruose dei contribuenti attuali e futuri sono state riversate nelle nostre economie in questo presunto tentativo di salvataggio.

Ora, fate un passo indietro e ditemi cosa vedete. Vi dirò quello che vedo io: un sistema finanziario che è in condizioni peggiori di quelli di 5 anni fa. Almeno la metà d'Europa è semplicemente in bancarotta, la maggior parte delle banche hanno perso fra il 50% el'80% del loro valore di mercato, Bank of America, destinatario di un importante salvataggio, sta rapidamente diventando un titolo spazzatura, la Cina vede regresso ovunque e sembra che il Giappone si stia avvicinando goffamente al patibolo.

Evidentemente, qualcosa non funziona come dovrebbe.

Ed ecco perché: sta diventando ogni giorno sempre più chiaro che salvare le banche non è la stessa cosa che salvare il popolo, su cui si scatena sempre di più l'austerità al fine di ... salvare le banche.

Dobbiamo fare una scelta: o si salvano le banche, oppure si salva le nostre società. Le quali sono già a pezzi, mentre parliamo, a causa dei costi di salvataggio di un sistema finanziario già profondamente in bancarotta.

Ma non abbiamo nemmeno iniziato a discutere questa scelta. Tutte le scelte e le decisioni sono prese per nostro conto in un teatro mono-dimensionale vuoto da parte di un piccolo gruppo di persone che nega categoricamente che tale scelta debba esser fatta o che perfino esista. Perché fare questa scelta non si adatta ai loro scopi alle loro carriere e alle fortune del loro ego.

Merkel, Blankfein, Sarkozy, Jamie Dimon, Obama, David Cameron, Mario Draghi e Timothy Geithner, (e Mario Monti NdT) sono tutti servi del sistema finanziario esistente, delle banche esistenti, che sono fallite ma cercano di nascondercelo. A nostre debilitanti spese.

Sì, sono stati in grado di evitare l'inevitabile fino ad ora. Ma questo è stato possibile solo perché hanno un accesso virtualmente illimitato ai vostri soldi, al portafoglio del 99%.

Dobbiamo crescere e prendere queste decisioni noi stessi, invece di lasciare che un gruppo di incravattati moralmente handicappati e con interessi molto consolidati continui a farlo per noi.

Ci stanno portando direttamente nel nono girone dell'inferno di Dante. E ultimamente ho sentito che non è assolutamente il luogo giusto per far crescere i vostri bambini.

(Trad. L.P.)

giovedì 1 dicembre 2011

La scoperta della miniera dell'acqua calda.

Conservare, Risparmiare, come cambiare affinché tutto resti come prima.


Come è noto, il risparmio energetico è uno dei tre obiettivi 20-20-20 indicati dalla Commissione Europea. La confindustria ha proposto, in un voluminoso documento un piano nazionale di risparmio energetico nel quale, in premessa, si afferma che gli investimenti saranno compensati da un risparmio in combustibili superiore a 100 miliardi annui. Nessuna stima dei costi totali viene data, anche perché il miglioramento dell'efficienza è un processo asintotico, ma si può presumere che essi saranno accettabili fino al limite superiore del risparmio previsto. Sulla base di questa “scoperta” dell'efficienza, ancora una volta gli Amici della Terra organizzano una conferenza nazionale sull'efficienza energetica, in collaborazione con Radicali Italiani e con parlamentari dell'area. Un'altra kermesse dei produttori di Fonti Rinnovabili non elettriche che sembrano diventate il nuovo cavallo di battaglia della sezione italiana di Friends of Earth, spesso in strumentale opposizione alle Rinnovabili Elettriche.

Ma numeri di questa grandezza inducono ad una riflessione più approfondita sul tema, anche perché è intuitivo che un miglioramento dell'esistente, a costi di tale dimensione, implica una rinuncia ad alternative diverse, tra la quali la transizione ad un mondo totalmente privo di fonti energetiche fossili. Tale alternativa radicale è stata in passato riassunta da noi di Rientrodolce nello slogan di “fine dell'era del fuoco”., che potrebbe essere una possibile versione italiana dello slogan delle post-carbon cities.

E' indubbio, e l'interesse di Confindustria potrebbe costituire un indizio, che l'insistenza sull'efficienza energetica rappresenta la continuità di un pensiero conservatore, tendente a non cambiare paradigma e a insistere a rabberciare l'esistente. Tale insistenza è coerente con il riflesso conservatore che si manifesta, ad esempio, nella resistenza a riconoscere nel riscaldamento globale un fenomeno di origine antropica o anche nel rifiuto di rivedere le astratte teorie economiche imperanti e il mito della crescita materiale (da cui conseguono grandi affari e falso progresso, come quelli connessi con TAV, inceneritori, rigassificatori, grattacieli, ferro, cemento e macchine ovunque, in un insostenibile processo di complessificazione).

"Efficienza energetica" significa continuare ad utilizzare le fonti fossili, dedicando enormi capitali per ottimizzarne l'uso, pur di non cambiare nulla della sostanza mentale che ci ha portati a questo punto.

"Efficienza energetica" significa dedicare risorse finanziarie e naturali sempre più scarse a prolungare l'esistente, sottraendo risorse all'affermazione delle energie rinnovabili e mettendo le basi per una caduta più rovinosa nel futuro.

L'efficienza energetica non richiede apposite politiche. Il sistema economico vigente già contiene al proprio interno la logica funzionale al raggiungimento delle riduzioni di costo, per semplici ragioni di mercato. Infatti l' efficienza è sempre stata promossa, in tutti i campi, ovviamente in proporzione all'utile marginale ricavabile: non per nulla l'intensità energetica per ogni punto di PIL è stata, almeno fino al 2005 (prima del picco del petrolio convenzionale), in diminuzione. Il criterio di massima utilità implica che si ottimizzino prima i processi energetici più dispersivi e meno costosi da modificare e poi, man mano, gli altri, secondo la legge dell'utilità marginale decrescente a fronte di costi crescenti. Se alcuni processi non sono ancora stati ottimizzati, ciò significa che l'utilità marginale ricavabile è minore e non si vedono motivi di intervento statale per rendere artificiosamente conveniente ciò che il mercato farebbe da sé o, se non lo fa, è perché lo considera svantaggioso.

Poiché l'efficienza energetica, così come concepita, all'interno della logica del sistema economico vigente, non tiene conto né del Life Cycle Assessment né dei costi delle esternalità, essa spesso si traduce in rottamazioni e grandi interventi energeticamente e ambientalmente controproducenti, che finiscono per accentuare l'azione dell'obsolescenza programmata, che è già, purtroppo, il motore dell'economia, della crescita e del consumismo che sono alla base della presente fase del capitalismo. Se almeno questi interventi non fossero mascherati di ecologismo, l'indignazione potrebbe forse essere minore.

L'efficienza energetica produce spesso effetti paradossali, come un maggior consumo di energia (sul paradosso di Jevons si è sviluppato un'interessante dibattito di cui potere trovare traccia qui, qui e qui). Ad esempio capita normalmente che si isoli meglio l'abitazione, ma poi ci si conceda qualche grado in più, che si compri una macchina che consuma meno per percorrere più chilometri o che si cambino le vecchie lampade a incandescenza con quelle a basso consumo per poi lasciarle accese anche quando non serve. Ciò indica che, in realtà, il fattore che incide di più nelle scelte di consumo è (ancora) il costo dell'energia, più che il risparmio energetico.

L'efficienza energetica in pratica si presenta come il deus ex machina dei conservatori che sulla base del mito del decoupling intendono letteralmente raschiare il fondo del barile in cerca degli ultimi profitti ottenibili dal modello fossile.

Il decoupling, letteralmente disaccoppiamento, invoca l'innovazione di processo e di prodotto in modo da ottenere lo stesso risultato economico,con un decrescente flusso materiale di energia e risorse. Il fatto che il decoupling sia un mito è stato dimostrato in varie sedi (si veda ad esempio Tim Jackson. Prosperità senza crescita). Qui si vuole solo rimarcare che, se pure tale disaccoppiamento ha funzionato in senso relativo, cioè, ad esempio, nella già citata riduzione dell'intensità energetica dei prodotti, esso ha totalmente fallito in senso assoluto, visto che le emissioni di CO2 (che, è bene ricordarlo, sono solo uno dei molti indicatori della pressione antropica) sono aumentate dell'80% dal 1970. D'altra parte tale fallimento non dovrebbe sorprendere, dato che il disaccoppiamento è essenzialmente determinato dall'applicazione di tecnologia e la tecnologia è, come ogni fattore di produzione, soggetta alla legge dei ritorni marginali decrescenti.

Sia chiaro non siamo contrari alle azioni che i cittadini hanno già iniziato a mettere in atto per proprio conto per difendersi dalla crescita delle bollette. Siamo contrari all'efficienza assunta a strategia generale sotto l'egida dello stato con il benevolo assenso di esperti e industriali.

Invece della costosa efficienza energetica di stato, se un provvedimento immediato, e a costo zero, fosse auspicabile, esso potrebbe essere l'introduzione (almeno a livello europeo) di una forte carbon tax, che, attraverso l'aumento del costo dell'energia, desse un contributo sia all'efficienza energetica che all'affermazione delle energie rinnovabili, senza necessità di una selva di incentivazioni burocratiche e dirigistiche, sulla via ipocrita dello "sviluppo sostenibile". Qualche effetto, anche se, purtroppo, assolutamente insufficiente, ne potrebbe anche conseguire sul contenimento delle emissioni dei gas climalteranti.

Nel fissare gli obiettivi dell'economia è necessario collocarli all'interno di un sistema più vasto, che ne riconosca il fine ultimo nel benessere spirituale e materiale dell'umanità, all'interno dell'ambiente che ne consente la vita. Se è vero che il pianeta è finito e che il metabolismo sociale ed economico umano sta portando alcune risorse essenziali verso un rapido esaurimento, è necessario che le residue risorse naturali ed economiche, ivi inclusi i ricavi di una eventuale carbon tax, siano diretti ad accelerare l'introduzione delle energie rinnovabili di massa, attraverso macchine (a energia solare ed eolica), già ampiamente conosciute e in costante perfezionamento, in grado di produrre grandi quantità di energia a costi ridotti e basso impatto.

Tale processo, sebbene, nel medio termine, risolutivo sul fronte energetico (esistono comunque fattori limitanti anche per la produzione di energia rinnovabile), non dovrebbe tuttavia essere considerato a se stante, ma essere visto come un intervento di mitigazione della transizione del pianeta verso uno stato stazionario che, inevitabilmente, potrà essere raggiunto solo nel lungo termine, governando le prevedibili catastrofi umanitarie che nel frattempo interverranno, a causa del ritardo con cui si interviene. Del resto economia ed energia, come anche disponibilità delle risorse naturali e popolazione, sono aspetti inestricabilmente interconnessi in un'unica realtà, come appare evidente a chi si sforzi di raggiungere una visione olistica del mondo e di includervi le leggi fisiche, come quelle della termodinamica e dell'ecologia.

Dai tempi in cui, grazie allo studio della dinamica dei sistemi, si iniziò a capire il legame fra ecosistemi terrestri ed economia sono passati, quasi invano, quaranta anni e le opere del Club di Roma e di altri autori come Paul Ehrlich con il suo libro “la Bomba Demografica”, e Ivan Illich con la sua ispirata critica agli eccessi del mercato capitalistico, che furono all'origine dell'ecologismo politico, sono state quasi dimenticatenell'orgia di una crescita che sembrava destinata a non interrompersi più.

Oggi è quanto mai necessario riprendere e approfondire il lavoro di questi antesignani che per tempo indicarono l'insieme di problemi in cui stiamo regolarmente inciampando senza peraltro essere in grado di dar loro il nome che hanno e cioè quello di crisi da overshoot ecologico della specie umana, guidata da due fattori essenziali: la dimensione dell'economia industriale e la dimensione della popolazione. Per questo motivo accanto ai menzionati interventi sull'energia, da considerarsi come una misura transitoria, è necessario che le scarse risorse naturali ed economiche residue siano utilizzate per avviare, immediatamente e con la massima energia, i processi a lungo termine necessari a instaurare una vera sostenibilità della vita sul pianeta, senza rinunciare totalmente agli aspetti positivi della modernità. Tali processi comprendono la riduzione della popolazione e dei consumi materiali globali, con il conseguente cambiamento degli attuali paradigmi economici e monetari, basati sull'indebitamento, ormai già in fase avanzata di auto-distruzione.

venerdì 25 novembre 2011

PIL

Ora hanno trovato il presidente del consiglio giusto ed il governo di professori universitari giusti per prendere le misure giuste per far tornare, giustamente, l'Italia a crescere. Il tutto, come in Grecia, in totale disprezzo della democrazia. E si deve anche essergli grati perché ci stanno salvando dal baratro sul cui orlo ondeggiamo da venti anni. Non fu un'altro tecnocrate, Giuliano Amato, miracolosamento sfuggito alla purga di Mani Pulite (lui si Bettino no) che ci salvò, con un colpo di mano notturno, dal baratro? Quand'era? Il 1992? Non ho nemmeno voglia di controllare. Poi ci salvo eroicamente Prodi portandoci nell'euro. E questi erano i nostri amici, la sinistra amica del popolo. Figuriamoci gli altri! O no? Non saprei!

Ma torniamo alla crescita, il mantra del nostro amato presidente, ex-comunista dell'area migliorista, Giorgio Napolitano. Kenneth Boulding spiega che: "quando qualcosa cresce, diventa più grande". E a questo proposito Herman Daly chiosa: "anche l'economia quando cresce diventa più grande", e partendo da queste che sembrerebbero ovvietà pone quattro domande all'economista:
1) esattamente cos'è che sta diventando più grande quando l'economia cresce?
2) Quanto è grande adesso?
3) Quanto grande potrebbe mai diventare?
4) Quanto dovrebbe essere grande?

In economia si risponde solo alla prima delle quattro domande con una risposta tanto semplice quanto insoddisfacente: cresce il PIL che è la misura (più semplice) della ricchezza di una nazione.

Sarebbe interessante porre queste domande a questi tecnici che, in quanto tali, vengono pensati come guidati dalla purissima scienza e non influenzabili da nulla, tanto che chiunque si azzardi a far notare le diverse affiliazioni bancario-finanziarie del presidente del consiglio e dei ministri viene immediatamente tacciato di complottismo. Far notare un fatto è di per se manifestazione di quella strana malattia mentale che viene classificata e liquidata sotto la categoria psico-sociale di complottismo.

Dunque tornare a far crescere il PIL, perché, ti dicono anche, altri crescono e pagano l'energia quanto la paghiamo noi, quindi vuol dire che sono più attrezzati nel nuovo panorama energetico. Più efficienti, più competitivi, più tecnologici, più produttivi. Cresce la Cina, cresce l'India, cresce il Brasile, e in Europa
cresce la Germania patria di tutte le delizie del capitalismo continentale. E li tutti a sbracare nella solita esterofilia un po' idiota. La Cina cresce perché tenendo il 90% la propria popolazione strabordante (nonostante la politica nazi-comunista del figlio unico) sotto il giogo della dittatura si può permettere di pagare l'energia ad un prezzo alto tanto il lavoro non gli costa nulla (il 10% è l'aristocrazia della dinastia maoista che trova ancora molti ammiratori in casa nostra). Gli atri BRIC in parte dipendono dalla Cina, in parte sono produttori di energia (che esportano sempre meno). India e Germania sfruttano il momento, ma per quanto non si sa. Ho ancora in mente quando pochi anni fa ci additavano Islanda e Spagna come esempi da seguire. Lasciamo perdere gli esempi di crescita da imitare quindi e concentriamoci sul significato stesso della crescita del PIL.

Ci viene in soccorso Geminello Alvi con il suo ultimo libro: "Capitalismo. Verso l'ideale cinese" (Ed Marsilio).
Alvi ci spiega che il PIL è una patologia aberrante della contabilità nazionale che si è consolidata come un intrico tale che nemmeno una persona colta può riuscire a decifrare, nel 900 grazie alle guerre e all'influenza dei keynesiani. E' una contabilità sbagliata che pretende di misurare come ricchezza aggiunta alla ricchezza pre-esistente anche delle spese intermedie come i servizi dello Stato, ordine, educazione, cultura ecc. Il PIL ha l'abominevole effetto di economicizzare tutto anche ciò che economico non è. E questa omologazione va bene sia al capitalismo consumista occidentale sia al capitalismo di stato cinese.

Il suo effetto è la perdita dell'io, cioè dell'individualità. Il capitalismo contemporaneo con la religione della crescita del PIL è quanto di più lontano dall'ideale liberale europeo di morale individuale. Promuove un individualismo fittizio in cui ciascuno si definisce grazie alla quantità di beni di cui si circonda in una follia bulimica senza soluzione in quanto destinata, per ragioni di mercato, ad essere sempre insoddisfatta dalla standardizzazione delle merci. "L'omologazione [....] è congenita a quel continente dell'anima che è la Cina [....], Ma in Occidente l'omologazione, per quanto non congenita, sta comunque dilagando. Quant'era individuale e desta morale del singolo, è ora mania statale la quale, promettendo di divenire diversa, rende invece tutti più uguali. Il lusso di massa, indossato da vite finte in tv o su internet, già basterebbe ad omologare l'anima dell'Occidente." (cfr Geminello Alvi op. cit. pg 31)

"Il Pil e il Pnl sono strumento statistico di omologazione di quanto non è prodotto per il mercato come i costi dello Stato o dell'istruzione o della sanità, ma viene finto tale. E' il riflesso mentale quotidiano e indotto che fa considerare normale che prima funzione dello Stato o della cultura sia produrre valore." (ibid pg 40)

E mentre sarebbe necessario ridurre l'estenzione e la funzione del Pil come indicatore di ricchezza e ricondurlo ad una ragionevole misura del valore aggiunto ci si propone "Di renderlo ancora più comprensivo, della felicità e degli indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l'economicizzazione omologante" (ibid pg 40)

E' questa la cosa che vogliono far crescere. Destra e sinistra reali (cioè quelle esistenti in carne e ossa non quelle pensate e accudite nella mente degli ideologi) si dividono sul come, ma è questo potente strumento omologante che vogliono far crescere.

Prima che i noti motivi fisici li fermino riusciranno a mercificare ulteriormete tutto ciò che amiamo e a toglierci la libertà. Come si diceva un tempo: o ci si ribella o si sopporta.

mercoledì 19 ottobre 2011

Violenza.

C'è un modo per non demonizzare ne giustificare la violenza: la pratica della nonviolenza.

mercoledì 28 settembre 2011

Miti e realtà.

Al recente festival dell'Energia tenutosi a Firenze sembra che il prof. Vaclav Smil  abbia parlato del Picco
del Petrolio liquidandolo come mito. Così sembra dal reportage che fa Lorenzo Pinna uno degli autori di SuperQuark il programma di divulgazione scientifica di Rai 1. Delle opinioni del prof. Smil avevo scritto su questo blog in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. Qui di seguito riporto la risposta del Comitato Scientifico di ASPO-Italia all'articolo di Pinna e, indirettamente, a Vaclav Smil.



Raccontando un incontro al Festival dell'Energia di Firenze, Lorenzo Pinna, uno dei giornalisti della rubrica televisiva SuperQuark, scrive un articolo dal titolo roboante “Balle energetiche: il Peak Oil e altri falsi miti“.
Nell'articolo si riprendono alcune delle opinioni sul Picco del Petrolio del Prof. Vaclav Smil da questi già espresse nel suo recente libro: “Energy Myths and Realities” e in un articolo reperibile in rete [1].
Il Picco del Petrolio sarebbe un falso mito. Nella sostanza l'articolo di Pinna e le pubblicazioni citate non aggiungono nulla di nuovo rispetto alla ricca letteratura meta-scientifica che si occupa di sfatare il mito del Picco del Petrolio.
Pinna, Smil e recentemente Yergin del Cambridge Energy Research Association adottano argomentazioni datate: non è vero che il petrolio è finito, anzi ne abbiamo sempre di più. Con questo essi intendono dire che ne abbiamo sempre di più da annoverare fra le risorse conosciute. L'affermazione è tanto discutibile quanto inutile e non risolve il problema dell'offerta di combustibili liquidi.
E' infatti essenziale estrarlo quel petrolio, cioè produrlo.
L'impegno delle compagnie petrolifere, tutte le tecnologie dispiegate e il prezzo del barile (che nel decennio 1998-2008 è aumentato di un fattore 10 e oggi oscilla su valori non lontani dai 100 USD/barile) hanno permesso di impedire il declino della produzione di liquidi combustibili, ma lo hanno fatto attingendo a risorse assai più costose energeticamente ed economicamente, bilanciando il calo di produzione del petrolio convenzionale che, come previsto dagli stessi geologi citati nell'articolo di Pinna, ha avuto il suo picco attorno al 2005.
I fatti sono quantitativamente descritti nel seguente grafico tratto da The Oil Drum [2].


Qui è visibile il “plateau” (l’altopiano disegnato dalla stasi produttiva) nel quale ci troviamo dal 2004 e che viene faticosamente mantenuto a causa delle crescenti difficoltà di individuazione e di estrazione, nonché legate alla inferiore qualità del greggio. Dalla prima metà del secolo scorso ad oggi il costo energetico di estrazione (determinato dal rapporto tra la quantità di energia investita e quella che se ne ricava, definito ERoEI), su cui pesano anche le sempre più onerose azioni di ripulitura ambientale (come quelle del Golfo del Messico), è aumentato in media di 10-15 volte. Un processo negativo che riduce di fatto la risorsa netta estraibile e quindi realmente disponibile.
Le nuove tecnologie introdotte possono in realtà solo allungare di qualche anno questo stato di stallo produttivo, dopodiché l'inizio della discesa della disponibilità di greggio sarà inevitabile.
Considerazioni analoghe sono contenute in recenti documenti del JOE (The Joint Operating Environment) del Comando delle Forze Armate USA, del Dipartimento dell’Energia del governo USA (DoE) e del Zentrum für Transformation der Bundeswehr, un Centro di Ricerca dell’esercito tedesco.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia nel suo ultimo rapporto colloca nel 2008 il picco della produzione di greggio convenzionale dei giacimenti già in produzione e nel 2015 quello dei giacimenti che si stanno ora sviluppando. . Successivamente il mantenimento del livello di produzione risulterebbe garantito solo da improbabili nuove scoperte che si potessero estrarre tempestivamente.

Fonte IEA. WEO2010
Le altre energie fossili (gas e carbone) seguono trend ed evoluzioni peggiorative dell’ERoEI analoghe, anche se non temporalmente coincidenti. Possibili processi di sostituzione di una fonte energetica primaria con un’altra non sarebbero comunque in grado di soddisfare una domanda di energia globale tendenzialmente in costante crescita.
Il problema non è la quantità di energia fossile che possiamo contemplare attraverso i sofisticati mezzi della prospezione geologica, ma la quantità di petrolio (o di gas o carbone) che possiamo estrarre a costi che il sistema economico globalizzato (largamente dipendente da un flusso ininterrotto di energia a buon mercato) può permettersi senza andare in tilt come nell'estate del 2008. Allora, in concomitanza con il picco assoluto del prezzo del barile, il sistema finanziario inciampò nella realtà fisica che è alla base della ricchezza monetaria, piombando in un crisi da cui ancora nessuno sa quando e se si potrà uscire.

[1] Vaclav Smil - Peak oil: A Catastrophist Cult and Complex Realities - http://www.vaclavsmil.com/wp-content/uploads/docs/smil-article-2006-worldwatch.pdf

[2] http://www.theoildrum.com/node/8391

martedì 30 agosto 2011

La Cornucopia.

Dopo un mese tondo tondo di assenza pubblico un articolo che ho scritto per Notizie Radicali, per quelli che non l'hanno ancora letto.




La Cornucopia. Le risorse sono infinite?

Alla domanda del titolo si può rispondere positivamente. Non, strettamente parlando, per il pianeta Terra, ma certamente se ci si riferisce all'Universo. Volendo restringere il campo di indagine al nostro pianeta possiamo comunque dire che le risorse sono molto, molto abbondanti. Vi risparmio la definizione astratta di risorsa che viene dall'economia perché tutti la conoscete e c'è un limite anche al carattere didascalico dei miei interventi. Parliamo di risorse minerali e in particolare dei metalli che hanno infiniti usi nel mondo industriale. E facciamo un esempio: quello del rame. Il rame, che troviamo in tutti i dispositivi elettrici ed elettronici, è un metallo la cui produzione mondiale nel 2008 ammontava a 16 milioni di tonnellate (dati USGS).
E' un metallo che non presenta problemi di approvvigionamento a breve termine. Sappiamo che, come tutte le risorse non rinnovabili andrà incontro ad un picco di produzione nel giro di qualche decennio dipendentemente dalle condizioni economiche che si determineranno, dall'evoluzione della capacità di riciclo e dal rinvenimento di nuove risorse estraibili. Dunque possiamo parlarne con una certa calma, senza l'assillo dell'esaurimento e, dunque, senza allarmismo. Le riserve conosciute, quelle che oltre ad essere state localizzate e stimate sono estraibili economicamente nelle condizioni tecnologiche attuali, ammontano per il rame a 550 milioni di tonnellate mentre l'insieme delle riserve, cioè includendo quelle sub-economiche e quelle inferite sulla base dei modelli geologici, ammontano a 1 miliardo di tonnellate (tecnicamente vengono definite riserve base). Ma di rame ce n'è ancora di più, la crosta terrestre ne contiene, disperso a bassa concentrazione, una quantità stimabile in 10.000 miliardi di tonnellate. Una quantità virtualmente infinita rispetto anche a dei consumi moltiplicati diverse volte rispetto ad oggi. Quindi possiamo stare tranquilli?
L'altro lato dell'estrazione mineraria è che essa richiede energia. Quanta energia? Dipende dalla concentrazione del metallo che interessa. E infatti, siccome, più energia significa anche costi di estrazione più alti tipicamente si sfruttano prima i giacimenti con tenore più alto e poi, via via che questi si esauriscono, quelli a tenore minore. In effetti, sempre per il nostro rame, siamo passati dallo sfruttamento di minerali con una concentrazione del metallo pari all1,8%, corrispondente a 55 tonnellate di minerale per 1 tonnellata di metallo, negli anni trenta, ad una situazione attuale in cui si estrae il metallo da minerali con concentrazioni dello 0,8% corrispondenti a 125 tonnellate di minerale per tonnellata di metallo (non considero qui l'impatto ambientale di questo incremento di materiali trattati). Secondo alcuni modelli economici, ad esempio quello della Piramide delle Risorse o Functional Model, man mano che la concentrazione del minerali decresce la quantità estraibile totale aumenta (Legge di Lasky) e la produzione può continuare a crescere perché, in condizioni di libero mercato, grazie all'aumento dei prezzi estrarre risorse a concentrazione più bassa rimane profittevole. Di fatto le risorse non si esauriscono mai anzi continuano ad aumentare all'infinito. In questa visione, di cui Julian Simon fu forse l'inteprete più estremo, possiamo rimuovere il vincolo che ci siamo imposti all'inizio di questo scritto e immaginare un industria mineraria interplanetaria come nei film di fantascienza. Ad un certo punto sarà conveniente andare ad estrarre minerali sulla Luna e poi ancora più lontano.

Dunque la Terra, il Sistema Solare, la Galassia e l'Universo non sono altro che una cornucopia messa lì perché l'uomo, con il proprio ingegno, vi possa attingere. La tesi è bella e accattivante. Ma ha un coté nascosto che ci riporta dallo spazio siderale alla realtà del sottosuolo. Si tratta, appunto, dell'aspetto energetico dell'estrazione mineraria.
Supponiamo di essere arrivati, fra enne decenni, ad aver esaurito il miliardo di tonnellate di riserve base di rame di cui parlavamo prima. Abbiamo progressivamente esaurito le riserve più concentrate economicamente estraibili con le tecnologie esistenti, poi, tirando fuori dal cappello il proverbiale coniglio tecnologico, abbiamo reso economiche quelle che erano sub-economiche e siamo arrivati al fondo. Naturalmente nel frattempo le riserve base saranno aumentate rispetto al lontano primo decennio del XXI secolo quando si era stimato il fatidico miliardo di tonnellate di riserve base. Ma, detto per inciso, già allora la crosta terrestre aveva ormai pochi segreti per i geologi e, quindi, per gli ingegneri e gli imprenditori minerari. In ogni caso, qualunque sia la data di cui ci occupiamo, siamo arrivati a dover sfruttare le risorse a bassa concentrazione presenti nella crosta terrestre, quelle che contengono rame alla percentuale più bassa, diciamo con concentrazioni di 0,002-0,005 % (20-50 parti per milione o ppm). Qui si tratta dunque di processare da 20.000 a 50.000 tonnellate di roccia per ottenere una tonnellata di rame. Siamo andati parecchio in là a furia di conigli tratti dal cappello. Bene la migliore stima dell'energia necessaria per estrarre rame da una roccia ad un tenore nel metallo pari a 0,005% ammonta a 400 miliardi di Joule (GJ) per ogni chilogrammo di rame estratto. Ricordiamo che 1 barile di petrolio corrisponde a circa 6,12 GJ (o se preferite le unità elettriche 1 KWh fa 3,6 milioni di Joule). Per sostenere la produzione attuale di 16 milioni di tonnellate di rame, ma dati tutti questi decenni di crescita dovremo ammettere che la quantità dovrà pur essere aumentata, sarebbe necessaria una quantità di energia pari a 20 volte la produzione di energia globale attuale. Solo per il rame. Ancora fiduciosi? Si certo allora, forse, avremo la fusione (quella calda perché quella fredda è quasi sicuramente un miraggio,... … ho detto quasi) che produrrà energia a volontà e a costo zero. O forse no?
Sicuramente se il rame è arrivato a questi livelli di rarefazione, ci saranno altri metalli in condizioni più serie. Il XX secolo ha visto la moltiplicazione dell'uso dei metalli rari. Se nel giro di 30 anni, abbiamo più che triplicato il numero di metalli differenti che utilizziamo nella applicazioni industriali ciò è in gran parte dovuto alle nuove tecnologie. Per nuove tecnologie intendiamo qui in particolare le tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione e le nuove tecnologie legate allo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, al risparmio energetico, quelle che si definiscono spesso “tecnologie verdi”.[brano tratto da Philippe Bihouix e Benoît de Guillebon. Quel futur pour les métaux? : Raréfaction des métaux : un nouveau défi pour la société. EDP Sciences 2010.].
In effetti molti metalli rari hanno una caratteristica aggiuntiva che rende il bilancio energetico dell'estrazione ancora più pesante. Come evidenziato da Skinner nel 1976 la distribuzione dei metalli rari nella crosta terrestre segue un andamento particolare: una quantità piccola di questi metalli è contenuta in giacimenti a concentrazione relativamente alta mentre la maggior parte della quantità totale è contenuta a basse concentrazioni nella roccia indifferenziata. Fra le due distribuzioni c'è il vuoto. Passando nell'estrazione da una tipologia di giacimento all'altra il consumo energetico aumenta in modo drammatico determinando quella che viene definita la barriera mineralogica.
I minerali ad alta concentrazione esistono grazie alla natura vivente del nostro pianeta: i fenomeni della tettonica, dell'erosione, il ciclo idrologico e gli altri cicli geo-biochimici, determinano la formazione di quantità limitate di giacimenti relativamente concentrati. Sarebbe illusorio immaginare di andare a cercare minerali su corpi celesti geologicamente statici come la Luna. Dunque a conclusione di questa, forse troppo lunga e noiosa disamina della questione, è più corretto, almeno per le risorse minerali ed in particolare per i metalli, parlare di rarefazione delle risorse piuttosto che di esaurimento. Ma la rarefazione fa lievitare il consumo energetico per l'estrazione e quindi rende indisponibile le grandi quantità esistenti. Anche questa è una conseguenza del secondo principio della termodinamica, quello dell'Entropia, ma parlarne ci porterebbe troppo lontano. La cornucopia è effettivamente lì, ma quanti conigli deve trarre dal cappello l'ingegno umano per metterci le mani dentro?