In queste settimane, oltre che della perdurante crisi economica, si torna a parlare più spesso di crisi ecologica. Il tema è stato nascosto a lungo dopo gli eventi finanziari del 2007-2008, ma il quinto rapporto dell'IPCC e le questioni energetiche legate alle crisi geopolitiche, riportano il tema dei limiti dello sviluppo (crescita) in primo piano. E' inevitabile. Si può discutere all'infinito di ingegneria finanziaria, di regolamenti bancari, di strategie per l'indipendenza energetica, di alternative politiche per il controllo delle emissioni, ecc ecc ma è inevitabile che si torni sempre ai due elefanti di Forrester: popolazione e consumo. Un lavoro che esce dall'Università del Maryland riporta nel discorso un ulteriore elefante: l'ingiustizia economica, definita come stratificazione sociale. Insomma quella cosa evidenziata nelle curve di Lorenz e nel coefficiente di Gini. Chiamatela come credete.
Il lavoro, condotto da un gruppo del dipartimento di Matematica dell'Università del Maryland, ha il grande pregio di armonizzare, in un modello dinamico, fattori socio-economici, in
particolare la stratificazione sociale (scelgliendo di dividere la società
in due classi generali: elites e commoners) e la divisione della
ricchezza, con fattori ecologici come la capacità di carico. La
dinamica demografica che ne risulta è molto più aderente alla realtà di
quella escogitata dai demografi tradizionali che, ad esempio con il
modello della transizione demografica, attribuiscono valore predittivo a
fenomeni che sono probabilmente solo transienti storici, estrapolando poi il presente nel futuro senza altra giustificazione tecnica se non quella
che non sanno come fare in altro modo (si veda, ad esempio, il numero di
Science dedicato alla demografia nel 2011 su cui avevo scritto un commento sul mio blog).
Non sanno come fare, si potrebbe dire, perché sono ignoranti. Ignorano
quello che i ricercatori dell'Università del Maryland invece sanno: il
metabolismo sociale ed economico si svolge all'interno degli ecosistemi
terrestri e ne è dipendente. Non ci sono discussioni su questo punto. Questo è un fatto che
nessun economista è in grado di negare in modo credibile. Naturalmente questa mia affermazione è smentita da Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, che professa indefessamente da anni la sua religione tecno-ottimista di stampo simoniano.
La conclusione del lavoro dei matematici
dell'Univ. of Maryland è che si può evitare un collasso riducendo la
crescita demografica e il consumo di risorse naturali e riducendo l'ingiustizia sociale.
Si può convenire con Stagnaro sul fatto che un tale contenimento del metabolismo sociale ed economico umano porterà qualche problema, magari anche grave. Affrontare questi problemi e mitigarne gli effetti è il compito più arduo di questo momento storico, spazzare sotto il tappeto i segnali di disgregazione degli ecosistemi coprendoli con una coltre di ideologia non servirà ad evitare il collasso.
Blog di Luca Pardi e Jacopo Simonetta sui limiti di questo pianeta.
sabato 22 marzo 2014
mercoledì 5 marzo 2014
Tutti contro Malthus? Evviva Malthus allora.
Sul Corriere di oggi Papa Francesco, rispondendo a Ferruccio De Bortoli a proposito del controllo delle nascite, se la prende con il "neo-malthusianesimo presente e futuro". Non è una novità, Malthus è da sempre vittima di tutte le chiese. Quindi ho buone ragioni per pensare che abbia detto qualcosa di sostanzialmente giusto.
Ce l'hanno con lui i credenti, cristiani cattolici e protestanti, mussulmani, e non mi meraviglierebbe scoprire che anche altre fedi religiose hanno nella loro cultura il natalismo. Ce l'hanno con lui i marxisti, i liberali, i democratici e i fascisti. Sono decisamente convinto che abbia detto qualcosa di profondamente giusto.
Anni fa aprii questo blog con l'idea di lanciare, sulla falsariga del Darwin day, un Malthus day. Un giorno che non celebrasse solo Malthus per la simpatia che mi ispira dati i suoi molti nemici, ma per sviluppare una coscienza riproduttiva, un evento che sarebbe veramente evoluzionisticamente e socialmente rivoluzionario.
Il Malthus day è un mio pallino, ma non mi è mai riuscito di realizzarlo un po' per mia incapacità un po' per la scarsa collaborazione incontrata, ma una volta o l'altra devo riuscire a farlo. Siccome va fatto in febbraio, possibilmente il 13 (Malthus nacque il 13 febbraio 1766)ho un anno intero per riprovarci. Chi ci sta mi scriva a questo indirizzo di posta elettronica: gattopardi57@yahoo.it assicurandosi di segnalare il messaggio mettendo nell'oggetto: Malthus day. Chi pensa che sia un errore, un'ignominia, una bischerata, un delitto si risparmi èure, tanto le ho già sentite tutte.
Organizzativamente so che sarebbe relativamente facile farlo in area radicale, ma non voglio. Non voglio perché non deve avere una connotazione politica come l'ha avuta il Darwin day. Si deve costituire un comitato, trovare i fondi per l'iniziativa e farla, per così dire, in campo neutro.
Ce l'hanno con lui i credenti, cristiani cattolici e protestanti, mussulmani, e non mi meraviglierebbe scoprire che anche altre fedi religiose hanno nella loro cultura il natalismo. Ce l'hanno con lui i marxisti, i liberali, i democratici e i fascisti. Sono decisamente convinto che abbia detto qualcosa di profondamente giusto.
Anni fa aprii questo blog con l'idea di lanciare, sulla falsariga del Darwin day, un Malthus day. Un giorno che non celebrasse solo Malthus per la simpatia che mi ispira dati i suoi molti nemici, ma per sviluppare una coscienza riproduttiva, un evento che sarebbe veramente evoluzionisticamente e socialmente rivoluzionario.
Il Malthus day è un mio pallino, ma non mi è mai riuscito di realizzarlo un po' per mia incapacità un po' per la scarsa collaborazione incontrata, ma una volta o l'altra devo riuscire a farlo. Siccome va fatto in febbraio, possibilmente il 13 (Malthus nacque il 13 febbraio 1766)ho un anno intero per riprovarci. Chi ci sta mi scriva a questo indirizzo di posta elettronica: gattopardi57@yahoo.it assicurandosi di segnalare il messaggio mettendo nell'oggetto: Malthus day. Chi pensa che sia un errore, un'ignominia, una bischerata, un delitto si risparmi èure, tanto le ho già sentite tutte.
Organizzativamente so che sarebbe relativamente facile farlo in area radicale, ma non voglio. Non voglio perché non deve avere una connotazione politica come l'ha avuta il Darwin day. Si deve costituire un comitato, trovare i fondi per l'iniziativa e farla, per così dire, in campo neutro.
domenica 2 marzo 2014
I commenti della domenica.
Pochi giorni fa il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha lanciato una proposta insolita per una persona che fa direttamente capo alla Presidenza del Consiglio, cioè al governo. La proposta era che di fronte ai ricorrenti disastri causati dal dissesto idrogeologico si dovrebbe smettere di costruire alcunché per 10 anni e votare tutte le risorse alla riparazione del territorio devastato dalla cementificazione.
Venerdì pomeriggio nel mio paese, Pontassieve, si è sentita per l'ultima volta la sirena dell'Italcementi che ha svolto per 80 anni la sua attività nei pressi del centro abitato di Pontassieve. Il cementificio chiude, le persone che ci lavoravano perdono il lavoro, e questo è un dramma. Ma non ci si può fermare a questo. Monica Marini, una dei candidati alla sindacatura per la prossima primavera, era alla cerimonia di chiusura e su questa ha scritto parole toccanti sulla sua bacheca Facebook. Io le ho risposto così:
Cara Monica, come ti ho detto anche in un'altra occasione, sarete voi amministratori locali, più di quelli di Roma, Bruxelles, Washington e Pechino, a sopportare il peso, nei prossimi anni, della transizione a cui siamo chiamati. La chiusura del cementificio fa parte della transizione, come quella delle acciaierie e, alla fine, delle fabbriche di automobili ecc. Il lavoro dovrà essere creato in altre attività ecologicamente sostenibili, con l'idea di fondo che il modello produttivista della manifattura non è resuscitabile e che quello del capitalismo finanziario è alla fine (a meno che non riescano a buttarci in una guerra totale). Purtroppo chi fa politica nelle capitali ancora non l'ha capito, pensano che sia possibile, con qualche operazione di razionalità economica, tornare a CRESCERE, nessuno che si chieda se questo è semplicemente possibile. Nessuna grandezza fisica può crescere indefinitamente, non la produzione, non i consumi, non la popolazione umana (con tanti auguri alle famiglie numerose ed alla loro retorica), ad un certo punto gli ecosistemi che ci sostengono smettono semplicemente di funzionare. Quello che ci vediamo intorno è, secondo me, il segno del malfunzionamento dell'ambiente che, da una parte, non ci concede più le risorse con la stessa facilità di secoli o anche decenni fa, dall'altra non accetta più gli effetti delle nostre attività. Non è più sufficiente far riferimento allo SVILUPPO SOSTENIBILE inteso, in effetti, come CRESCITA SOSTENIBILE (un ossimoro) si deve davvero voltar pagina. E in questo voltar pagina non c'è nulla di prevedibile nè di scontato. Ci si deve lavorare proprio a partire dalle comunità locali. Su questo tema sarebbe interessante un incontro con l'associazione delle Città di transizione nate nel mondo anglosassone, ma già presenti in Italia. Capisco il dramma della chiusura di una fabbrica, ma si deve anche riflettere sul fatto che certi tipi di attività industriale che nella fase espansiva erano indispensabili ora diventano via via sempre più marginali. Il problema non è tenere aperte le attività per forza, ma crearne di nuove. Il problema è che chi fa politica ha studiato troppa economia e poca (o punta) ecologia, ma alla fine, o, come dicono gli economisti, nel lungo periodo è l'ecologia che comanda.
Venerdì pomeriggio nel mio paese, Pontassieve, si è sentita per l'ultima volta la sirena dell'Italcementi che ha svolto per 80 anni la sua attività nei pressi del centro abitato di Pontassieve. Il cementificio chiude, le persone che ci lavoravano perdono il lavoro, e questo è un dramma. Ma non ci si può fermare a questo. Monica Marini, una dei candidati alla sindacatura per la prossima primavera, era alla cerimonia di chiusura e su questa ha scritto parole toccanti sulla sua bacheca Facebook. Io le ho risposto così:
Cara Monica, come ti ho detto anche in un'altra occasione, sarete voi amministratori locali, più di quelli di Roma, Bruxelles, Washington e Pechino, a sopportare il peso, nei prossimi anni, della transizione a cui siamo chiamati. La chiusura del cementificio fa parte della transizione, come quella delle acciaierie e, alla fine, delle fabbriche di automobili ecc. Il lavoro dovrà essere creato in altre attività ecologicamente sostenibili, con l'idea di fondo che il modello produttivista della manifattura non è resuscitabile e che quello del capitalismo finanziario è alla fine (a meno che non riescano a buttarci in una guerra totale). Purtroppo chi fa politica nelle capitali ancora non l'ha capito, pensano che sia possibile, con qualche operazione di razionalità economica, tornare a CRESCERE, nessuno che si chieda se questo è semplicemente possibile. Nessuna grandezza fisica può crescere indefinitamente, non la produzione, non i consumi, non la popolazione umana (con tanti auguri alle famiglie numerose ed alla loro retorica), ad un certo punto gli ecosistemi che ci sostengono smettono semplicemente di funzionare. Quello che ci vediamo intorno è, secondo me, il segno del malfunzionamento dell'ambiente che, da una parte, non ci concede più le risorse con la stessa facilità di secoli o anche decenni fa, dall'altra non accetta più gli effetti delle nostre attività. Non è più sufficiente far riferimento allo SVILUPPO SOSTENIBILE inteso, in effetti, come CRESCITA SOSTENIBILE (un ossimoro) si deve davvero voltar pagina. E in questo voltar pagina non c'è nulla di prevedibile nè di scontato. Ci si deve lavorare proprio a partire dalle comunità locali. Su questo tema sarebbe interessante un incontro con l'associazione delle Città di transizione nate nel mondo anglosassone, ma già presenti in Italia. Capisco il dramma della chiusura di una fabbrica, ma si deve anche riflettere sul fatto che certi tipi di attività industriale che nella fase espansiva erano indispensabili ora diventano via via sempre più marginali. Il problema non è tenere aperte le attività per forza, ma crearne di nuove. Il problema è che chi fa politica ha studiato troppa economia e poca (o punta) ecologia, ma alla fine, o, come dicono gli economisti, nel lungo periodo è l'ecologia che comanda.
martedì 11 febbraio 2014
La solita storia. (Ma sempre peggio)
Ecco com'era il Borgo di Pontassieve stanotte.
Danni e lacrime. Per fortuna in questo caso nessun morto. L'abbiamo visto migliaia di volte nel nostro paese. Ancora qui in Toscana negli scorsi anni, in Liguria, in Sicilia, in Sardegna praticamente ovunque, anche nel resto d'Europa e nel mondo.
L'acqua che invade un antico Borgo del 1300 è la rappresentazione plastica di quello che sta accadendo al clima di questo pianeta. Ma il cambiamento climatico, che è il prezzo che paghiamo all'uso entusiastico dei combustibili fossili per alimentare la crescita economica e demografica, non può essere una scusa. Abbiamo costruito ed ostruito; costruito dove nessuno dei nostri avi l'avrebbe mai fatto e ostruito fossi e torrenti che un tempo garantivano il deflusso dell'acqua.
Riprendendo il titolo di una pagina facebook che giorni fa ha avuto un successo straordinario: "Sei pontassievese se...." ai molti ricordi pubblicati si potrebbe aggiungere che sei pontassievese se ricordi che nel punto in cui è avvenuto l'allagamento di stanotte c'era un tempo un fognone che i ragazzi d'estate andavano ad esplorare, con le candele mi ha detto un signore di una certa età, e che quindi doveva essere presumibilmente ad altezza di bambino. Dove è finito? Sarà stato sostituito da qualche fognatura dimensionata, nel migliore dei casi, sull'ipotesi che la statistica delle precipitazione rimanesse costante. Ma non è successo. Negli ultimi anni i fenomeni estremi si moltiplicano e quello che era appena sufficiente per un mondo che non esiste più è gravemente insufficiente.
Sempre la solita storia che si ripete all'infinito. La saggezza dei vecchi consisteva nel creare strutture ridondanti. Il fognone sarà stato magari anche di dimensioni eccessive, ma era il segreto della resilienza di una società che non esiste più. Sostituita da una in cui il danno, e le lacrime di chi l'ha subito, diventano immediatamente opportunità di crescita, per qualcun'altro.
Questi fatti, questi danni, sono la manifestazione di una crisi ecologica che non può non avere conseguenze economiche, sociali e politiche. Dobbiamo prendere atto che i problemi che abbiamo non possono essere risolti con i mezzi che li hanno creati. E questa non l'ho detta io, ma Albert Einstein.
Danni e lacrime. Per fortuna in questo caso nessun morto. L'abbiamo visto migliaia di volte nel nostro paese. Ancora qui in Toscana negli scorsi anni, in Liguria, in Sicilia, in Sardegna praticamente ovunque, anche nel resto d'Europa e nel mondo.
L'acqua che invade un antico Borgo del 1300 è la rappresentazione plastica di quello che sta accadendo al clima di questo pianeta. Ma il cambiamento climatico, che è il prezzo che paghiamo all'uso entusiastico dei combustibili fossili per alimentare la crescita economica e demografica, non può essere una scusa. Abbiamo costruito ed ostruito; costruito dove nessuno dei nostri avi l'avrebbe mai fatto e ostruito fossi e torrenti che un tempo garantivano il deflusso dell'acqua.
Riprendendo il titolo di una pagina facebook che giorni fa ha avuto un successo straordinario: "Sei pontassievese se...." ai molti ricordi pubblicati si potrebbe aggiungere che sei pontassievese se ricordi che nel punto in cui è avvenuto l'allagamento di stanotte c'era un tempo un fognone che i ragazzi d'estate andavano ad esplorare, con le candele mi ha detto un signore di una certa età, e che quindi doveva essere presumibilmente ad altezza di bambino. Dove è finito? Sarà stato sostituito da qualche fognatura dimensionata, nel migliore dei casi, sull'ipotesi che la statistica delle precipitazione rimanesse costante. Ma non è successo. Negli ultimi anni i fenomeni estremi si moltiplicano e quello che era appena sufficiente per un mondo che non esiste più è gravemente insufficiente.
Sempre la solita storia che si ripete all'infinito. La saggezza dei vecchi consisteva nel creare strutture ridondanti. Il fognone sarà stato magari anche di dimensioni eccessive, ma era il segreto della resilienza di una società che non esiste più. Sostituita da una in cui il danno, e le lacrime di chi l'ha subito, diventano immediatamente opportunità di crescita, per qualcun'altro.
Questi fatti, questi danni, sono la manifestazione di una crisi ecologica che non può non avere conseguenze economiche, sociali e politiche. Dobbiamo prendere atto che i problemi che abbiamo non possono essere risolti con i mezzi che li hanno creati. E questa non l'ho detta io, ma Albert Einstein.
martedì 28 gennaio 2014
Una generazione perduta.
In questi anni sta andando in pensione una straordinaria generazione di scienziati. L'ultima che ha avuto contatti diretti con i grandi scienziati del 900', quelli che hanno lasciato un nome nella storia della scienza. Si tratta di un immenso patrimonio di conoscenza e competenze che gradualmente sparirà per lasciare posto alle generazioni successive che sono cresciute alla loro ombra. E' sempre andata così direte. Non proprio. Dal secondo dopoguerra la scienza nel suo complesso ha subito una rapida trasformazione ed espansione e la generazione di cui sto parlando ha avuto un ruolo preminente in questa trasformazione. Nel bene e nel male.
Per parlare del bene basta aver frequentato i laboratori e i centri di ricerca in giro per il mondo e vedere le realizzazioni teoriche e sperimentali, le imprese di indagine esplorativa e osservativa; dal mondo delle particelle subatomiche al cosmo intero, passando per le scienze della vita e della terra; dai sistemi semplici a quelli complessi, in una gerarchia che permette lo scambio e l'arricchimento in ambedue le direzioni.
Oggi sappiamo molto di più sul mondo che ci circonda rispetto a chi viveva nel periodo fra le due guerre. E, quello che forse è ancora più importante, abbiamo un metodo sedimentato per indagarlo. E il merito di tutto questo è in parte preponderante degli scienziati ed in particolare di quelli che stanno uscendo di scena in questi anni.
Fin qui il bene.
E il male? Il male è che hanno lasciato avvenire la, o, peggio, in alcuni casi, hanno partecipato alla, trasformazione della scienza, intesa come indagine della natura guidata dalla curiosità, in una attività ancillare dell'industria capitalistica. La decantata ricerca scientifica è oggi una competizione per la realizzazione di "prodotti" che possano essere venduti sul mercato. Si badi bene, non utili, semplicemente vendibili. Anche se si tratta di innovazione figurativa come il 99.7% dell'innovazione attuale (cioè entro le 3 deviazioni standard dalla media). Tale realizzazione necessita di risorse economiche sempre crescenti, a causa della complessità dei problemi che si affrontano (su questo tornerò, ma ha a che fare con l'inevitabile legge dei ritorni decrescenti di un'attività, quella della ricerca, che, per analogia, possiamo accostare all'attività di estrazione mineraria), su queste risorse scarse si sviluppa una crescente e accanita competizione fra scienziati e gruppi di scienziati che, al di là della retorica economicista che tutto riporta a leggi di mercato astrattamente confermate, ma spesso empiricamente smentite anche nel mercato delle merci, fa emergere molto più del merito la subalternità culturare e, quindi, politica (non nel senso di partitica, ma con riferimento alla politica accademica).
Le generazioni di giovani ricercatori hanno subito un pesante lavaggio del cervello ideologico grazie al quale curano ormai più le capacità di marketing che la preparazione e, soprattutto, più che seguire il proprio istinto e la propria curiosità.
A tutto questo, la generazione in partenza non si è opposta altro che con qualche mugugno, dal basso (cioè da parte degli sfigati, cioè coloro che hanno fatto poca carriera accademica) mentre dall'alto, i baroni e i tromboni dell'accademia, mai scalzati dai loro feudi, hanno lavorato sodo per consolidare questa configurazione della ricerca che gli dava potere e risorse.
Quello che sto descrivendo per la scienza è solo uno dei tratti che delineano la non sostenibilità sociale dell'assetto socio-economico attuale che, a sua volta, è l'altra faccia della medaglia di una, più profonda, non sostenibilità ecologica. E' la forma che la scienza assume in prossimità del Picco di Tutto. Probabilmente anche di un Picco della Scienza. A dispetto dei cantori delle magnifiche sorti e progressive e delle majorettes dell'Innovazione purché sia.
lunedì 30 dicembre 2013
Il più grande esperimento.
Quella sotto è l'immagine di un capodoglio ucciso dalla plastica buttata e dispersa nell'ambiente da noi umani, che finisce in gran parte in mare. E' una storia vecchia, un fatto avvenuto sulle coste spagnore nel marzo scorso, ma l'ho notata oggi grazie al post facebook di Marco Affronte. Ed è un evento sempre più frequente.
Io capisco le polemiche sul caso di Caterina Simonsen e, in generalem sulla sperimentazione animale, apprezzo il comunicato dell'associazione antispecista Parte in Causa (di cui sono membro), vedo le difficoltà etiche del dibattito sulla questione della sperimentazione animale, ma vorrei che invece di scannarsi sui problemi più difficili da dirimere e quantitativamente meno rilevanti, si cominciasse a ragionare in modo civile sul grande esperimento che stiamo facendo ai danni di tutto l'ecosistema terrestre. Un esperimento che è totalmente fuori controllo e che non ha altro esito prevedibile che la più grande estinzione di massa della storia bio-geologica del pianeta. Una singola specie, Homo sapiens, guidata da una classe dirigente ignorante, ma avida, ha occupato e assoggettato il pianeta ai suoi interessi economici, e, schiavizzando tutti gli esseri viventi che sono proni alla domesticazione, sta cercando di eliminare tutti quelli che non lo sono. Il risultato è una rapida riduzione della biodiversità che riduce in modo catastrofico la stabilità degli ecosistemi. In questa situazione capisco con difficoltà i miei colleghi "scienziati" che continuano a coltivare il loro nulla specialistico (e, almeno alcuni, quelli inseriti nei circoli esclusivi dei fondi, la loro carriera accademica), fingendo di ignorare, o ignorando, che stiamo lasciando ai nostri figli un futuro invivibile. Non riesco a capire come non si riesca a fare un passo indietro e osservare con calma quello che sta succedendo, abbandonando, per un momento, la narrativa imperante della crescita materiale infinita di tutto ciò che è umano, e la riduzione definitiva di tutto quello che non lo è. Prendere atto che si tratta, in ultima analisi, di un suicidio per ingordigia, una Grande Abbuffata planetaria, oscena più che ridicola e ridicola più che tragica, anche se indubbiamente tragica ad un livello mai visto nella storia. E tragica, in particolare, perché nonostante i peana allo sviluppo sostenibile, le posizioni sognanti e anacronistiche degli analfabeti ecologici in tema di libero mercato e capitalismo, la retorica sullo sradicamento della fame e della povertà, il numero di poveri e affamati resta costante, dal momento che ogni punto di crescita materiale viene malthusianamente inghiottito da un corrispondente aumento della popolazione e ogni riduzione dei consumi da una parte si traduce in un aumento di consumi da un'altra. Ma di tutto questo cosa leggete sui giornali, cosa vedete in TV? Notizie frammentarie, parziali, senza collegamento, intermezzate dall'insulsa cronaca politica, da quella economica, monopolizzata dagli pseudo esperti del "mestiere", da quella nera dispensata ad un pubblico reso sempre più necrofilo, e poi dai mille sfavillanti inganni dell'informazione-spettacolo-intrattenimento, in un minestrone in cui nessuno può capire nulla. C'è bisogno di mobilitarsi, cercare di essere pronti per quando le cose diventeranno chiare a tutti attraverso la pedagogia delle catastrofi. Dovrà succedere ad un certo punto. Non c'è bisogno della sfera di cristallo per capirlo.
Auguri per il 2014 a tutti quelli che hanno voglia di mobilitarsi sulle cose che contano. Il tempo stringe.
Io capisco le polemiche sul caso di Caterina Simonsen e, in generalem sulla sperimentazione animale, apprezzo il comunicato dell'associazione antispecista Parte in Causa (di cui sono membro), vedo le difficoltà etiche del dibattito sulla questione della sperimentazione animale, ma vorrei che invece di scannarsi sui problemi più difficili da dirimere e quantitativamente meno rilevanti, si cominciasse a ragionare in modo civile sul grande esperimento che stiamo facendo ai danni di tutto l'ecosistema terrestre. Un esperimento che è totalmente fuori controllo e che non ha altro esito prevedibile che la più grande estinzione di massa della storia bio-geologica del pianeta. Una singola specie, Homo sapiens, guidata da una classe dirigente ignorante, ma avida, ha occupato e assoggettato il pianeta ai suoi interessi economici, e, schiavizzando tutti gli esseri viventi che sono proni alla domesticazione, sta cercando di eliminare tutti quelli che non lo sono. Il risultato è una rapida riduzione della biodiversità che riduce in modo catastrofico la stabilità degli ecosistemi. In questa situazione capisco con difficoltà i miei colleghi "scienziati" che continuano a coltivare il loro nulla specialistico (e, almeno alcuni, quelli inseriti nei circoli esclusivi dei fondi, la loro carriera accademica), fingendo di ignorare, o ignorando, che stiamo lasciando ai nostri figli un futuro invivibile. Non riesco a capire come non si riesca a fare un passo indietro e osservare con calma quello che sta succedendo, abbandonando, per un momento, la narrativa imperante della crescita materiale infinita di tutto ciò che è umano, e la riduzione definitiva di tutto quello che non lo è. Prendere atto che si tratta, in ultima analisi, di un suicidio per ingordigia, una Grande Abbuffata planetaria, oscena più che ridicola e ridicola più che tragica, anche se indubbiamente tragica ad un livello mai visto nella storia. E tragica, in particolare, perché nonostante i peana allo sviluppo sostenibile, le posizioni sognanti e anacronistiche degli analfabeti ecologici in tema di libero mercato e capitalismo, la retorica sullo sradicamento della fame e della povertà, il numero di poveri e affamati resta costante, dal momento che ogni punto di crescita materiale viene malthusianamente inghiottito da un corrispondente aumento della popolazione e ogni riduzione dei consumi da una parte si traduce in un aumento di consumi da un'altra. Ma di tutto questo cosa leggete sui giornali, cosa vedete in TV? Notizie frammentarie, parziali, senza collegamento, intermezzate dall'insulsa cronaca politica, da quella economica, monopolizzata dagli pseudo esperti del "mestiere", da quella nera dispensata ad un pubblico reso sempre più necrofilo, e poi dai mille sfavillanti inganni dell'informazione-spettacolo-intrattenimento, in un minestrone in cui nessuno può capire nulla. C'è bisogno di mobilitarsi, cercare di essere pronti per quando le cose diventeranno chiare a tutti attraverso la pedagogia delle catastrofi. Dovrà succedere ad un certo punto. Non c'è bisogno della sfera di cristallo per capirlo.
Auguri per il 2014 a tutti quelli che hanno voglia di mobilitarsi sulle cose che contano. Il tempo stringe.
giovedì 26 dicembre 2013
Preparare il rinascimento.
O rendere il medioevo in arrivo il più breve possibile.
Sono stato assente a lungo. Non avevo voglia di scrivere prima di aver capito un po' meglio, un certo numero di cose. Ho passato gli ultimi mesi a studiare. Prevalentemente economia. Ora sono altrettanto confuso di quanto lo ero prima, ma ad un livello superiore. C' è un corso elementare, ma molto chiaro sul sito della Kahn Academy. Qualcuno dirà: troppo elementare. Può darsi, ma ci fossero più economisti che si impegnano a seguire interamente un corso elementare di termodinamica. Poi in effetti, per elementare che sia, la parte di economia finanziaria, e in particolare la lunga sezione che spiega la dinamica della crisi finanziaria dal 2007 ad oggi, è dettagliata e chiarissima. L'autore, Salman Khan, è stato invitato anche sulla CNN e su altre major dell'informazione per spiegarla al grande pubblico. La storia di Salman Khan è di per se interessante, ma non è questo il momento di parlarne, la potete trovare in rete. Poi ho approfondito su un paio di testi di Economia Politica il che mi ha costretto a rinvigorire la mia cultura matematica che avevo colpevolmente lasciato indebolirsi. Ecco questo per dire perchè avevo poco tempo e voglia di scrivere.
Nelle ultime due settimane ho letto, riletto e meditato l'ultimo libro di Jeremy Legget
Sono stato assente a lungo. Non avevo voglia di scrivere prima di aver capito un po' meglio, un certo numero di cose. Ho passato gli ultimi mesi a studiare. Prevalentemente economia. Ora sono altrettanto confuso di quanto lo ero prima, ma ad un livello superiore. C' è un corso elementare, ma molto chiaro sul sito della Kahn Academy. Qualcuno dirà: troppo elementare. Può darsi, ma ci fossero più economisti che si impegnano a seguire interamente un corso elementare di termodinamica. Poi in effetti, per elementare che sia, la parte di economia finanziaria, e in particolare la lunga sezione che spiega la dinamica della crisi finanziaria dal 2007 ad oggi, è dettagliata e chiarissima. L'autore, Salman Khan, è stato invitato anche sulla CNN e su altre major dell'informazione per spiegarla al grande pubblico. La storia di Salman Khan è di per se interessante, ma non è questo il momento di parlarne, la potete trovare in rete. Poi ho approfondito su un paio di testi di Economia Politica il che mi ha costretto a rinvigorire la mia cultura matematica che avevo colpevolmente lasciato indebolirsi. Ecco questo per dire perchè avevo poco tempo e voglia di scrivere.
Nelle ultime due settimane ho letto, riletto e meditato l'ultimo libro di Jeremy Legget
: The energy of nations: risk blindness and the road to renaissance. (L'energia
delle nazioni: cecità al rischio e la strada per il rinascimento”). Ho scritto una recensione che dovrebbe uscire sul blog di ASPO-Italia nei prossimi giorni. Leggett è un tipo simpaticissimo e se non fosse tale probabilmente scatenerebbe la mia invidia. E' pragmatico e appassionato, senza quella tendenza all'autocompiacimento accademico che hanno molti esperti di questioni varie (fra cui energia, clima, ambiente, risorse ....), è un critico feroce dell'apparato dominante del capitalismo attuale fatto di grandi compagnie energetiche (fossili + nucleare), senza essere il tipico guru della sostenibilità ambientale o il profeta della palingenesi anticapitalista. Da uno come lui è facile digerire una frase come quella con cui conclude il libro: il capitalismo come oggi lo conosciamo deve essere interamente riprogettato e ristrutturato. E perché? Perché sta silurando il nostro benessere, distruggendo la nostre economie, e lasciando un pianeta invivibile per i nostri figli. La ristrutturazione passa ovviamente dallo sviluppo rapido e generalizzato delle rinnovabili letteralmente a discapito delle fossili e del nucleare e dei comportamenti di produzione e consumo sostenibili. Aggiungo io: anche dei comportamenti riproduttivi. Purtroppo Jeremy non lo dice. Chissà se lo pensa. Glielo chiederò. Un buon 2014 a tutti, in attesa che la realtà del contesto ci permetta di iniziare a lavorare fattivamente al rinascimento prossimo venturo. Intanto sembra che la fuori continuino a parlare d'altro, cioè di tutta quella congerie di epifenomeni che interessano la politica.
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